Coliche: Cosa sono, cosa fare

Coliche: Cosa sono, cosa fare

Coliche: Cosa sono, cosa fare

Parte I – Cosa sono…

Cosa sono le coliche del lattante?

Le coliche del lattante sono un fenomeno che si presenta a volte nei primi mesi del bambino, e si manifesta con pianti acuti e inconsolabili che si protraggono a lungo e si estinguono da soli dopo ore, in genere con insorgenza pomeriggio-sera. Sono però meno frequenti di quanto si pensi, perché molto spesso la diagnosi di colica viene fatta a ogni pianto che non si riesce a spiegare. In particolare, il pianto detto “da colica” è acuto e urgente, mentre il bambino irrequieto, che si lamenta a tratti o in modo fievole, segnala altri tipi di problemi. Inoltre il pianto da colica è inconsolabile, si può interrompere un attimo ma riprende immediatamente, e nulla sembra funzionare: né allattare, né prendere in braccio, né distrarre il bambino. Se coccolarlo, cullarlo, allattarlo calma il pianto, non si tratta di coliche.

La definizione clinica di “colica” descrive un pianto che si protrae per più di 3 ore al giorno, più di 3 giorni a settimana, e per più di 3 mesi… come sempre, ci piacciono le formulette ordinate e coerenti! In fondo, è una definizione come un’altra; ma ha il difetto di non spiegare il motivo di questi pianti che tanto angosciano i genitori… anzi, lo stesso termine “colica” è infelice, perché richiama l’idea degli spasmi intestinali, mentre non sappiamo realmente quale sia il malessere fisico di questi bimbi, anche se è lampante, per chiunque abbia avuto a che fare col problema, che ci sia una notevole sofferenza fisica. C’è chi ne fa un fenomeno di puro nervosismo, mentre altri ipotizzano perfino che le coliche siano causate dal mal di testa!

Colpa di ciò che ha mangiato la mamma?

Sono stati fatti diversi studi per collegare le coliche del lattante a una reazione ad alimenti assunti dalla mamma che allatta, ma quasi tutte le ricerche mostrano che generalmente la varietà dei cibi è apprezzata dal bambino, a cui piace il cambiamento di sapore del latte materno, mentre difficilmente ha una reazione a qualche alimento specifico assunto dalla mamma.

Molto raramente può verificarsi allergia a una sostanza che deriva da un cibo mangiato dalla mamma; bisogna tenere presente che si tratta di casi molto rari, e che non sono ancora stati identificati cibi specifici che causano allergie o coliche. Questo non significa che non ci siano alimenti che possano in teoria disturbare il bambino: semplicemente non ci sono studi con un sufficiente livello di evidenza. C’è uno studio di molti anni fa che mostra una relazione fra le coliche e l’assunzione da parte della madre di latte o derivati; ma si tratta di un singolo studio, non di una prova schiacciante riguardo al latte vaccino; inoltre in questo studio la reazione veniva rilevata soltanto in un terzo dei casi.
 
Come concetto generale, quindi, la mamma che allatta può mangiare veramente tutto: i sintomi di allergia sono ben più che qualche crisi di pianto, e dovrebbe essere il medico a diagnosticarli.

Coliche “gassose”?

Una credenza molto diffusa è che le coliche siano causate da una presenza eccessiva di gas nell’intestino del neonato, tanto che in passato – in effetti spesso anche oggi – venivano chiamate coliche “gassose”. La teoria è stata alimentata dall’osservazione che spesso il bambino sembra avere la pancia gonfia e dopo un certo tempo si libera del gas e sembra calmarsi.

Ma come si formerebbe quest’aria nella pancia? Secondo un’ipotesi, il bambino inghiotte aria durante la suzione. Da lì è nato un florido commercio di tettarelle antisinghiozzo e anticoliche, che permetterebbero all’aria di defluire dal biberon invece di essere inghiottita insieme al latte. Ed ecco che anche le mamme che allattano al seno possono sentirsi dire che è colpa loro se il bambino inghiotte aria da un seno ormai “vuoto” per una poppata “troppo” prolungata. Peccato che i seni non siano biberon, cioè contenitori inerti e quindi non contengano mai aria; che una mammella non si possa mai svuotare completamente perché la produzione è continua; e che non esistano poppate “troppo” prolungate, dato che nell’allattamento a richiesta le poppate sono di frequenza e durata variabile, definita esclusivamente dal bambino.
 
