Latte di mamma? No, di macchina

Latte di mamma? No, di macchina

Da qualche tempo la stampa si occupa di una notizia a prima vista del tutto sconcertante: le nuove biotecnologie sarebbero quasi pronte a realizzare la produzione di latte umano senza bisogno della mamma. Una start-up nel Nord Carolina, la Bio-Milq, ha ricevuto 3,5 milioni di dollari per sviluppare la biotecnologia che consenta di far produrre latte umano da lattociti umani coltivati in vitro invece che all’interno del seno materno. Il progetto è già in fase avanzata: cellule ghiandolari mammarie umane, donate a tale scopo, sono state fatte crescere in un terreno di coltura tridimensionale, e si sono spontaneamente organizzate in strutture simili agli alveoli mammari (le strutture all’interno del seno che secernono e rilasciano il latte). Questi agglomerati sono poi stati trasferiti in un “bioreattore”, anch’esso ricolmo di una base di nutrienti, che “simula l’ambiente della mammella”, e lì hanno prodotto un liquido che a detta dei ricercatori è a tutti gli effetti “latte umano”, cioè produrrebbe lo stesso assortimento di nutrienti, sia come proporzioni che come qualità, di quello prodotto dal seno della mamma. “Siamo nel nostro secondo trimestre”, hanno dichiarato i ricercatori, con una metafora accattivante mutuata dal linguaggio della maternità, affermando di poter essere in grado di produrre industrialmente il loro “biolatte” nel giro di 3 o al massimo 5 anni.

Questo prodotto biotecnologico sarebbe probabilmente qualitativamente migliore del corrispondente attuale sostituto del latte materno, e cioè la formula (il cosiddetto latte artificiale), in quanto specificamente adattato alla biologia umana e privo dei rischi che, per quanto contenuti, ancora oggi sono presenti nell’alimentazione artificiale.

Una buona notizia dunque? In fondo, c’è anche chi non può o non vuole allattare, e non per questo si deve rinunciare a ogni sforzo per offrire a questi lattanti un prodotto ugualmente sicuro e adeguato, anzi sempre migliore. Non è così?

Ebbene, certamente questo principio è sacrosanto e ogni progresso scientifico che migliori la qualità degli alimenti destinati all’infanzia non può che essere gradito; tuttavia vi sono importanti motivi per guardare con preoccupazione a questa ennesima iniziativa che, come altre analoghe (come la carne sintetica) fortemente finanziate da noti benefattori, ha come obiettivo quello di bypassare la natura e riprodurre in modo tecnologico, industriale e commerciabile ciò che umani o animali già sono in grado, nella stragrande maggioranza dei casi, di fare da sé.

Quanto è vera una mezza verità?

La narrazione di un fatto smette di essere un fatto e diventa qualcosa di diverso, che porta con sé le opinioni, le priorità e gli obiettivi di chi narra. E quando questa narrazione raggiunge il suo bersaglio, si trasforma ancora modellandosi sul sistema di pensiero, le credenze e le aspettative di chi ascolta. Questo è naturale ed inevitabile; ma quando si parla di prodotti di mercato (o futuri tali), questo percorso viene tracciato ad arte usando tali meccanismi in modo da far passare un messaggio ben preciso… o a volte più d’uno.

Così i portavoce della Biomilq, come si legge nel loro sito, sono molto abili ad enfatizzare ciò che è loro utile enfatizzare, tacere ciò che non conviene mettere troppo in evidenza, e distorcere ciò che non possono far a meno di nominare ma che non è conveniente far sapere.

Nel sito dunque, dopo la descrizione senz’altro affascinante del processo di coltura cellulare, e dell’avanzamento di questa stupefacente tecnologia capace di sintetizzare latte materno senza la madre, si apre una sezione molto ben fatta che descrive le straordinarie proprietà del latte umano – con una frase di chiusura alla fine che racconta come i loro studiosi stanno approfondendo sempre più l’argomento: quasi fossero sulla strada di riprodurre tutti questi fantastici attributi del latte materno, mentre li stanno, semplicemente, solo studiando.

Parallelamente, gli articoli di contorno enfatizzano aspetti non rassicuranti del latte materno, come il fatto che gli ormoni dello stress potenzialmente potrebbero passare al lattante – e tutti sappiamo quanto sia stressante allattare per la donna di oggi, vero? E condividono storie di allattamenti falliti o tormentosi per varie vicissitudini, come nel caso di bambini prematuri, frenuli corti, rientri precoci al lavoro, o semplicemente incidenti di percorso che hanno portato le madri a svezzare precocemente dal seno e a tirarsi il latte con ritmi disumani per mesi e mesi pur di assicurare ai loro figli il migliore degli alimenti. Non si manca di menzionare, fra i “vantaggi” di un latte umano biotecnologico potenzialmente inesauribile, l’inclusività, cioè l’occasione di coinvolgere nell’accudimento del bambino anche il partner, che sia in una coppia tradizionale o omogenitoriale o adottiva: argomenti direttamente mutuati (o forse dovremmo dire scippati) dalla pubblicità delle formule per lattanti. Viene taciuto invece il fatto che spesso i fallimenti narrati si sarebbero potuti evitare con un supporto competente, salvando semplicemente l’allattamento materno.

