La scienza del nulla

La scienza del Nulla

Questo articolo è la conclusione di una serie (potete leggere qui e qui) che riflette sul significato della scienza, delle evidenze scientifiche, e sugli aspetti etici legati alla sperimentazione umana e animale.

È stato pubblicato ieri su questo sito un commento critico su una ricerca che, con la pretesa di esplorare i fattori di “innesco” del processo di attaccamento fra madre e neonato, ha operato la separazione forzata di madri macaco dai loro piccoli appena nati. I piccoli venivano sostituiti con dei peluche inespressivi e le madri, private dei loro neonati sotto sedazione, sviluppavano per questi pupazzi un forte attaccamento accudendoli, così sostiene lo studio, come fossero neonati veri. La ricercatrice, la dottoressa Livingstone, si è ispirata per questo studio alla ricerca di H.F. Harlow, che nei primi anni ’50 aveva separato neonati di scimmia dalla madre, sostituita da due simulacri, uno di metallo dotato di biberon, e l’altro senza biberon ma di stoffa. I cuccioli sviluppavano attaccamento per la “madre” di stoffa, anche se andavano dall’altra per nutrirsi.

Lo studio di Harlow, con la sua madre di pezza e quella di ferro, che cosa ha dimostrato alla fine? Che i piccoli amano la loro madre non perché li sfama ma per la tenerezza? C’era bisogno di torturare delle piccole scimmie, e le loro madri, per dimostrarlo? E c’era bisogno di ripetere questa tortura emotiva nell’esperimento della Livingston, per dimostrare che gli stimoli tattili, il senso di morbidezza, favoriscono i processi di attaccamento?

Gli studi come questi, i cui oggetti non sono i processi biologici ma psicologici, rappresentano una forma di esperimento particolarmente insensato e inutile. Osservando il comportamento o lo stato psico-neuro-endocrino dell’animale prescelto, sottoposto a stimoli stressanti o traumatici, si osserva la sua risposta emotiva contando, in questo modo, di trarre conclusioni utili per il genere umano.

Si tratta di un genere di crudeltà particolarmente spregevole nei confronti degli animali osservati; Infatti, le “regole” etiche (se mai ne possono esistere) di quella che si chiamava un tempo vivisezione stabiliscono che gli animali oggetto di esperimento debbono essere preservati per quanto possibile dalla sofferenza. Ma quando l’oggetto di studio è proprio la sofferenza stessa, essa non può essere risparmiata alle inconsapevoli vittime.

Che senso ha studiare l’amore con metodi crudeli?

Ci si chiede a che scopo si infligge sofferenza a dei soggetti non umani, in questo caso delle scimmie, per esplorare una cosa sì, complessa, come l’amore materno, ma anche, in fondo, semplice da capire e ben nota e descritta da secoli. Non si pensa certo, spero, di offrire alle donne che hanno subito un lutto perinatale un bambolotto morbido, magari un reborn (quelli che sembrano in tutto dei neonati autentici), per aiutarle a superare la perdita di un figlio! Eppure la Livingstone difende a spada tratta questo tipo di studi, e in una sua replica alle critiche afferma che la sua ricerca “può aiutare a sviluppare interventi di conforto per aiutare le donne ad affrontare un aborto o un lutto postnatale”; e arriva a sostenere che lo studio di Harlow ha avuto un ruolo nel restituire importanza al contatto fra madre e figlio, in un’epoca in cui coccolare i bambini era estremamente scoraggiato. Ma forse, per comprendere questa importanza, sarebbe stato sufficiente ascoltare i diretti interessati, ed osservare quello che avviene spontaneamente fra una madre e il suo piccolo, quando non interviene il metodo scientifico a disturbare quello che avverrebbe se non si interferisse.

È a questo punto interessante osservare che l’autrice riferisce di ricordare bene quell’epoca di durezza pedagogica in cui l’esperimento di Harlow è stato concepito, perché coincide con la sua infanzia e con quella dei suoi collaboratori. Lei stessa ricorda bene sua nonna ammonire sua madre di “non coccolarla”; e due suoi collaboratori ricordano perfettamente l’esperienza di una loro ospedalizzazione nell’infanzia, e il profondo trauma causato dal divieto imposto alle loro madri di avvicinarli, potendo solo guardarli da dietro un vetro.

