Scuola dell’infanzia, tra utopia e realtà

Scuola dell’infanzia, tra utopia e realtà

Scuola dell'infanzia, tra utopia e realtà

Come ogni anno, ad agosto si accavallano i messaggi sui social da parte di genitori che si apprestano a portare per la prima volta il loro bambino al nido o alla materna. La maggior parte delle volte, si tratta della prima vera esperienza di separazione fra mamma e bambino, e spesso per quest’ultimo è la prima volta in cui si trova veramente in una situazione nuova rispetto alla casa e alla famiglia; quindi le ansie e le preoccupazioni, il bisogno di sapere, prefigurarsi, prepararsi a questa esperienza sono legittimi e più che comprensibili per ogni genitore.

Le indicazioni e le considerazioni riguardo all’esperienza scolastica, poi, sono spesso in contraddizione e cambiano da una regione all’altra, da una scuola all’altra e da un consigliere all’altro, aumentando il disorientamento dei genitori.

Ad aumentare le preoccupazioni a volte si inseriscono anche raccomandazioni, consigli e richieste, da parte delle persone intorno ai genitori come anche, a volte, delle stesse istituzioni, che possono entrare in conflitto con gli approcci educativi fino a quel momento applicati, oppure ci si confronta con prerequisiti all’inserimento, come l’abbandono di pratiche o l’acquisizione di competenze, a cui il bambino può non essere ancora pronto: sono esempi di questo tipo il saper fare a meno del pannolino, o le modalità di alimentazione o di sonno. A volte queste richieste non sono fondate, come ad esempio quando si pretende che il bambino sia svezzato dal seno o si richiede alle famiglie di abituarlo già a casa a pratiche (come l’addormentarsi da solo) che saranno applicate a scuola.

Quest’anno poi si sono aggiunte le misure di protezione dal contagio relative al Covid-19, ad accrescere l’ansia di genitori che si chiedono se questo significherà la deroga di tutte quelle attenzioni che generalmente si cerca di applicare per far si che l’inserimento a scuola sia il più dolce e graduale possibile per il bambino o la bambina.

Agli aspetti legati alla psicologia infantile (con i fattori critici dell’età, della maturità emotiva, della situazione familiare) si sovrappongono quelli dei genitori (anche loro più o meno pronti alla separazione, e a volte con aspettative positive che li spingono alla scelta del nido o della materna, altre volte costretti per necessità legate alla ripresa del lavoro).

Cerchiamo allora di esplorare intanto un po’ di luoghi comuni e di affermazioni che vengono fatte a proposito di questo passaggio.

La scuola materna è indispensabile per la socializzazione?

Una cosa che si dice spesso è che sia fondamentale per i bambini frequentare il nido e/o la materna per poter imparare a socializzare.

In realtà, la competenza sociale il bambino la acquisisce spesso anche dopo i tre anni, mentre al di sotto di questa età molti bambini ancora si relazionano soprattutto con gli adulti, e le loro interazioni fra pari sono frammentarie e consistono più in gioco parallelo o semplici approcci esplorativi. Naturalmente ogni bambino è diverso, ci sarà quello espansivo, interessato ai coetanei già ai primi passi, e quello che sarà pronto solo più tardi. In ogni caso, i primi approcci fra bambini della stessa età sono in genere uno-a-uno e non del singolo bambino con un gruppo numeroso di coetanei, come avviene in genere nelle materne.