Un’altra ipotesi attribuisce la formazione di gas intestinali alla fermentazione di qualcosa che la mamma ha mangiato, e che è passata nel latte. I principali accusati sono quei cibi che ad alcune persone causano questo disturbo, in particolare i legumi; ma i legumi provocano meteorismo a causa dell’effetto delle bucce, e le bucce dei legumi non finiscono nel seno e poi nel latte! Altri cibi ingiustamente accusati sono le crucifere, e cioè tutta la famiglia dei cavoli e dei broccoli, ortaggi buonissimi, di gusto apprezzato dai bambini anche attraverso il latte, e ricchi di antiossidanti, calcio e altre preziose sostanze. Le credenze più ingenue arrivano a dire che la madre non debba bere bibite gassate, o addirittura non debba parlare mentre allatta, come se ci fosse un dotto che congiunge direttamente lo stomaco della mamma al suo seno!
 
Una versione più raffinata di questa teoria è l’ipotesi che le coliche siano dovute a una deficienza di lattasi, l’enzima che serve a scindere il lattosio in glucosio e galattosio. Il lattosio, secondo questa teoria, se non “digerito” arriverebbe intatto all’intestino fermentando e causando feci liquide e schiumose, un quadro noto come “sindrome da primo latte” (il primo latte, quello più acquoso presente all’inizio di una poppata, è più ricco di lattosio, e questa ipotesi è stata formulata a partire dall’osservazione di neonati che venivano allattati a entrambi i seni , o anche passando da un seno all’altro più volte nella stessa poppata, ma per cicli troppo brevi, di pochi minuti).

Non ci sono forti evidenze scientifiche per questa tesi, che rimane un’ipotesi plausibile, ma non comprovata. Consideriamo che in realtà è nell’ordine delle cose che una buona parte del lattosio non venga digerita, in quanto è necessario come cibo per i batteri intestinali (e quindi per la salute del microbioma del lattante), e anche per rendere le feci del neonato più liquide, il che non è in sé una cosa negativa, in quanto così sono più facili da evacuare per un bambino piccolo. Stiamo parlando quindi solo di proporzioni, di “troppo” lattosio, aspetto non tanto facile da definire.
 
In effetti, i gas intestinali in realtà possono essere una conseguenza del pianto, e non il contrario. Quando un bambino piange per più di un minuto, inghiotte aria e dopo un po’ ha aria nel pancino! Quando si calma poi, si rilassa, anche gli sfinteri si rilassano e l’aria viene emessa; insomma potrebbe essere l’effetto del rilassamento, e non il contrario, cioè che eliminare l’aria faccia star meglio il bambino… Di nuovo ci troviamo in un’area grigia in cui è difficile identificare la vera causa del pianto; ma riflettiamo anche che non sappiamo, in realtà, in che misura l’aria nell’intestino debba per forza essere un’esperienza dolorosa in sé: di fatto, l’aria aiuta la peristalsi e il procedere delle feci, è la tensione dei muscoli lisci dell’intestino, quando si contraggono in modo scoordinato, a creare dolore, e non la dilatazione ad opera dell’aria (vale anche per gli adulti).

Non solo coliche

Quindi come si fa a capire se un bambino piange per le coliche? Tanto per cominciare, abbiamo visto che l’emissione di gas intestinali, come i “brontolii” del pancino, non sono una “prova” che il bambino ha le coliche; lo stesso vale per altre credenze popolari, come il fatto che il bambino quando piange “stira le gambine” o le rannicchia… cose che tutti i bambini fanno quando piangono, quale che sia il motivo!

