Allattare è davvero così impegnativo?

Allattare è davvero così impegnativo?

Allattare è davvero così impegnativo?

Spesso nel parlare di allattamento al seno si fa un quadro idilliaco e lontano dalla realtà, in cui la mamma che allatta viene rappresentata come una cornucopia di abbondanza, e l’accudimento del neonato viene ridotto a uno scarno schemino di poppate e sonnellini, con qualche cambio di pannolino che può essere delegato magari al papà. Uno studio effettuato intervistando coppie di genitori in attesa ha mostrato che la loro idea di una giornata con un neonato rappresentava periodi di molte ore in cui il bambino semplicemente dormiva, e pochi brevi periodi di poppate ben distanziate fra loro.

La realtà è molto differente: i piccoli dell’uomo sono del tipo a “contatto continuo”, e cercano ininterrottamente il seno, il latte, le braccia materne; anche se possono più o meno bene adattarsi anche a situazioni innaturali come il dormire in una culletta o il ciucciare un oggetto di gomma invece del morbido seno della mamma che dà il latte.

Questa enorme discrepanza fra immagine mitica e realtà ha creato per reazione la percezione dell’allattamento al seno come un grosso sacrificio, un periodo durissimo fatto di privazioni, rinunce, fatiche inenarrabili, notti insonni, vite sconvolte e fuori controllo.

Tale pregiudizio si aggancia anche all’idea infondata che allattare costituisca per l’organismo un enorme stress, che richieda energie esagerate e “rubi” al corpo della mamma preziosi nutrienti. In realtà, il corpo della donna è ben attrezzato per affrontare l’allattamento, il suo metabolismo è potenziato e con una alimentazione normalmente adeguata fa fronte con facilità al compito di sintetizzare il latte.
Non è allattare che esaurisce e affatica, ma semplicemente accudire un neonato e un bambino nei suoi primi mesi e anni di vita!

Allattare è semplice… se non si interviene a complicarlo!

L’idea che allattare sia tanto impegnativo può derivare anche dal fatto che molti allattamenti, nella nostra società così poco attenta a proteggere e sostenere la nutrice e il lattante, sono nelle prime settimane costellate di difficoltà reali o presunte: pessimi inizi in ospedale, interferenze, bambini che vengono fatti succhiare a tettarelle di gomma e paracapezzoli e poi non sanno più come si poppa al seno, allattamenti troppo poco frequenti o poppate troppo brevi per stimolare adeguatamente la produzione e drenare bene il seno, e poi la sequela di disavventure (ingorghi, ragadi, cali di produzione) e di aggeggi più o meno opportuni o usati a sproposito (biberon, disinfettanti per capezzoli, paracapezzoli, bilance, orologi…) fino ad arrivare ai divieti assurdi che rendono la vita della mamma che allatta un rosario di privazioni, con i divieti a mangiare questo o quello, le difficoltà ad uscire col bambino dentro le ingombranti carrozzine, le assurde regole da rispettare sul dove e quando far dormire il bambino, che di fatto costringono la mamma a interi mesi di clausura… tutti questi sacrifici non sono causati dall’allattamento, ma da come questo viene spesso effettuato nella nostra società.

Ci sono studi che esplorano la relazione fra depressione post parto e allattamento. Da questi studi si è visto che, in realtà, gli ormoni dell’allattamento (prolattina e ossitocina) sono in grado di attenuare gli effetti di una depressione materna. Tuttavia, questo avviene quando l’allattamento procede senza intoppi. Se ci sono difficoltà, ecco che queste possono ulteriormente scoraggiare e stressare la mamma che ha già di per sé qualche accenno di depressione.

Ecco perché è così importante proteggere l’allattamento, specie alla nascita e nei primi giorni, evitando di separare mamma e neonato, permettendo l’allattamento e il pelle a pelle immediato dopo il parto e poi le poppate senza restrizioni di frequenza o di durata.

Attenzione alle aspettative irrealistiche

Anche quando le cose filano lisce, è indubbio che per molti genitori l’arrivo del bambino in casa sia un terremoto che mette tutto sottosopra e lascia disorientati e stravolti. “Possibile che non faccia che poppare? Ma non dovrebbe dormire adesso? Perché piange, dove ho sbagliato? Quando riprenderò fiato?” Le aspettative irrealistiche ci fanno sentire tradite, inadeguate, ci mettono in allarme quando siamo invece in piena normalità.

