Scherno o disagio? Non fraintendiamo le espressioni dei bambini

Scherno o disagio? Non fraintendiamo le espressioni dei bambini

Scherno o disagio? Non fraintendiamo le espressioni dei bambini

“Questo bambino non solo non mi ascolta, ma si prende gioco di me!

Quante volte sentiamo un adulto lamentarsi del fatto che il proprio figlio, o nipote, o alunno, manca di rispetto, e quando viene rimproverato invece di mostrarsi contrito sorride? Questi adulti restano veramente costernati di fronte al modo in cui il bambino reagisce ai loro rimproveri. Nonostante le spiegazioni, le esortazioni, i lunghi discorsi, il bambino sembra ascoltare appena, sfugge lo sguardo, e addirittura “ride sotto i baffi”.

La sensazione è di non avere alcuna presa sul bambino, non essere considerato seriamente, addirittura essere sfidato. Specialmente con un bambino piccolo, può essere frustrante constatare che le nostre parole non sortiscono effetto, e il bambino sembra non capire oppure addirittura ripetere apposta il comportamento indesiderato, divertirsi a vedere il disorientamento dell’adulto.

Ma siamo sicuri che le cose stiano davvero così?

A volte, semplicemente, le espressioni del bambino, specie quello più piccolo, vengono fraintese.

È fondamentale comprendere questo punto importante, che è all’origine di tanti fraintendimenti e tragiche reazioni, di biasimo e punitive, verso i bambini quando vengono sgridati.

Gli si legge in faccia? Non sempre!

Interpretare le espressioni del viso può essere un’arte complessa; e ancora di più quando si tratta del viso di un bambino. Infatti, il linguaggio non verbale di un bambino piccolo, sebbene abbia molti punti in comune con quello degli adulti, in alcune situazioni è differente. Il bambino non ha ancora imparato a modulare la mimica del viso o del corpo secondo la cultura di appartenenza, e le sue reazioni emotive si affacciano in superfice e vengono espresse in modo istintivo, innato; e questo modo a volte viene frainteso.

L’esempio più eclatante riguarda il modo in cui il bambino esprime il disagio e lo stress.

Un neonato, ad esempio, può facilmente sentirsi sopraffatto dagli stimoli, e se è stanco e stressato non esprimerà questo disagio con il pianto bensì con un ritiro emotivo che si manifesta con segni caratteristici:

  • Diversione dello sguardo
  • Chiudere gli occhi
  • Corrugare verticalmente la fronte (sollevarla)
  • Labbra serrate e stirate in una specie di sorriso
  • Labbra serrate e corrugate
  • Sbadigli
  • Pugni serrati, posizione raccolta.

Un neonato in stress può sembrare quasi addormentato, e il suo atteggiamento venire facilmente equivocato. Questo succede ad esempio lasciando il bambino piangere, perché magari ai genitori è stato detto che il bambino va disabituato a piangere in determinate situazioni o momenti, oppure che deve imparare a calmarsi da solo.

Il sistema sembra funzionare, perché il bambino a un certo punto si quieta. Tuttavia l’immobilità, gli occhi e la bocca chiusa, non sono accompagnati da una distensione ma anzi da una tensione muscolare che a un’osservazione più attenta appare evidente nella contrazione dei muscoli delle labbra, nelle mani, nella fronte.

In altri casi il bambino esprime lo stress guardando di lato o con una specie di sorriso tirato. Questo può essere irritante per l’adulto se non conosce le caratteristiche infantili di queste espressioni.

Infatti, quando un adulto, ripreso su qualcosa, sorride, ciò viene letto come scherno, spavalderia, sfida, tentativo di sminuire ciò che viene detto. E c’è una appropriata reazione di indignazione o collera. Un adulto infatti sa affrontare le critiche e ci si aspetta che guardi negli occhi il suo interlocutore e rispecchi l’espressione seria dell’altro.

Un bambino, invece, quando viene ripreso fa molta fatica a guardare negli occhi l’adulto che lo sta rimproverando, con un atteggiamento di disapprovazione. Può sentirsi sopraffatto dalle emozioni, e non reggere lo sguardo giudicante dell’adulto; guarda di lato o addirittura chiude gli occhi, perché in questo modo sfugge alla situazione stressante e riduce il flusso di stimoli sensoriali che in quel momento manda in tilt un sistema già sovraccarico di emozioni. Il suo sguardo laterale non significa “ti sto volutamente ignorando”, bensì: “per piacere, abbassa la voce, parlami con gentilezza, non essere arrabbiato con me, sto troppo male e voglio fuggire via”.

