La frustrazione è necessaria per crescere?

La frustrazione è necessaria per crescere?

La frustrazione è necessaria per crescere?

Un neonato di tre mesi piange ed è agitato, e dà chiari segni di cercare il seno e voler poppare.

Una piccola di otto mesi la notte si sveglia nel suo lettino, si trova sola e piange e non riprende sonno finché non accorre la mamma a prenderla in braccio e magari allattarla.

Un bambino di 2 anni sta cercando di aprire un barattolo svitando il tappo ma non ci riesce, a un certo punto lo scaglia via e si getta a terra piangendo e stridendo in preda a una crisi di rabbia.

Tutte e tre queste situazioni vengono spesso descritte come esperienze di “frustrazione”, e una certa cultura psicologica si fa avanti a spiegare ai genitori come si dovrebbero comportare, spesso suggerendo di non intervenire subito e descrivendo queste esperienze del bambino non solo come inevitabili, ma anche come buone e necessarie, perché, si dice, il bambino ha bisogno di sperimentare la frustrazione per poter maturare e crescere.

Ma è davvero, e sempre, proprio così?

Luoghi comuni sulla frustrazione

Vediamo un po’ di affermazioni che vengono dette ai genitori, riguardo alla frustrazione dei figli.

  • Il bambino ha bisogno di sperimentare la frustrazione, perché questo lo spinge a mettere in atto la sua capacità di superarla da solo, calmandosi senza l’aiuto dell’adulto: una grande conquista di cui non vogliamo privarlo!
  • Il bambino ha bisogno di sperimentare la frustrazione perché questo stimola la sua abilità a risolvere i problemi, rendendolo più capace e forte e aumentando la sua autostima.
  • Provando frustrazione, il bambino comincia a struggersi per ciò che non ha, e questo desiderare è la prima traccia del suo pensiero immaginativo. Il desiderio è fondamentale perché supporta lo slancio del bambino a cimentarsi con la vita, se soddisfiamo troppo in fretta i suoi bisogni il bambino non svilupperà mai questo slancio e il piacere di mettersi alla prova e di perseguire degli obiettivi.
  • Se i genitori sono troppo solleciti a rispondere ai bisogni del bambino, lo rendono fragile e insicuro, perché gli mandano il messaggio che non ce la può fare da solo.
  • Se i genitori rispondono troppo prontamente alle richieste del bambino, questi crescerà incapace di sopportare la frustrazione (e il mondo è duro!), e quindi pretenderà sempre di essere accontentato in tutto, crescerà egoista e viziato, incapace di avere pazienza e comprensione per gli altri.

Sono argomenti molto convincenti se presi così in astratto, e molti genitori si colmano di dubbi, dopo averli ascoltati, quando si trovano davanti il loro bambino in lacrime e il loro istinto sarebbe quello di accorrere subito a confortarlo e a provvedere ai suoi bisogni.

Ma questo è il problema quando si cerca di seguire delle regole assolute. Ogni cosa va valutata nel contesto in cui avviene, e in base a tanti fattori diversi: l’età del bambino, la natura del suo disagio, la situazione contingente, i bisogni e le emozioni del bambino e delle persone intorno a lui.

Vediamo qualcuno di questi aspetti.

Bisogni legittimi e bisogni “illegittimi”

A volte il modo in cui gli adulti rispondono al pianto o alle richieste del bambino dipende esclusivamente dal valore che danno ai bisogni che esprime. Sembra che spesso si crei una classifica dei bisogni, in cui alcuni di essi sarebbero legittimi e inderogabili, mentre altri sarebbero un “di più”, una richiesta di superfluo che l’adulto può decidere, o meno, di soddisfare, ma di cui il bambino può, volendo, fare benissimo a meno.

Per esempio, non è insolito per una donna che allatta a richiesta sentirsi dire queste frasi piene di assoluti: “Eh, ma non si può mica stare sempre al loro servizio… se gli dai il seno ogni volta che lo chiede diventi sua schiava… devi far capire chi è che comanda… d’accordo rispondere alle sue richieste, ma senza esagerare! Per cinque minuti di pianto non muore di certo, può anche imparare ad aspettare un po’, altrimenti non saprà mai sopportare la frustrazione… Se l’allatti tutte le volte che piange, assocerà la consolazione al cibo e diventerà bulimica!”

E spesso, stiamo parlando non di un bambino di otto anni, ma di un neonato di pochi mesi.

Ora, per un attimo, proviamo a pensare che invece del seno si stia parlando del cambio di pannolino. Il bambino è sporco, a disagio, e piange per essere cambiato: “Se lo cambi ogni volta che piange per lo sporco, imparerà ad associare la consolazione al venire pulito e diventerà un ossessivo che si lava continuamente” – suona completamente assurdo!