C’è bisogno di una seria riflessione, notando come persone traumatizzate nell’infanzia da una mancanza di contatto e di cure affettuose, si dedichino a studiare l’amore materno e, allo scopo dichiarato di ridurre le sofferenze di madre e bambino nel caso di distacchi, riproducano attivamente tali eventi stressanti in specie senzienti molto vicine agli umani, applicando la stessa scissione dai sentimenti che quella educazione anaffettiva aveva loro insegnato.

Purtroppo l’asetticità del metodo scientifico può agire come un’assoluzione dal dovere di non causare sofferenza. Uno scienziato può evitare di essere spietato, ma questo è un “extra” non richiesto per garantire la scientificità di uno studio. Osservava già 40 anni fa Ronald Laing, psichiatra, “I procedimenti scientifici che devono distruggere per scoprire sono applicabili, e applicati, a tutta la materia, morta o viva… non esiste alcun freno etico intra-scientifico che controlli lo slancio scientifico. Non sono meno scientifici per il fatto che la loro applicazione è eticamente ripugnante” (Laing R, Nascita dell’esperienza, Mondadori 1982, p. 20).

Ricerche circolari e ricerche a vicolo cieco

Nonostante l’inutilità di questi studi, questi vengono ripetuti ancora e ancora da più di 50 anni. Si tratta di un fenomeno che Michel Odent, medico e pioniere della nascita senza violenza, chiama “ricerca circolare”. Riguardano temi su cui si è accumulata ormai un’enorme mole di dati e che veramente sarebbe inutile continuare ad indagare, eppure si continuano a ripetere ricerche che poco aggiungono alle conoscenze in materia, e spesso peraltro “provano” verità che ricadono già nella conoscenza dell’ovvio.

A fronte di questi futili e crudeli esperimenti, che continuano a venire finanziati e poi pubblicati sulle riviste scientifiche, ricerche più valide e utili per l’umanità non trovano fondi né interesse, e se vengono effettuati, anche se apportano novità rivoluzionarie nel loro campo, che potrebbero apportare importanti cambiamenti nelle pratiche cliniche, nelle scelte terapeutiche o nella comprensione di certi problemi, semplicemente vengono ignorate. Sono l’altra tipologia di ricerca, che sempre Odent definisce “a vicolo cieco”; ad esse non fa mai seguito ulteriore interesse di ricerca, per cui i risultati, seppure importantissimi, muoiono lì ignorati sia dai media che dal mondo accademico.

Modello animale, modello perverso

Ma non è solamente la ricerca psicologica a mostrare il suo lato perverso. Lo è la sperimentazione animale nel suo insieme: una pratica crudele e mai veramente validata dal punto di vista scientifico, e che pure persiste oggigiorno per motivi legati in parte alla nostra cultura, assai poco sensibile nei confronti della sofferenza animale, e in parte per motivi strategici ed economici di enorme portata.

Gli studi effettuati sui cosiddetti “modelli animali” sono quegli studi che utilizzano animali da esperimento per poi inferire, dai risultati ottenuti, delle ipotesi su un analogo funzionamento nell’uomo. Un tempo si effettuavano su animali randagi catturati allo scopo e sezionati negli scantinati; ora avvengono in laboratori asettici, con terminologie “neutre”, norme che regolano i modi leciti di torturare e uccidere gli animali da esperimento, e su ceppi animali geneticamente selezionati per avere caratteristiche uniformi e, spesso, vulnerabili o portatori di malattie fin dalla nascita.

Le pratiche di ricerca sui modelli animali sulla carta dovrebbero seguire metodiche che risparmino la sofferenza ai soggetti o che la riducano “al minimo necessario”: tutto questo è una semplice enunciazione di principio senza sostanza, non solo perché tali norme vengono spesso disattese, ma perché, se tali sperimentazioni sono da considerarsi, come emerge da decenni, infruttuose e inattendibili, il minimo indispensabile di sofferenza dovrebbe essere pari a zero.

In particolare la sperimentazione di sostanze (farmaci, sostanze inquinanti, eccetera) su animali, allo scopo di trasferire i risultati sulla specie umana, è particolarmente futile e crudele. Forse non tutti sanno, ad esempio, che uno dei dati che si richiedono da una sperimentazione animale è la DL50, che significa semplicemente la “dose letale 50” ovvero la dose che uccide la metà dei soggetti animali di quel campione. questo significa che i ricercatori, per poter fornire questo indice, sono obbligati ad aumentare le dosi della sostanza sperimentale, finché metà degli animali non ne muore.

