Che cos significa un “buon parto”?

Che cos significa un “buon parto”?

Che cosa significa un "buon parto"?

Che cos’è un “buon parto”? Quali elementi devono entrare in gioco nella sua valutazione? La salute di mamma e bambino? L’ampiezza del margine decisionale della partoriente riguardo a tempi e modi di partorire? La sicurezza e affidabilità delle procedure adottate? La gestione del dolore di parto? Le emozioni? L’adesione ai protocolli?

Le aspettative e i criteri di valutazione rispetto alla “buona riuscita” di un parto sono molto vari e si radicano su prospettive molto differenti riguardo agli elementi da valutare.

Una donna che ha avuto, dal punto di vista sanitario, un “buon parto” in ospedale (inteso come vaginale, senza complicazioni, senza interventi operativi) può sentirsi comunque triste, depressa, arrabbiata, disorientata, con un senso di perdita o di delusione… e nessuno capisce. A volte nemmeno lei stessa… Nel profondo la donna sente che qualcosa le è stato negato e che le cose sarebbero dovute andare in un altro modo!

Sull’altro versante, un parto “selvaggio”, in cui la cascata ormonale del travaglio e i riflessi arcaici non siano stati inibiti od ostacolati, Con la partoriente che cambia posizione, che può gridare, che gestisce attivamente il processo anche decidendo, momento per momento, chi e come può affiancarla, può agli occhi di chi assiste al parto essere percepito come un parto scomposto, rischioso, velleitario, sofferto, in dissonanza con il vissuto materno che può invece essere successivamente rievocato con sensazioni di pienezza, forza e appagamento.

Paradigmi inconciliabili

Queste dissonanze fra la percezione degli operatori e delle partorienti, o da un’altra angolazione la divergenza sul fronte di chi chiede che nel parto ci sia più “naturalità” e chi invece più “sicurezza” penso sia un nodo cruciale da comprendere. Quanti, fra medici e ostetriche che lavorano in una struttura ospedaliera o clinica, hanno mai avuto occasione di assistere a un parto veramente indisturbato, attivo? Vedere davvero la fisiologia, la potenza selvaggia e la delicatezza del gioco degli ormoni in una donna che può partorire secondo natura? Un approfondimento su cosa si intende per parto fisiologico e indisturbato si può leggere in questo articolo.

Questa visione del parto, questo paradigma, condiviso da una parte delle madri e degli operatori che hanno avuto modo di sperimentarlo o elaborarne il senso, vede il parto come un momento di passaggio colmo di emozioni e sensazioni intense, l’espressione culminante della potenza generatrice femminile, un processo iniziatico che prelude al primo incontro con il bambino e che ha bisogno di accompagnamento discreto, di calma, di accoglienza, di intimità e di amore.

Per chi invece, da utente o da operatore, non è mai venuto in contatto con questa esperienza, il parto indisturbato può essere facilmente percepito come una via crucis, una specie di inevitabile tormento che i medici e le infermiere sono lì per rendere il più breve possibile, sottraendo per quanto possibile la donna a tale esperienza. Il paradigma del parto come evento rischioso e doloroso trasforma l’assistenza inevitabilmente in una sequenza di interventi per “riparare” questo processo come si trattasse di una patologia da curare. L’enfasi qui è posta sull’efficienza e appropriatezza degli interventi, sulla rapidità di esecuzione, sulla sicurezza ed efficacia. Le aspettative nei confronti della partoriente sono che si affidi fiduciosamente alle cure offerte, non interferisca e che successivamente provi gratitudine per la “buona riuscita” del parto, e per aver efficientemente liberato dal bambino un corpo che non poteva ulteriormente contenerlo.

Da questa prospettiva risulta quindi comprensibile lo sconcerto o l’irritazione quando le donne invece rifiutano l’assistenza offerta e non collaborano… si lamentano… si ribellano addirittura in certi casi! Le istanze delle donne che provengono da un paradigma di parto totalmente differente vengono percepite come una conferma di un già esistente pregiudizio di “incompetenza” della donna, laddove il parto diviene una questione medica; e le reazioni emotive come dovute a una tempesta ormonale da ridurre sotto controllo oppure come un atteggiamento di sfida, un sintomo di illusione ideologica e successivamente un segno di ingratitudine.