Se un adulto affermasse il suo diritto, anzi la bontà educativa di lasciare un bambino sporco per un po’ di tempo perché impari chi comanda, perché impari a sopportare la frustrazione, come chiameremmo il comportamento di quell’adulto? Abuso e negligenza!

Cos’è che fa sembrare ragionevoli queste frasi quando sono applicate all’allattamento o alla richiesta di essere preso in braccio, ma non quando sono applicate all’igiene del bambino?

Sembra che si sottintenda che il bambino che piange e chiede il seno e l’abbraccio della mamma non abbia veramente bisogno di poppare o di contatto. Questi bisogni vengono minimizzati, sminuiti, la funzione di sostegno biologico e psichico dell’allattamento viene fortemente ridimensionata e negata al di fuori degli aspetti nutritivi.

Il punto è che un bambino negletto perché non viene cambiato mostra segni tangibili del suo disagio: il pannolino puzza, il sederino si arrossa. Impensabile!

Ma un bambino che piange per il bisogno di poppare – che, nota bene, non è solo necessità nutritiva – o perché ha bisogno di essere abbracciato e confortato dalla presenza dell’adulto, i segni della sua sofferenza li ha nascosti dentro di sé. E qualcuno ci ha martellato per farci credere che allattare è solo nutrire, che accudire è solo soddisfare i bisogni di sopravvivenza, e quindi una volta che lo stomaco del bambino è presumibilmente pieno (seno o biberon che sia), che è stato cambiato, che ha una temperatura confortevole ed è asciutto e pulito, il resto è “capriccio”.

Il rischio di “viziare”

Questa teoria si fonda sul mito del “troppo amore” dei genitori verso i loro figli. Essere amorevoli, protettivi, solleciti a rispondere ai loro disagi, viene bollato come “iperprotettività”. Si associa l’idea dell’individuo che ha bisogno degli altri per conforto con l’idea del neonato inerme, e quindi la si fa corrispondere a una condizione infantile che va superata, anche se con sofferenza. E dato che il bambino ha uno slancio a crescere, si accusano i genitori “troppo affettuosi” di voler mantenere i loro figli in una condizione “infantile”. Ma chi ha detto che diventare adulti significhi non aver più bisogno dell’affetto e del sostegno degli altri? Che male c’è a sostenersi l’uno l’altro?

Dietro questa logica c’è sfiducia nella possibilità di ricevere amore incondizionato, di incontrare nella propria vita persone disposte a condividere la gioia di stare vicine e volersi bene. È dare per scontato l’abbandono e il tradimento. Ed è anche dare per scontata la mancanza di risorse nel bambino come individuo, cioè dubitare che possa essere capace di attivarsi e trovare ciò di cui ha affettivamente bisogno. E allora, tanto vale “abituarlo” subito alla privazione. Come se alla mancanza di affetto ci si potesse abituare! Indurirsi, sì. Staccare la spina e divenire insensibili, sì. Ma abituarsi, mai!

Troviamo qui l’aspirazione narcisistica all’autarchia affettiva, il “non aver bisogno di nessuno”, e la narrazione tragica di come questa condizione diviene mito positivo, di cui si incoraggia il perpetuarsi da una generazione alla successiva. Come scrivo (p 119) nel mio libro Il bambino autentico,

“L’accudimento a basso contatto, l’ossessione contro il pericolo di “viziare i bambini” sono piaghe sociali che causano danni terribili alla psiche della umanità futura. Quando parlo di questo problema chiedo alle mamme se ‘lavorano per l’esercito’. Perché senza mezzi termini, è questo ciò che produce quello stile genitoriale: buoni soldati. Tale ideologia non crede che la felicita nasca dalla nostra interiorità, ma è convinta che provenga dall’esterno, che dipenda da quanto e cosa si riceve. Io sono persuasa invece che la felicità possa essere sempre, a tutte le età, a portata di mano e che evolversi non significhi adattarsi a crescenti frustrazioni e limiti, ma anzi avere più strumenti per esprimere il proprio potenziale e godere di più di tutte le occasioni che la vita ci offre”.

Aiutami a fare da solo

Era questa la frase chiave con cui la grande pedagogista Maria Montessori riassumeva la sua filosofia, che era quella di affiancare il bambino con attenzione ai suoi sentimenti e bisogni, sostenendolo quanto necessario, ma con discrezione, in modo da non sostituirsi a lui e lasciarlo libero di sperimentare per prove ed errori il suo potenziale.