Un’altra cosa che non si sa è che dopo essere stati usati come cavie di laboratorio, i soggetti animali possono, secondo i casi, essere riutilizzati per ulteriori esperimenti, oppure uccisi, e solo in alcuni casi è previsto un diverso collocamento o recupero.

Ecco alcune semplici riflessioni.

  1. Perché i farmaci veterinari vengono testati su soggetti della stessa specie che devono curare, mentre ciò non viene fatto per gli esseri umani? Il punto è quanto i dati di tale ricerca possano essere trasferiti su una specie diversa da quella su cui si è sperimentato. Nella ricerca veterinaria, chi sperimenterebbe sui cavalli, per dire, un farmaco destinato ai gatti?
  2. C’è attualmente un ampio dibattito scientifico sulla necessità di sperimentare i farmaci anche su donne, anziani, bambini, perché il soggetto tipico di questi studi (maschio adulto e in buona salute) potrebbe rispondere alla sostanza diversamente da altre categorie umane. Ma se si sollevano dubbi in questo caso, come è possibile che si considerino affidabili invece dati emersi dall’effetto di quelle sostanze su soggetti addirittura di un’altra specie?
  3. Una grande proporzione (circa 85%) degli studi effettuati su animali non sono riproducibili da parte di altri ricercatori, riducendone quindi l’attendibilità (vedere qui per un’ampia trattazione dell’argomento).
  4. La maggior parte dei farmaci testati come efficaci e innocui sugli animali, una volta sperimentati sugli esseri umani si dimostrano inefficaci e/o nocivi: più del 90% non supera le prime fasi di sperimentazione umana. Fra questi annoveriamo il talidomide, per le nausee in gravidanza, che causò gravi malformazioni a una generazione di neonati negli anni ’60; la terapia ormonale sostitutiva, che si è rivelata aumentare nelle donne il rischio di cancro e di malattie cardiovascolari; il viagra, recentemente assunto dalle donne in gravidanza in uno studio olandese, allo scopo di migliorare la crescita endouterina dei loro bambini, undici dei quali sono però deceduti poco dopo la nascita per gravi problemi polmonari; per non parlare dei numerosi farmaci che da 50 anni curano con successo l’AIDS e il cancro nei topi, ma che sugli umani si sono rivelati un totale fallimento.
  5. La falsa sicurezza che deriva dalla fiducia nei test preliminari su modelli animali fa abbassare la guardia quando si passa agli esseri umani, trascurando di effettuare un monitoraggio attento e una farmacovigilanza attiva e sistematica.
  6. Un altro aspetto altrettanto dannoso dei farmaci che superano la sperimentazione animale e falliscono sull’uomo, sono all’inverso quelle sostanze che potrebbero forse guarire l’uomo da patologie attualmente incurabili, ma che non vengono usate perché non sono riuscite a superare la sperimentazione sugli animali.

Ma la sperimentazione umana non è immorale?

Un grido di protesta si potrebbe levare a questo punto: non vorrete che usiamo come cavie i nostri figli?

Questo ragionamento si basa sull’illusione che sperimentare prima sugli animali ci protegga da rischi quando il farmaco viene poi autorizzato sull’uomo; ma sappiamo che questo purtroppo è falso. Ignorare il problema di fondo, e cioè che un trattamento destinato agli umani può essere testato solo sugli umani, e andare a sperimentare su altre specie, equivale a ficcare la testa sotto la sabbia, ovvero ad andare a cercare la chiave di casa, che ci è caduta davanti al portone, laggiù sotto il lampione, perché lì “c’è più luce”.

La sperimentazione umana esiste già: comincia quando il farmaco inizia a venire somministrato alle persone. In parole semplici:

Lo stesso farmaco non ha lo stesso effetto su un uomo o una donna, su un bambino, una persona nel pieno degli anni, uno sportivo, una donna incinta, un anziano. Gli studi in genere sono fatti solo su uomini e donne in salute e nel pieno degli anni, sani, ben nutriti, ecc. Questo esclude dalla sperimentazione tante tipologie di persone che poi, magari, assumendo quel farmaco, potrebbero avere effetti avversi imprevisti perché su di loro non c’è stato studio preliminare. Che ci piaccia o no, il problema di testare i farmaci sui bambini (o gli anziani, o le donne incinte) esiste.