La sofferenza negata

La campagna mediatica “basta tacere”, lanciata nel 2016 su un social dall’Osservatorio sulla violenza ostetrica, invitava le donne a riferire anonimamente la violenza e la tristezza delle loro esperienze di parto. Nell’arco di soli 15 giorni questa campagna ha raccolto 1136 testimonianze e generato circa 70.000 interazioni da parte degli utenti. Questi racconti erano a volte orribili, altre volte “soltanto” tristi. Fra mancanza di competenze relazionali, inadeguatezze delle strutture, tensioni lavorative, problematiche personali, l’assistenza al parto spesso era descritta come insensibile, brusca, frettolosa, a volte inutilmente crudele.

L’impatto di questa campagna è andato molto oltre le finalità originarie (di supporto a una proposta di legge sulla violenza ostetrica), scoperchiando un vaso di pandora e rompendo il muro del silenzio sul vissuto di parto di tante donne che fino a quel momento avevano taciuto, per pudore, repulsione per l’esperienza subita o semplice scoraggiamento, avendo ripetutamente constatato che le loro storie e le loro emozioni venivano fraintese e non prese sul serio.

Sebbene troppe testimonianze riportassero reali violenze, abusi, errori gravi perpetrati sulla partoriente e sul bambino, in questo articolo vorrei soffermarmi non tanto sugli episodi di mala sanità, e nemmeno su quelli di eccesso di intervento sanitario (riguardo alla troppa medicalizzazione del parto e della nascita, potete leggere questo articolo). Vorrei invece soffermarmi su ciò che quasi sempre manca  in un’assistenza al parto “corretta” dal punto di vista dei protocolli.

Le reazioni alla campagna “basta tacere” sono state, da un lato, di indignazione e anche a volte di una semplicistica condanna e disistima di tutta la classe medica e infermieristica, suscitando dul versante degli operatori in reazioni difensive e altrettanto indignate, con accuse di aver voluto fare una campagna denigratoria verso intere categorie di professionisti.

Sull’altro versante ci sono dunque state reazioni di scetticismo, sufficienza o indignazione da parte di operatori sanitari convinti di dare già oltre il loro massimo sul lavoro: “Che esagerazioni!” è spesso stato il commento immediato, non solo espresso dagli operatori, ma anche da una consistente parte delle donne stesse. Si tratta di un atteggiamento negazionistico, una rimozione collettiva della violenza che non deriva da semplice mancanza di conoscenza o consapevolezza, ma da un attivo negarsi l’accesso a questo sapere e a questa coscienza, anche emotiva, per impedire al dolore legato alla violenza di emergere in tutta la sua intensità. È da questo, al di là delle reali aggressioni fisiche o verbali a volte narrate nelle testimonianze, che nasce la ferita interiore che emerge con voce corale dalle donne che hanno vissuto con sofferenza il loro parto, e che narra vissuti di solitudine e svilimento.

La mancanza di comprensione per la ferita emotiva che lascia un parto medicalizzato (o anche semplicemente disturbato, non accompagnato, subito passivamente), e la mancanza di empatia per il senso di perdita e l’esperienza traumatica che ci può essere dietro (sì, anche in un parto in cui “è andato tutto bene” la semplice separazione dal bambino può essere un trauma!) causa un’ulteriore ferita nella donna che ha partorito vaginalmente ma che è stata espropriata del “suo” parto, che ha avuto interferenze presentate come la normalità, e che spesso nemmeno è pienamente consapevole dello stravolgimento che ha subito e chiama il suo parto “naturale”. Questa donna sente nel profondo che qualcosa di molto importante le è mancato, e a volte cade in depressione senza “valide ragioni”.

Questi sentimenti vengono sminuiti o rimproverati alla madre, a cui viene detto: “Ma di che ti lamenti, in fondo è andato tutto bene, siete sani e salvi”, inibendone la possibilità di rielaborare il lutto di un parto così lontano dalle proprie aspettative..

In un parto subìto, la donna non “dà alla luce” suo figlio, ma viene “fatta partorire” e il bambino viene “fatto nascere”; e dopo questa esperienza il senso di perdita materno non solo non viene riconosciuto, ma nemmeno ha un nome. Ci possono essere vissuti di estraniazione, di mancanza di attrazione verso il proprio bambino, fino a ricevere l’abusata etichetta di “depressione post parto”, dando così la colpa agli ormoni impazziti.