Inoltre il discorso sulla socializzazione sembra sottendere il pregiudizio che il bambino in famiglia sia deprivato di questa dimensione. Certo, ci possono essere situazioni di disagio in cui questo si verifica davvero, e l’esperienza alla scuola dell’infanzia allora diviene un elemento di compensazione indispensabile. Ma questo non significa che in ogni famiglia i bambini siano sempre chiusi fra quattro mura. Forse a volte si pensa che il bambino quando sta con la mamma per definizione non sia “nel mondo” e non si relazioni anche in modo autonomo con altri bambini, altri adulti, stimoli nuovi, ambienti da esplorare, nuovi materiali e nuove situazioni… ma la mamma, specie se non soggiace a paure indotte e vuote regole sulla necessità di routine, non vive a sua volta fuori dal mondo ma ne fa parte, e può portare con sé suo figlio mentre si muove in altri ambienti, si relaziona agli altri, e anche creare occasioni per il bambino di socializzare, senza dover in parallelo gestire lo stress di una separazione dalla mamma o dalle altre figure di accudimento. E fare spazio al bambino nel mondo degli adulti è sicuramente una modalità molto ricca, naturale e sicura di offrire al bambino occasioni per socializzare, mettersi alla prova, sperimentare il nuovo. Naturalmente, un ambiente scolastico stimolante e accogliente può essere arricchente anche per il bambino che già in famiglia trova i suoi stimoli cognitivi, emotivi e sociali.

Da dove veniamo

Non dimentichiamoci le nostre radici biologiche, che non sono certo modellate sulla vita moderna di oggi, in cui ogni attività è effettuata in luoghi e tempi separati e distinti per tipologia e per fascia di età: gli adulti al lavoro, i bambini a scuola, lo svago separato dalle attività produttive, le attività domestiche effettuate nel chiuso degli appartamenti.

Si può dire che la scuola materna sia nata in origine per supplire a una carenza sociale data dal fatto che non viviamo più in un villaggio, cioè nella dimensione sociale adatta agli esseri umani, quella della piccola comunità allargata. Nel villaggio non c’era separazione fra adulti e bambini, né gli adulti vivevano isolati gli uni dagli altri o avevano una divisione fra attività di “lavoro” e “famiglia” o “tempo libero”. Si condividevano spazi, attività, relazioni. I bambini formavano un gruppo misto che aveva i suoi spazi e momenti separati dagli adulti o insieme a loro; ma questo gruppo non era omogeneo, bensì composto da bambini grandicelli e piccoli ai primi passi; e il piccoletto che aveva bisogno di una coccola dalla mamma veniva subito portato a lei senza farlo aspettare, e poi ripartiva per una nuova attività fra il gruppo dei pari, oppure si intrufolava fra gli adulti, li osservava, cominciava ad imitarli o aiutarli già in tenerissima età.

Tutto questo non lo abbiamo più, e sia il genitore (in genere la madre) sia il bambino soffrono spesso di isolamento e solitudine. Allora ecco che l’asilo può diventare il modo per permettergli esperienze di socializzazione; ma teniamo a mente che lo fa in un modo che comunque è molto lontano dal continuum biologico e sociale che ci ha plasmato come specie. Ecco perché il bambino ha comunque un momento di smarrimento, ed ha bisogno di tempo per orientarsi e adattarsi a una situazione che per lui è non solo totalmente nuova, ma anche non istintiva rispetto alle sue aspettative biologiche.

Inserimento o ambientamento?

Spesso la questione dell’inserimento del bambino a scuola viene trattata in termini quantitativi, e cioè di un numero progressivo di ore da passare a scuola, prima in presenza del genitore (con tempi in genere molto ridotti) e poi da solo. In realtà le aspettative sulla rapidità con la quale il bambino dovrebbe adattarsi a stare senza la mamma e il papà in un luogo sconosciuto, con adulti sconosciuti e bambini estranei, è decisamente poco realistica. Ci si aspetta che questi si adatti in pochi giorni, oppure, peggio ancora, si propone la teoria che l’inserimento sia inevitabilmente un’esperienza dolorosa ma necessaria e che tanto vale farla in fretta per non prolungarne lo strazio. C’è insomma tutta una mitologia per cui queste esperienze oltre la cerchia familiare siano per definizione un boccone amaro che il bambino deve mandare giù; c’è sfiducia nella capacità del bambino di effettuare questo passaggio, se non forzandolo.