Infine, ecco un articolo “scientifico” (ma la bibliografia è disponibile solo per chi si registra al sito) che parla delle cause che portano ad abbandonare precocemente l’allattamento al seno. Fra queste non vengono nominati se non tangenzialmente gli interferenti – aggiunte, tettarelle, consigli errati, allattamento ad orari – ma si parla invece soprattutto della “mancanza di latte percepita”, senza approfondire perché mai tante donne al giorno d’oggi percepiscono una tale insicurezza… anzi la ricerca in questione afferma che tale percezione avrebbe addirittura basi genetiche!

E per finire, la proporzione di donne che, secondo la Biomilq, non sarebbe in grado di avere abbastanza latte: il 10-15%, una percentuale sproporzionatamente grande, a fronte dello 0,5% generalmente indicato un po’ da tutti, e che a sua volta è molto probabilmente sovrastimato.

La narrativa nel suo insieme propone lo scenario tradizionale usato dalle industrie della formula, giustificando e rafforzando, nel decantare il loro prodotto superiore, l’idea che l’originale, il latte materno, sia un bene raro, faticoso da ottenere, facile da perdere, ma perfettamente sostituibile.

E poco male se così la mezza verità finisce per essere, come spesso succede, una menzogna intera.

Perché il latte materno non può essere riprodotto

Per poter far passare l’idea che il tipo di alimentazione del neonato sia una scelta tra due diversi stili di vita o due diversi, ma equivalenti, tipi di nutrimento, occorre prima fare un’operazione di riduzionismo, cioè sminuire le qualità e le funzioni del latte materno, per ridurlo semplicemente a un alimento.

Ma le cose non stanno esattamente così.

Il latte materno è un tessuto liquido (alla stregua del sangue) le cui funzioni sono innumerevoli; e solo in piccola percentuale (diciamo circa un quarto) ha funzione nutritiva. La maggior parte delle componenti, quelle non nutritive, hanno funzione di modulare il sistema biologico del neonato, una “messa a punto” che determinerà profondamente il futuro di salute del bambino prima e dell’adulto poi, per tutto il resto della sua vita: linfociti, macrofagi, cellule staminali, microbiota, cellule epiteliali, anticorpi, enzimi, ormoni, citochine, antitumorali, oligosaccaridi per nutrire il futuro microbioma del neonato, fattori antivirali, neurormonali, fattori di trasporto, fattori di crescita cellulare.

Anche volendo comunque limitarci alla parte nutrizionale del latte umano, va sottolineato come le varie componenti (lipidiche, glucidiche e proteiche) variano (all’interno di un dato range) nelle loro relative proporzioni e anche spesso nelle specifiche qualitative, dipendentemente da fattori come l’alimentazione materna (nel caso dei grassi) ma anche dipendentemente dai momenti diversi del giorno, della notte, della fase di allattamento, dagli stati neuroendocrini materni (incidenza del riflesso di eiezione del latte, mediato dall’ossitocina e regolato dagli stati emotivi), e soprattutto dallo “stile” di poppata del bambino, cioè da modalità, frequenza, durata, ritmi e intensità della sua suzione. Ne deriva un fluido multipotente e adattato a quello specifico lattante, che varia nel corso del tempo modellandosi sull’input della sua richiesta.

Allo stesso modo la sintesi del latte si adegua e produce in modo variato anche le sue componenti non nutritive. Anche questi elementi (ormoni, enzimi, neurotrasmettitori, fattori immunitari e una quantità di cellule vive trasmesse direttamente dall’organismo materno) sono modulati dal contatto con il bambino e dalla sua suzione, e a loro volta modulano e mettono a punto il sistema psico-neuro-endocrino-immunitario (PNEI) del lattante. Il latte materno è il medium biologico attraverso il quale i sistemi PNEI di madre e figlio dialogano incessantemente.

