La funzione paterna? Si chiama Amore

La funzione paterna? Si chiama Amore

La funzione paterna? Si chiama Amore

Spesso viene detto che entrambi i genitori sono importanti per il bambino, tuttavia si parla molto della madre e poco del padre. Il papà viene fatto entrare in scena successivamente, e spesso viene rappresentato con specifiche “funzioni”, non di rado molto legate a determinati stereotipi.

Ma dal punto di vista del neo-papà, che significato acquista la sua vita con l’arrivo del suo piccolo bambino?

Il tempo dell’attesa

Diventare padre è un percorso per certi versi più arduo di quello di diventare madre. In soli nove mesi, deve abituarsi all’idea ma senza quella “presa diretta” che ha la sua compagna, portando il piccolo nel grembo. Rispetto all’intenso legame biologico che c’è fra la mamma e il suo bambino, si può sentire perso e spiazzato. Gli sembra tutto molto teorico e irreale, mentre la futura mamma accanto a lui già rivoluziona i cassetti, sposta i mobili di casa e sembra avere le idee così chiare…

Si sente inoltre scivolare “sullo sfondo” nella sua relazione coniugale, ora che la sua compagna è già assorbita nella dimensione materna. Sarà un padre competente? Se oggigiorno è raro che una donna abbia mai avuto occasione di accudire dei neonati nella sua esperienza di vita, ancora più raramente questo avviene nella vita dei futuri padri. E lui non ha gli ormoni ad aiutarlo, quel fiuto infallibile che fa già dire a sua moglie, persino adesso che il bambino non è ancora nato, «oggi è nervoso».

La prigione degli stereotipi di ruolo

Le aspettative della nostra società, nei confronti delle madri e dei padri, sono differenti. Nonostante donne e uomini lavorino entrambi già da un pezzo nella stragrande maggioranza delle famiglie, ancora resiste il mito dell’uomo che va a guadagnare il pane per tutti. Il futuro padre sente su di sé interamente il peso di questa responsabilità. In un mondo del lavoro sempre più competitivo, si chiede se ce la farà a mantenere a garantire una sicura base economica per moltissimi anni alla famiglia che cresce.

Se alla donna che diventa madre ci si permette di rivolgere consigli e critiche, caricandola di pretese e mettendo spesso in atto pesanti interferenze nella sua relazione col neonato, quanti padri ricevono analoghe pressioni? Le donne si lamentano di più fra loro, raccontandosi queste pressioni sgradevoli, ma nella cultura maschile non c’è altrettanta confidenza fra pari, perché lo stereotipo di genere che imprigiona i maschi include anche il non mostrare debolezze o fragilità, per cui è più probabile che i padri tengano per sé dubbi e critiche ricevute. Questo può rendere le pressioni più pesanti e aumentare lo stress del futuro o neo-papà. Capita spesso poi che l’uomo riversi sulla donna le sue incertezze o scarichi su di lei le critiche e le ansie subite, e questo può sfociare in conflitti e in una chiusura comunicativa nella coppia, senza acquisire la consapevolezza che entrambi, padri e madri, sono vittime della stessa cultura e degli stessi pregiudizi. Quello della pressione indiretta sulla mamma, che agisce attraverso il padre, potrebbe insomma essere un fenomeno sommerso.

La gabbia degli stereotipi di ruolo relega per tradizione alla donna tutta la sfera delle emozioni, quindi l’accudimento affettivo, il nutrire, il contenere, e anche l’onere di tutte le pratiche necessarie di cura all’interno della casa; mentre al padre le aspettative sociali consegnano gli oneri del sostegno economico, della gestione razionale, normativa e proattiva delle necessità familiari, e le relazioni esterne alla famiglia. Pur in una società profondamente cambiata rispetto a quella patriarcale, in cui, di fatto, entrambi i genitori spesso lavorano, e l’emotività non è più appannaggio necessario della sola madre, questi luoghi comuni resistono e influenzano i comportamenti e le aspettative.

Un altro pregiudizio vuole la madre come riluttante a separarsi dal bambino e vincolata a lui da un legame viscerale, quasi soffocante, mentre il padre assumerebbe il ruolo di separatore, colui che recide il cordone e in seguito il legame forzando il bambino all’autonomia, a distaccarsi dalla relazione materna. Questa idea è figlia della nostra cultura, che teme i legami affettivi e tende alla fantasia narcisistica di potere e dovere bastare emotivamente a se stessi, senza il conforto delle persone care. Quindi non solo occorre superare questa dicotomia madre=che trattiene / padre = che separa, ma abbandonare l’idea che il bambino abbia bisogno di aiuto per individuarsi e separarsi dai legami affettivi. Diamo più fiducia ai nostri figli e alla loro capacità di rendersi autonomi e di realizzare pienamente il proprio potenziale, senza bisogno di lacerazioni imposte dall’esterno.

Pur non negando che esistono sfumature diverse negli stili di accudimento materni e paterni, dovuti anche ad aspetti biologici come l’interdipendenza dei sistemi neuro-endocrino-immunitari di madre e figlio, questo non preclude affatto ai padri, fin dalla nascita, il coinvolgimento emotivo, l’intimità di un legame affettuoso con il neonato, la competenza a decodificarne i segnali, così come non preclude alla madre gli aspetti normativi e proattivi. Uscire dagli stereotipi di genere non significa appiattire, ma anzi ampliare la gamma espressiva e di vissuti che madre e padre possono sperimentare nella relazione con il loro bambino.