Una buona quota dello stress, senso di sopraffazione, frustrazione e ansia che provano i genitori è spesso causata insomma dal fatto che ci si aspetta una situazione molto lontana dalla realtà. Alcune frasi fatte ci riecheggiano nella mente e ci portano fuori strada: “È un bravo bambino? Dorme le sette ore canoniche?” Ma canoniche per chi? Non per un neonato né per un lattante più grande! La cosa normale nei bambini di pochi mesi o anni è che la notte si svegliano e, per riaddormentarsi, vogliono la mamma. Ci aspettiamo che si attacchino al seno in momenti ben definiti, distanziati fra loro in modo regolare: ma non lo facciamo nemmeno noi! i nostri ritmi nel metterci in bocca qualcosa (che sia un pranzo abbondante o un bicchier d’acqua, un caffè, una caramella, una sigaretta, un gelato) sono del tutto irregolari nella durata e nell’intervallo: perché un esserino di poche settimane dovrebbe fare qualcosa di meglio? Ci aspettiamo che la notte dorma senza mai svegliarsi: ma non lo fanno nemmeno gli adulti! Ogni volta che ci rigiriamo nel letto, che beviamo un sorso d’acqua o ci abbracciamo al nostro partner, è avvenuto un breve risveglio. I bambini piccoli hanno un sonno più leggero e risvegli più frequenti, ma per riaddormentarsi hanno bisogno di aiuto, di sentirci vicini.

Certo, sentirsi dire che è tutto normale e va come deve andare non reca sollievo alla mamma con le borse sotto gli occhi e sopraffatta dall’intenso e ininterrotto impegno di un bambino piccolo. Può sentire questa informazione come una pretesa di dover tenere duro e sacrificarsi per il bene del bambino. Ma non è una questione di sacrifici ma di far quadrare i bisogni del bambino e del resto della famiglia… cosa abbastanza semplice da ottenere nel passato della specie umana, quando il carico di crescere i figli era condiviso da un intero villaggio; mentre oggi le donne si trovano sole e spesso devono sobbarcarsi questo impegno ininterrottamente, senza aiuto di altri adulti.

 

Conclusioni

Ci sono allattamenti faticosi e durissimi all’inizio, ma per cattive partenze e difficoltà da superare.

Ci sono poi allattamenti che vanno bene, il che significa, per i primi mesi almeno, avere un bambino che poppa apparentemente in modo quasi ininterrotto, che interrompe il tuo sonno per poppare 2, 3 o più volte a notte, che necessita di tempo per essere accudito, allattato, lavato, cambiato, portato in braccio, trastullato, tempo, tempo, tempo… per non parlare del tempo impiegato in altre attività collaterali, come fare la spesa andando a comprare pannolini (se li si usa), vestitini, libri di puericultura, visite dal pediatra, eccetera…

Chi pensava che crescere un bambino fosse un’attività a tempo parziale dovrà rivedere le sue aspettative.

Ma non è per sempre. È un tempo talmente breve! Un attimo, e già sono alla materna, due attimi e già tua figlia diventa donna, tuo figlio ti chiede in prestito la macchina…

Se si sceglie di considerare questo periodo di simbiosi come un’esperienza da assaporare, mollando tutti gli ormeggi e lasciando che la corrente ci porti, che cosa piacevole può essere! Nonostante la fatica fisica pura e semplice del tenere addosso il peso di un bambino per tanto tempo, e i sonni interrotti…

No, non è quello che ci esaurisce fisicamente e psichicamente. Sono le aspettative fasulle su come dovrebbe poppare, dormire, crescer un bambino che ci fanno sentire stanche, inadeguate, angosciate. Quante energie consumate invano cercando di far rientrare a forza il nostro inimitabile bambino, il nostro allattamento, noi stesse in uno schema che, oltre ad essere del tutto irrealistico, soprattutto non è il nostro ma è calato dall’esterno, da questa cultura fatta di orologi, bilance, biberon, tabelle, manuali che ti descrivono persino in che modo devi cullare il tuo bambino! Quanto tempo buttato via a cercare di indovinare i ritmi del bambino (che variano continuamente), a prevenire catastrofi del tutto teoriche, a strappare qualche minuto in più di sonno, qualche grammo in più alla bilancia, qualche secondo in meno al seno, qualche istante in più senza il bambino addosso!

Se si pensa che tutti, prima o poi, cresceranno, saranno autonomi, avranno i loro orari, mangeranno a tavola con noi, andranno in bagno da soli, si vestiranno da sé e sapranno chiederci a parole quello che desiderano, valeva la pena di darsi tanto da fare per cercare di controllare e modellare queste fugaci prime settimane con il nostro cucciolo, che in fondo non chiede altro che di stare con noi?

 

Antonella Sagone, 3 aprile 2021

One thought on “Allattare è davvero così impegnativo?”

  1. Questo articolo mostra tutto. La fatica e la bellezza. Un’esperienza dove gli opposti convivono, un po’ come il parto. La differenza può farla chi sta accanto.
    “Per crescere buon bambino ci vuole un intero villaggio”
    Grazie Antonella Sagone

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