TUTTI i farmaci, di fatto, vengono sperimentati sulle persone, quando vengono immessi sul mercato. Infatti la sperimentazione avviene prima sugli animali (purtroppo, perché inutile e crudele, e per obbligo di legge), poi su gruppi ristretti di persone, con monitoraggio attivo degli esiti, e infine in terza fase si va alla commercializzazione più ampia e solo lì in realtà c’è la prova del nove, la sperimentazione sulla popolazione reale. Ma attenzione! I dati rilevati in questa fase, anche se su grandi numeri, ci diranno poco se non si effettua, anche in questa fase, una farmacovigilanza seria.

Questo vale per tutti, uomini, donne, bambini, anziani, gente con patologie, nel momento in cui il medico prescrive loro il “nuovo” farmaco. Quindi ci si dovrebbe scandalizzare per ogni farmaco nuovo che viene messo sul mercato e prescritto anche alle categorie fragili.

Possiamo continuare ad illuderci che la sperimentazione animale serva, e continuare ad assumere nuovi farmaci per lo più inutili o nocivi.

Oppure…

oppure si può procedere con sperimentazioni preliminari efficaci (le illustriamo nel prossimo paragrafo) e poi provarlo su soggetti umani informati e consenzienti, monitorandoli strettamente a breve e lungo termine; e infine se tutto va bene liberare quei farmaci nella grande distribuzione, facendo però una seria farmacovigilanza passiva (segnalazione dai pazienti e dai medici di base) e attiva (follow-up a campione da parte di enti indipendenti (non solo le industrie produttrici del farmaco) su soggetti che hanno assunto il farmaco e soggetti che hanno assunto un placebo.

Le alternative esistono

Che significa “metodi alternativi”? Di fatto, ce ne sono moltissimi che permettono di non sperimentare prima sugli animali, e sono più precisi, affidabili, economici, veloci, efficaci (vedere qui per approfondire).

1) ricerca clinica basata su soggetti umani; 2) studi sui casi; 3) biologia cellulare e molecolare, che usa tessuti umani e culture cellulari e in vitro; 4) ricerche basate sulle biopsie; 5) modelli computerizzati che usano la realtà virtuale, simulazioni e programmi 3D; 6) epidemiologia (studi, cause e distribuzione delle patologie umane); 7) ricerche genetiche epigenetiche.

Le nuove biotecnologie sono a uno stadio così avanzato da poterci oggi offrire delle possibilità impensabili fino a pochi anni fa. Per esempio oggi si può sperimentare su organoidi, un’evoluzione della coltura in vitro di tessuti umani, che vengono sviluppati tridimensionalmente organizzandosi in strutture complesse in grado di riprodurre diversi organi umani; si possono persino creare sistemi integrati di più organoidi che interagiscono fra loro. Questi studi sono molto più affidabili perché basati su tessuti umani, ed hanno una predittività molto maggiore nel testare future terapie.

Privarsi di queste potenzialità rappresenta una perdita imperdonabile per la scienza e per la salute umana, oltre a degradare la nostra stessa umanità. Come dice la dottoressa Di Giacomo, medico e presidente di O.S.A. (Oltre la Sperimentazione Animale), “Se un metodo di ricerca non ha solide basi scientifiche, continuare ad utilizzarlo non è assolutamente etico, neanche per l’uomo, che diventa la vera cavia, e certo non lo è nei confronti di milioni di animali immolati sull’altare di una scienza che ormai non è più credibile” (La vera scienza non usa gli animali, 2022, pag. 106).

Ma allora, perché si insiste ad usare i modelli animali?

Uno dei motivi è di carattere psicologico e culturale. “Si è sempre fatto così”; e il mito della “scientificità” della sperimentazione animale offre un alibi per coltivare una falsa sicurezza nelle successive fasi di sperimentazione sull’uomo, senza sentirsi responsabili se qualcosa va storto.