Così come il latte materno non può essere riprodotto, allo stesso modo la nutrizione artificiale, sia pure con latte umano “sintetico”, non può equivalere in nessun caso all’allattamento al seno, se non altro perché quest’ultimo è un processo dinamico e circolare che coinvolge due persone, due organismi biologici. Allattare al seno non è soltanto una questione di salute del bambino, ma anche della madre: la donna che allatta riceve innumerevoli benefici di salute dallo stato di lattazione, come l’abbattimento del rischio di cancro agli organi riproduttivi (utero, ovaie, cervice, mammella), di malattie cardiovascolari e di osteoporosi in età avanzata. Un altro aspetto dell’allattare che i fautori del latte sintetico “dimenticano” di nominare.

Prodotto o processo?

La differenza fondamentale dunque fra l’allattamento al seno e qualsiasi alternativa sostitutiva è che il primo riguarda un processo, il secondo un prodotto, o meglio, una serie di prodotti: un sostituto nutritivo del latte umano, e gli oggetti per somministrarlo. Come prodotto, persino il latte biosintetico segue le logiche del profitto e del mercato, che richiedono una valutazione dei costi e dei benefici, e che vanno a sostenere una salute che non è quella dell’utente finale, ma quella dell’azienda, che deve per sopravvivere espandere progressivamente il suo mercato.

Fornire un sostituto nutritivo per il neonato estremamente più compatibile della formula artificiale è un obiettivo ambizioso ma di per sé meritorio: tuttavia, non è quello che ha mosso gli ingenti finanziamenti ricevuti e che saranno in futuro riversati ulteriormente su questa start-up, non solo per sostenere la ricerca ma anche per mettere su tutto l’apparato del marketing e della distribuzione.

Tutto questo non si fa certo solamente per quel 10-15% di cui parla il sito della Biomilq; e meno che mai per il reale 0,5% o meno di donne che ne hanno davvero bisogno.

Il mercato della formula per lattanti attualmente muove oltre 52 miliardi di dollari, e coinvolge milioni di donne che, se ricevessero adeguate informazioni e sostegno, vorrebbero e potrebbero allattare al seno. È a questo ricco bottino che puntano le imprese che si stanno cimentando nella sfida di produrre latte biologicamente specifico per il neonato umano. È questa l’impresa che vale la spesa. Poche briciole di questo ingente patrimonio sarebbero sufficienti per fare vera formazione fra gli operatori sanitari e informazione per le famiglie, implementare il cambiamento delle routine ospedaliere per renderle amiche dei bambini e dei loro allattamenti, e sostenere con le banche del latte donato la piccola percentuale di donne che non sono in grado di produrre latte.

Ma state certi che, nel magnificare il “plus” del loro latte (dis)umanizzato, quest’ultimo non verrà mai confrontato con il latte materno, ma solo con la formula artificiale, che costa di più, che è meno salutare, che ha un marcato impatto ambientale (anche se, a dirla tutta, per il momento questi plus sono ancora tutti da dimostrare per quanto riguarda il latte biotech). Il confronto con l’allattamento al seno non conviene, dato che quest’ultimo è l’eccellenza in termini di salute, ha un costo prossimo allo zero, ha un’impronta carbonica o meglio un impatto sul pianeta pari allo zero assoluto, e la filiera più corta del mondo – no, non zero centimetri ma meno due centimetri: lo spazio che occupa il capezzolo materno dentro la bocca del bambino.

Con l’avvento di questa miracolosa alternativa bio-tech, molte madri che si impegnavano, nonostante le difficoltà, ad allattare al seno e a tirarsi il latte, consapevoli dell’importanza di assicurare ai loro figli questo prezioso elemento, ora saranno attratte da questa alternativa, senza sapere che comunque tale prodotto non fornirà ai loro figli quella modulazione biologica che abbiamo prima descritto, e che non allattare farà aumentare il rischio per la propria salute futura. Questo progetto ambizioso e straordinariamente arrogante, che pensa per l’ennesima volta di saper fare come, o meglio, di Dio o della Natura che dir si voglia, punta a consolidare e assimilare la clientela attuale della formula e di allargare ancora un poco di più il numero dei piccoli consumatori, secondo il paradigma imperante al giorno d’oggi, per cui è meglio curare i sani invece dei malati.

Ma ancora più grave di questo, è un altro passo per rinforzare una cultura che sfuma i confini fra umano e meccanico, fra naturale e artificiale, fra vita e morte o almeno non-vita. Una cultura che pensa alla salute come a un mantenimento in uno stato di sopravvivenza a prezzo di una costante dipendenza da prodotti sanitari sempre più preziosi, sofisticati e indispensabili, e che per venire prodotti, prescritti e somministrati hanno sempre meno bisogno della componente umana, della relazione fra persone vive e reali, fra la mamma e il suo bambino.

Antonella Sagone, 24 novembre 2022

One thought on “Latte di mamma? No, di macchina”

  1. Monica ha detto:

    Grazie per questo articolo, seppur spaventoso e agghiacciante.

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