Una funzione non solo indiretta

Molto spesso il papà viene fatto “rientrare” nell’intreccio del sistema familiare affermando, come per recuperare l’esclusione già avvenuta, che anche il padre è fondamentale nei primi mesi di vita: infatti la mamma ha bisogno del suo sostegno per incoraggiarla nell’allattamento e nell’accudimento del bambino, e anche di essere protetta dalle interferenze e pressioni esterne tramite la funzione di “filtro” che il suo partner può effettuare per evitargli critiche e consigli o interventi non richiesti.

Sicuramente il padre è importante nel fare da filtro per la mamma contro le interferenze e per accudire la mamma che allatta; però non dimentichiamo che il punto non è questo, ma è permettere al padre di trovare una connessione col bambino. È vero che non può dare il seno, ma con i tanti bisogni del bebè non c’è difficoltà a trovare ambiti in cui entrare in contatto con suo figlio senza bisogno di ulteriori giustificazioni, senza ruoli strumentali, senza funzioni “utilitaristiche”, non per aiutare ma solo per il puro piacere di relazionarsi a lui. Può essere portare il bambino addosso, fare il bagno insieme, passare del tempo solo a guardarsi negli occhi, parlargli con quel timbro profondo che ai bambini riverbera dentro e che proprio per questo amano tanto. Può essere una dimensione ludica, anche un gioco stupidissimo come lasciargli cadere sul viso un pezzetto di stoffa e ridere insieme. Può essere tenere il bambino semplicemente pelle a pelle, magari dopo la poppata, per un po’ di tempo ogni giorno: un modo meraviglioso per cominciare a connettersi a lui o lei e fare la conoscenza reciproca in modo profondo, viscerale, al di là di manuali e regolette.

Spesso la mamma è riluttante a mettere il bambino fra le braccia del papà perché lui sembra appunto poco connesso al piccolo, e quindi i suoi gesti possono apparire rigidi o goffi, o magari inappropriati o lenti (ad esempio a cogliere quei micro-segnali non verbali che indicano che il bambino è stanco o stressato da una determinata cosa). Ma è importante che la mamma, se non c’è urgenza di intervenire rapidamente, impari a resistere alla tentazione di strappare il bambino dalle braccia del papà, e lo aiuti e incoraggi invece a poco a poco a prendere contatto e dimestichezza con questi segnali, anche spiegandogli i vari segni non verbali che il bambino gli rimanda.

Fare spazio al papà

È importante sottolineare che non esiste un solo modo di essere madre o padre, e quindi ciascuno dei due dovrà imparare ad accettare il fatto che l’altro farà le cose “a modo suo”. Anche se l’impulso può essere, per un genitore, quello di sostituirsi all’altro per “far vedere come si fa”, occorre rispettare, lasciare spazio allo sviluppo di uno stile personale che ciascuno dei due membri della coppia genitoriale deve sviluppare. Così, sebbene il papà sembri alla mamma “imbranato” a cambiare un pannolino, o troppo brusco nel maneggiare il bambino, o i suoi ritmi appaiano completamente diversi da quelli materni, a volte si tratta solo di aspettare un poco, limitandosi a guardare e, in particolare, a osservare le reazioni del bambino: sarà lui a insegnargli, a indicare a suo padre cosa gli è più gradito. Il papà dovrà imparare a capire quando suo figlio gli segnala che è stanco di giochi e ha bisogno di coccole, oppure di rifugiarsi fra le braccia della mamma; e la mamma a sua volta dovrà imparare a comprendere che, anche se le braccia del papà e la sua voce hanno un ritmo diverso dal suo, il suo bambino le trova altrettanto entusiasmanti da sperimentare. Occorre dare tempo a questa coppia, il papà e il suo piccolo. Ma soprattutto permettere al padre di passare del tempo non finalizzato con il bambino, cioè non allo scopo di adempiere a una funzione (cambiare il pannolino, fargli il bagno, addormentarlo) ma puramente perché possano stare insieme senza limiti di tempo o di obiettivi: in una parola, per innamorarsi reciprocamente.

Antonella Sagone, 13 luglio 2021

2 Replies to “La funzione paterna? Si chiama Amore”

  1. A volte, ci sono mamme che vorrebbero tanto quella connessione padre/figli*, che cercano di far capire loro che il tempo passato a coccolare ed osservare i figli è proprio ciò di cui hanno bisogno entrambi…! Ma si ritrovano papà intenti solo a screditare il legame, anche biologico, con loro stesse, che il tempo da passare coi figli è utile solo per tenerli forzatamente altrove e che il tempo delle coccole non sia necessario…

    1. cara mamma,
      è davvero dura quando la visione della relazione genitoriale è così distante fra i due genitori… a volte coniugi che “funzionavano” prima dell’arrivo dei figli, nel contesto della genitorialità scoprono aspetti sui quali non si erano mai confrontati, e spesso dinamiche interne alla coppia si riversano nella loro relazione coi figli, che vengono “messi in mezzo”. La mia opinione è che si dovrebbe lavorare soprattutto sulla relazione di coppia, anche sia per raggiungere un “accordo sul disaccordo” e trovare modalità non conflittuali di gestire la loro educazione. Che un genitore sia più portato alle cure prossimali e l’altro meno ci sta, ma questo non dovrebbe divenire motivo di discredito del coniuge o elemento di conflitto, quando succede occorre cercare anche se possibile un mediatore che riporti la coppia sui binari del lavoro su se stessi e la loro relazione, che sia con lo scopo di recuperarla o quello di separarsi, perché comunque genitori si resta sempre.

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