Ma più che di depressione, in questo come in tanti casi si dovrebbe parlare di sindrome post-traumatica, perché è di questo che stiamo parlando: esperienze di parto che diventano un trauma, una ferita che ha bisogno di essere prima di tutto compresa, ascoltata, riconosciuta. E poi rielaborata emotivamente.

Non normalizziamo la violenza

Sul versante degli operatori sanitari, lo stesso termine “violenza ostetrica” può essere percepito come ingiusto e offensivo, e così è stato, in particolare da parte delle ostetriche, che per missione e vocazione si sono sempre collocate vicino alla donna, in modo empatico e a protezione dei processi fisiologici di tutta la loro vita riproduttiva.

Non tutti prendono la donna a male parole o la aggrediscono anche fisicamente intervenendo pesantemente nel loro parto. Tanti operatori, specie ostetriche, lavorano faticosamente sostenendo come possono la donna in situazioni spesso poco vivibili, e mettere l’accento solo sul comportamento degli operatori senza evidenziare questi aspetti legati all’ambiente fisico e relazionale dei punti nascita offre una visione troppo ristretta delle problematiche che interferiscono con la fisiologia della nascita, e che alienano non solo la donna, ma anche le figure sanitarie che la affiancano mentre dà alla luce il suo bambino.

Questo però non significa assolvere le carenze strutturali e umane con cui si svolge l’assistenza al parto. Questa va ripensata, e i vissuti degli operatori vanno accolti ma anche elaborati. Spesso la routine, le pressioni dall’alto, i protocolli e lo stesso ambiente fisico che ospita la donna in travaglio spingono l’operatore a perdere la sua umanità e a sviluppare un approccio, una modalità comunicativa e di relazione poco sensibile, empatica e rispettosa dei bisogni e delle emozioni della partoriente, più legata insomma a un modo di essere frettoloso e interventista, anche se formalmente “impeccabile”. Penso che sia importante compiere una riflessione su quale sia la percezione di quegli operatori che quegli atti, quelle parole le hanno pronunciate; oppure hanno assistito e non le hanno percepite abbastanza gravi da rendere necessaria una qualche reazione; oppure che pensano che sia “esagerato” definirle abusi o violenze.

Se vogliamo uscire da questa spirale di violenza e omertà, dobbiamo capirne le radici e anche i meccanismi di negazione che fanno sì che la violenza ostetrica resti tutt’ora sommersa.

Ecco, io ripartirei dalla “normalizzazione della violenza” nei confronti dell’elemento debole: di volta in volta il bambino, l’anziano, la donna, la partoriente, il disabile, l’animale da allevamento. Questa violenza non nasce dalla crudeltà e dalla voglia di far soffrire, nasce da un’operazione di scissione dalle emozioni, di sospensione dell’empatia, un’operazione di depersonalizzazione in cui la persona o la creatura senziente che si ha di fronte diventa un po’ meno viva, umana, sensibile, reale e si trasforma in un oggetto da usare o da trattare, come fosse un prodotto greggio che va lavorato per diventare prodotto finito. È questa la banalità del male che è tanto difficile da sradicare, perché non nasce dalla crudeltà ma dall’indifferenza e dall’inconsapevolezza.

Finché l’assistenza a nascere e partorire verrà concepita come un “far” nascere e partorire, finché la gravidanza verrà considerata un peso da portare (lo dice la parola stessa!), il parto come un momento di rischio, il travaglio come un tormento da abbreviare il più possibile, e la nascita di un bambino come l’estrazione di un neonato dal corpo materno, gli operatori saranno convinti di dover fare del loro meglio anche a costo di lottare contro la donna stessa.

Per uscire da questa narrazione e recuperare il senso della fisiologia, della sacralità del dare alla luce, della fiducia nella madre e nel bambino e della loro capacità di partorire e di nascere, occorre un cambiamento culturale profondo che abbandoni il paradigma del curare e adotti quello del prendersi cura, ricostituendo un circolo virtuoso che deve e può instaurarsi fra gli operatori e le madri, i bambini, le coppie genitoriali, a cooperare per assecondare i processi vitali: con abilità ma anche con amore.

Antonella Sagone, 25 giugno 2022

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