Vale la pena di citare la pedagogista Gabriella Falcicchio, che nel libro Il primo sguardo (ed. Fasi di luna, 2014, p. 33) parla di questi momenti di transizione come di “terre di mezzo” che andrebbero attraversate con calma e con la presenza rassicurante di una persona cara, mentre

Le terre di mezzo invece per il pensiero diffuso vanno attraversate 1) velocemente, 2) senza espressione di dolore, 3) senza i genitori o altre figure familiari e neppure oggetti di accompagnamento, in altri termini senza chiedere aiuto, senza sostegni e senza la “presenza” di altri.

Questa posizione ideologica, purtroppo piuttosto diffusa (anche se con meritevoli e luminose eccezioni), trasforma questa transizione a una nuova esperienza in una lacerazione che spesso lascia tracce di memoria negative che incidono su tutto il futuro atteggiamento nei confronti dell’esperienza scolastica.

Ciò detto, nessuno sta affermando che i bambini non dovrebbero avere le loro esperienze anche con altre persone, altri ambienti, anche in alcuni casi in assenza dei genitori. Si sta solo dicendo che occorre dare tempo perché queste transizioni si compiano in modo costruttivo e non distruttivo. 

Evitiamo i luoghi comuni

Troppo spesso i genitori in ansia si sentono dire frasi per niente empatiche, bensì giudicanti, critiche o minimizzanti di fronte a un processo che può essere più o meno impegnativo, sofferto, e le cui implicazioni per quella specifica famiglia e per quello specifico bambino nessuno conosce veramente.

Ecco una rassegna di frasi che davvero non si dovrebbero mai sentire.

Tutti i bambini a 3 anni sono pronti

Ogni bambino è diverso; alcuni sono molto socievoli e interessati a relazionarsi ad altri bambini già nel secondo anno, altri sono più riservati e hanno bisogno di tempo prima di dare confidenza a persone (adulti o bambini) che non conoscono; tutto questo è semplicemente un tratto del carattere, stabile o transitorio che sia, e non ha bisogno di essere corretto né criticato, ma solo rispettato.

È normale che piangano

Nossignore, piangere è segno di disagio, se un bambino piange qualcosa non va. Poi  a volte si decide di saggiare le capacità di adattamento del bambino già parzialmente inserito, insistendo per brevi momenti e osservando se sia capace di trovare conforto nell’educatrice; la perfezione non esiste, e a volte non c’è scelta e il genitore deve tornare al lavoro, per cui adulto e bambino si adatteranno alla situazione, sapendo che quest’ultimo, col sostegno del genitore e delle educatrici, potrà gradualmente superare il trauma di separazione; ma si tratta di compromessi, di un processo di adattamento a un’accoglienza che a volte non è (e forse in certi casi non può essere più di tanto) a misura di bambino. Il fatto che i bambini siano resilienti non autorizza ad esaltare questo adattamento come fosse chissà che conquista evolutiva, teorizzandone la necessità in un percorso di crescita emotiva o educativa.

L’adulto non deve partire prevenuto o anche il bambino lo sarà

È vero, la componente emotiva può giocare brutti scherzi e le aspettative negative tendono a generare poi comportamenti reattivi che fanno avverare quelle previsioni negative. È difficile restare neutri e sereni quando sono in gioco il benessere emotivo e affettivo del proprio cucciolo. Ma queste preoccupazioni sono naturali e legittime, e consideriamo inoltre che molto spesso la mamma reagisce non a suoi timori, ma a segnali di disagio che coglie in suo figlio, e che sono invisibili agli altri. L’ingresso alla materna è un momento impegnativo sia per il bambino che per la mamma, che sono uniti da un intenso legame. Inoltre che utilità ha minimizzare o disprezzare le ansie materne? Esortare una persona in ansia a non esserlo, prescrivendo serenità come soluzione, non aiuta ma anzi fa solo sentire quella mamma inadeguata o incompresa. Anche la madre e il padre devono costruire una relazione con l’ambiente e le persone che si prenderanno cura del loro bambino; quindi l’ambientamento è anche un processo che riguarda i genitori e che va effettuato insieme a loro e non contro di loro.

In certi casi, in realtà, basta semplicemente ascoltare.

Questo cordone prima o poi va tagliato

E quanto prima o quanto poi bisognerebbe tagliarlo?