L’idea che non ci si debba sostituire ai nostri figli per risolvergli i problemi non è sbagliata di per sé. Ma dove tirare la linea? Qual è la differenza fra affiancamento discreto e negligenza? Fra sostegno emotivo e scoraggiamento a far da sé?

La differenza è tutta nei dettagli. Fra il come, il quando e il perché dei nostri interventi.

Un concetto importante nella psicologia dell’età evolutiva è quello di zona di apprendimento prossimale. Ciascuno di noi, ma in modo speciale i bambini, che sono in pieno sviluppo fisico e psicoemotivo, ha delle capacità già acquisite e delle cose che non sa fare. Fra questi territori c’è una fascia intermedia che è ciò che “ancora” non si è capaci di fare, ma che si potrebbe riuscire a fare, mettendosi alla prova. In questo territorio di conquista, che è determinato nel caso del bambino dal suo livello di maturazione, dalla sua disposizione emotiva e voglia di avventura, e dalle occasioni che gli si presentano, è bene che l’adulto abbia una funzione di accompagnamento discreto, cioè non accorra a “risolvere” al posto del bambino ogni difficoltà, ma lo sostenga fornendo incoraggiamento emotivo e mostrandogli (magari con l’esempio) come “si fa”.

Questo è diverso dal lasciare il bambino da solo ad arrangiarsi; ed è ancora diverso dal fare al suo posto. L’osservazione dei nostri bimbi, mentre si arrabattano a trovare una soluzione anche con fatica, ci aiuta a comprendere in ogni fase e situazione la loro “zona di apprendimento prossimale”, e a intervenire solo quando, dal punto di vista fisico od emotivo, la sfida sia al di fuori delle sue possibilità.

Quindi, per tornare agli esempi all’inizio di questo articolo, un bebè che piange perché ha bisogno del seno o delle braccia della mamma richiederà una pronta risposta, perché non sarebbe in grado di soddisfare da solo il bisogno di nutrirsi o confortarsi, e non c’è nulla di sbagliato o dannoso se la mamma accorre e gli offre il seno o le braccia. Invece un bambino più grande in preda alla frustrazione perché non riesce a fare un compito manuale, per esempio il famoso barattolo da svitare, potrà avere bisogno che l’adulto allenti leggermente il tappo e poi lo restituisca al bambino senza aprirlo, magari dopo aver mostrato come fare (lo so, poi ci si pente di averlo fatto… ma così è la vita dei genitori!); e se fatica un po’, che sia lì ad incoraggiarlo mostrando fiducia nel fatto che può riuscirci. Se poi si dispera, l’adulto sarà sempre presente, offrendo comprensione per i suoi sentimenti di frustrazione.

Quando l’adulto esagera nel voler aiutare il bambino, è il bambino stesso a segnalarlo, infuriandosi ancora di più. I bambini non desiderano essere “serviti e riveriti”, ma solo affiancati e compresi.

Conclusioni

Il bambino, secondo certe teorie, avrebbe bisogno della frustrazione per poter maturare e rafforzarsi, per riuscire ad evolversi e sviluppare la capacità di bastare a se stesso.

Questa ipotesi sembra attingere dall’idea illusoria che si possa davvero essere così efficienti e solleciti da poter soddisfare ogni richiesta del bambino, prevenendo qualsiasi disagio o conflitto. Ma l’esperienza della frustrazione è già inevitabile di per sé, e non c’è bisogno di caricarla ulteriormente!

Le frustrazioni ci sono, il compito del genitore “sufficientemente buono” è quello di riuscire a vedere le cose con gli occhi e il cuore del suo bambino, in modo da “aiutarlo a fare da solo”, ma anche magari di dargli un piccolo aiuto se possibile. E anche, quando riceve un rifiuto ed è frustrato – perché no, proprio non si può lavare il libro di mamma in lavatrice – essere “con lui” ugualmente, consolarlo e capire davvero la sua frustrazione, accettare che sia arrabbiato, in modo che lui impari a gestire queste emozioni, non costringendolo a lottare, oltre che contro i limiti imposti dall’ambiente, anche contro i suoi stessi sentimenti.

Sia le emozioni negative che quelle positive fanno parte della vita, ma il bambino cresce perché è affiancato da un adulto empatico e comprensivo mentre attraversa queste emozioni. Non cresce per necessità, perché deve adattarsi anche se ha il magone, non avendo scelta.

Gli ostacoli sono uno stimolo a dare il meglio di sé e a mettersi alla prova, ma non c’è slancio se non c’è una base sicura: la frustrazione aiuta a crescere solo se è sostenuta dall’esperienza della gioia, della sicurezza e dell’amore incondizionato.

Antonella Sagone, 9 settembre 2022

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