Gli animali sono molto più comodi per essere oggetto di esperimenti, riguardo agli esseri umani. Non protestano, o possiamo sedarli o metterli a tacere spezzandone la vitalità. Non fanno causa se subiscono abusi. Si riproducono velocemente permettendo di sperimentare su grandi numeri in poco tempo. Possono essere prodotti con processi eugenetici modellandone le caratteristiche a nostro piacimento. Non sono umani, e quindi ci permettono di sentirci meno in colpa quando abusiamo di loro e alla fine togliamo loro la vita.

Ci sono poi motivi prettamente strategici ed economici: prima di tutto, l’industria dell’allevamento e mercato di animali da laboratorio è in sé un giro di affari estremamente lucroso e che permette di convogliare enormi finanziamenti sia pubblici che privati.

Ma soprattutto, la legge che impone (e consente) a un farmaco di essere “sdoganato” solo dopo essere stato provato su un modello animale è funzionale alle industrie, perché permette di fatto di pilotare il lancio di questa o quella molecola, scegliendo di testarla sull’animale a cui il farmaco non nuoce ed ha efficacia, e scartando di volta in volta i modelli animali che non danno il risultato sperato.

L’ampia varietà di specie (non ci sono limiti di scelta) da usare permette di essere sempre formalmente “in regola”, optando per il percorso di sperimentazione più conveniente per ciascuna esigenza.

Per una nuova etica della scienza

Da oltre mezzo secolo fiumi di miliardi confluiscono negli enti di ricerca, eppure le malattie che più affliggono l’umanità continuano a non avere cure soddisfacenti. È tempo di abbandonare i vecchi paradigmi e di intraprendere un nuovo corso nella ricerca medica, un corso che non solo permetterà di fare reali progressi nelle terapie, ma anche di svincolarci dalla complicità collettiva in una strage taciuta e ininterrotta di esseri senzienti che vengono portati al martirio senza ragione.

Per Will Tuttle (Cibo per la pace, edizioni sonda) il genocidio quotidiano ai danni di animali innocenti è un’enorme “ombra” rimossa dentro di noi. Per restare insensibili a questo massacro di cui siamo complici, ci rendiamo insensibili a tutto il resto: incapaci di provare vera empatia non solo per gli animali, ma anche per il nostro prossimo. Questa è una delle radici della violenza che si verifica nei gruppi umani, radicata nel nostro non voler vedere né sentire la sofferenza del prossimo; e anche una delle spiegazioni dell’aggressività che emerge poi fra noi, l’ombra rimossa che agisce e diventa parte di noi.

A pagina 224 Will Tuttle afferma:

“L’enorme, problematica ombra della nostra società è la crudeltà e la violenza contro gli animali che essa richiede, pratica, di cui si alimenta e che nasconde e nega meticolosamente. Secondo la teoria junghiana, l’archetipo dell’ombra rappresenta gli aspetti di noi stessi che rifiutiamo di riconoscere, che occultiamo (…) e più ne neghiamo l’esistenza, più la nostra ombra collettiva incombe su di noi grande e minacciosa, rendendo vani i nostri sforzi per crescere spiritualmente e sviluppare, insieme, una cultura più consapevole”.

Federica Nin, psicologa, parla di “normalizzazione dell’impensabile” e descrive tutti i meccanismi di disimpegno morale che consentono ai ricercatori di continuare a sentirsi umani mentre perpetrano azioni crudeli e inutili nei confronti di creature senzienti: “La assuefazione agli abusi verso gli animali di laboratorio, che dà desensibilizzazione: è questo a permettere di dissociare e rimuovere i propri sentimenti e le proprie emozioni, ogni propria reazione di repulsione morale e materiale” (La vera scienza non usa gli animali, 2022, pag. 159).

Questa desensibilizzazione e disimpegno morale svuota la scienza, la ricerca, la cura di significato e le fa perdere il suo autentico obiettivo, la disumanizza e la rende la “scienza del nulla”, uno strumento pericoloso perché non più mezzo per un miglioramento della nostra vita, ma fine a se stessa.

Rendere di nuovo compassionevole la scienza significa non solo restituirle uno scopo etico e un valore umano, ma anche renderle un senso e un’efficacia che non può che riverberarsi positivamente sulla società e sugli individui che la praticano o che ne ricevono i benefici.

Antonella Sagone, 5 gennaio 2023

One thought on “La scienza del nulla”

  1. Spartaco ha detto:

    oltre che divulgare, con questi post offrire strumenti per combattere la disinformazione su un argomento così complesso e “segreto”

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