Il legame fra mamma e bambino è intenso, coinvolgente; insieme costituiscono quasi un unico sistema emotivo e biologico. Questa simbiosi è naturale e non ha nulla a che fare con situazioni regressive che possono verificarsi fra persone adulte. Ma il fatto che i due siano così emotivamente legati fra loro non significa che non siano distinti e individuati, che non abbiano una percezione dei reciproci confini. Definire “morboso”, come spesso si sente dire, il legame di attaccamento fra una mamma e il suo cucciolo di pochi anni, è frutto di puro pregiudizio. Madre e bambino sono un’unità funzionale psicobiologica, e come tale vanno trattati. Non è un ostacolo da superare, non è un vincolo da spezzare. È un punto di forza, che va valorizzato per accompagnare il bambino in un nuovo ambiente, affiancandolo mentre familiarizza col luogo, i compagni, le persone che si prenderanno cura di lui.

Siete voi che li fate piangere

Questa storia che sono le mamme a far piangere i bambini e che come i genitori vanno via i bambini sono sereni e felici è un’altra mistificazione insopportabile e una forma di manipolazione emotiva, dove si cerca di colpevolizzare le madri per il pianto dei bambini. I bambini non piangono perché hanno le mamme ansiose, ma perché degli adulti frettolosi e pressoché sconosciuti li vogliono sequestrare cacciando via i genitori in fretta e furia e a volte addirittura di soppiatto.

Troppe volte si sente raccontare di inserimenti fatti in tempi brevissimi, con impatto significativo sulla psiche e sullo stato emotivo del bambino e di conseguenza su quello della madre… e poi: “Se il bambino piange è perché siete voi a essere angosciate dal distacco”, “Se voi siete serene anche lui sarà sereno”, “Dovete avere più fiducia nelle educatrici”. Eh no, la fiducia va guadagnata, e questo avviene, tanto per il bambino quanto per i suoi genitori, stabilendo una relazione fatta anche di ascolto e di empatia, e non solo in virtù di un ruolo prestabilito. Il successo di un inserimento non dipende solo dai bimbi, o peggio dalle loro madri, dipende molto anche dalle educatrici, dall’ambiente, dagli spazi, dagli approcci e dal resto della classe.

Se si vuole scegliere un approccio direttivo, che trasformi un processo di ambientamento in un “inserimento” forzato, in cui scuola e famiglia sono in contrapposizione, e quindi basandosi sulla rottura del legame fra madre e bambino e sull’adattamento (o rassegnazione) a questa rottura, si è liberi di farlo: ma si ha il dovere di assumersi le responsabilità del disagio che questo approccio può provocare, senza razionalizzare, proiettare o ideologizzare.

Un inserimento dolce è possibile

Non necessariamente l’inserimento al nido o all’asilo è traumatico, se fatto con rispetto dei tempi e dei modi, e se il luogo in cui va il bambino è davvero interessante e accogliente. Ogni bambino è unico e non c’è una regola astratta che attesti se una certa strategia è meglio di un’altra. Non si tratta di “abituarsi” all’asilo, il bambino deve ambientarsi, che è un concetto diverso. Un processo di ambientamento deve rispettare i tempi e i modi del bambino, con la flessibilità necessaria per seguire anche le sue esitazioni e ripensamenti, per accogliere la crisi “ritardata” del bambino che sembra si sia ambientato ma va in crisi dopo un certo tempo, o quello che ha giornate negative in cui ha bisogno di essere accompagnato con maggiore sensibilità ai suoi stati d’animo.

Utopia? Niente affatto. Esistono tante realtà in cui questo approccio è già una pratica collaudata da molti anni. Nel prossimo articolo parleremo di queste realtà e di come un processo di ambientamento graduale possa conciliarsi anche con le attuali problematiche legate alle disposizioni e misure volte a limitare il rischio di contagio, e di come utilizzare le disposizioni di legge al servizio dei bisogni dei cittadini: anche i più piccoli.

Antonella Sagone, 29 agosto 2020

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