C’è sorriso e sorriso

Il sorriso nei bambini è a volte un sintomo di tensione, conflitto e disorientamento. È una reazione del tutto ancestrale, che non ha nulla a che fare col sorriso sociale e nemmeno con un atteggiamento sfrontato, anche se purtroppo viene letto in questo modo.

Quando un bambino sorride davvero, tutta l’area delle palpebre inferiori si arriccia, gli occhi si restringono, lo sguardo è diretto e brillante, le guance fanno le fossette. Nel sorriso di imbarazzo o di stress, le palpebre inferiori restano rilassate, a volte quelle superiori si abbassano, e lo sguardo spesso sfugge. Può essere a labbra serrate, oppure scoprendo i denti. è un sorriso stirato e significa “non ho capito perché ce l’hai con me ma ti prego non aggredirmi”, un significato squisitamente istintivo che condividiamo con i nostri parenti più stretti, i primati.

Se osserviamo ad esempio le espressioni del viso di uno scimpanzé, il nostro “cugino” più prossimo, vediamo che vi sono due tipi di “sorrisi”: quello a bocca chiusa e quello a bocca aperta.

Il sorriso a bocca chiusa, le labbra stirate indietro e a scoprire le gengive, i denti serrati, è un’espressione di resa, sottomissione, remissività. Serve a segnalare a un altro membro del gruppo, più forte o in atteggiamento aggressivo, che la sua autorità viene riconosciuta e non si hanno intenti aggressivi. “Sono tuo amico, non mi aggredire, non hai nulla da temere da me”.

Completamente diversa è l’espressione giocosa, simile a una risata a bocca aperta, il capo un po’ reclinato all’indietro, il labbro inferiore abbassato a scoprire i denti, il labbro superiore abbassato a coprirli.

Mentre le risate umane adulte spesso sono una via di mezzo fra questi due modelli, cioè la bocca è socchiusa ed entrambe le arcate dentali sono scoperte, nel bambino molto piccolo la faccia giocosa, il suo modo di ridere è sorprendentemente simile a quello dei primati.

Conclusioni

Nel volto sono presenti 36 muscoli che, contraendosi e rilasciandosi in innumerevoli combinazioni, permettono di esprimere le più fini sfumature degli stati d’animo. Il maggior numero di questi muscoli si trova intorno alla bocca, modulando le varie tipologie di sorriso; gli occhi confermano o smentiscono l’emozione espressa dalla bocca. Le modulazioni delle espressioni sono in parte istintive e innate, ma vengono articolate e variate a seconda della cultura di appartenenza. L’apprendimento di questo linguaggio è precocissimo, e si sviluppa attraverso l’interazione sociale dapprima del neonato con la mamma e i familiari, in seguito del bambino più grande con il gruppo dei coetanei e degli adulti, appartenenti al sistema più esteso di relazioni. Quello di cui abbiamo bisogno è un’intensa vita sociale, che è ciò che ogni essere umano si aspetta dalla vita, ciò per cui è stato predisposto.

Purtroppo al giorno d’oggi l’assenza del villaggio, della famiglia allargata, l’isolamento della famiglia nucleare, e la sostituzione di interazioni virtuali a quelle reali ha profondamente impoverito e stereotipato la nostra esperienza: si pensi alla mimica spesso rozza e sguaiata, semplificata, di tanti cartoni animati, o ancora di più all’assortimento ridotto, schematico e asettico delle emoticon. E vogliamo parlare delle mascherine, che cancellano metà delle espressioni del viso? Che impatto ha questa esperienza nell’apprendimento all’interpretazione delle espressioni, nei bambini nati negli ultimi due anni?

Quello che non si è appreso adeguatamente nell’infanzia, o che si è disimparato per mancanza di pratica, va recuperato al più presto. Diamo maggior valore alle interazioni di persona, e verso i nostri bambini recuperiamo uno sguardo attento, privo di pregiudizi e di etichette, un’osservazione dettagliata e nello stesso tempo globale del loro linguaggio non verbale, che ci permetta di ritrovare la connessione emotiva con loro e di capirli sempre meglio.

Antonella Sagone, 6 novembre 2021

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