Il bambino piange per tanti motivi, e nove volte su dieci il pianto ha cause ben precise. Ecco le più banali: fame, sete, sonno, riflesso di emissione forte durante la poppata, sovrastimolazione, difficoltà ad attaccarsi bene al seno, disagio fisico, bisogno di contatto. Ciascuno di questi bisogni ha una risposta semplice: prendere il bambino in braccio, coccolarlo, allattarlo, cambiarlo se ne ha bisogno, creare un’atmosfera calma, addormentarlo. Se il bambino smette di piangere poppando o con le coccole, è evidente che piangeva per quel motivo; non c’è ragione di temporeggiare prima di prenderlo su, cercando di capire in anticipo il motivo del pianto.

E che dire di quei bambini che verso il tardo pomeriggio o la sera sono irrequieti, piangono facilmente e vogliono stare sempre attaccati al seno? Per prima cosa è importante distinguere fra coliche e semplici momenti di alta frequenza di poppata.

Molti bambini amano fare una “maratona” di poppate nel tardo pomeriggio-sera, e poi fanno una tirata di sonno nella prima parte della nottata. In questo caso, se si asseconda il bambino, semplicemente sta sempre attaccato, cioè poppa molto spesso e se lo si lascia poppare è soddisfatto. Questa situazione si chiama anche “poppate a grappolo” e si distingue dalla colica perché con la colica il bambino non si calma quando viene attaccato al seno: smette per pochi minuti di agitarsi ma poi si stacca e piange in modo inconsolabile.

Le crisi serali possono essere anche dovute a stanchezza, della mamma e del bambino. Per la mamma, il tardo pomeriggio è spesso il momento più pesante della giornata, con tutte le cose arretrate da concludere, la cena da preparare, magari il figlio maggiore con i compiti ancora non finiti, la stanchezza della giornata accumulata… è facile che il suo riflesso di discesa del latte (governato dall’ormone ossitocina) si faccia aspettare un po’ di più, e il bambino, a sua volta magari stanco o con l’accumulo di una intensa giornata di stimoli, si spazientisce e piange al seno.
 
Come avrete constatato se mi avete seguito fin qui, le coliche sono una condizione molto evidente e stressante per le famiglie in cui si verificano, ma del tutto sfuggenti come definizione, diagnosi, cause e trattamenti.

Ma allora le coliche non esistono??

C’è anche chi assume una posizione drastica e afferma che le coliche “non esistono”. I casi non altrimenti spiegabili sarebbero tutti da ricondurre a uno stato ansioso della mamma che alla fine si trasmette anche al bambino.

Non trovo né utile, né efficace e nemmeno gentile questa affermazione, così netta e generalizzante. Chi afferma che le coliche non esistono (nel senso, non esiste un bambino inconsolabile, è solo un’incapacità della mamma a trovare le risposte giuste e le soluzioni giuste ai bisogni del bambino) non ha mai avuto a che fare con un bambino che effettivamente, molte ore al giorno, molti giorni a settimana, per mesi piange come se lo scuoiassero vivo nonostante sia tenuto in braccio, riceva pochi stimoli, abbia una dieta materna senza latte, un bagnetto tiepido, una mamma calma, un allattamento al seno a richiesta. Ovvio che poi le mamme reagiranno a queste drastiche affermazioni con: “Sì, ma il mio invece le coliche le ha davvero”.

Il fatto che alcuni genitori e i media (a volte anche alcuni sanitari) disinformati usino il termine “colica” per etichettare qualsiasi pianto che non rientri nel loro ideale di bambino, non significa che non esistano bambini che hanno realmente questo disagio. Anche escludendo le diagnosi a sproposito dalla casistica (cioè quei bambini che se allattati o presi in braccio si calmano), rimangono comunque casi di mamme amorevoli che allattano veramente a richiesta e che comunque devono gestire crisi di diverse ore di pianti acuti e disperati, e bambini che non si calmano in alcun modo se non per pochi minuti, per poi riprendere finché, di colpo come erano cominciate, queste crisi finiscono. Non vogliamo chiamarle coliche? Bene. L’aria nella pancia non c’entra? D’accordo… ma negare il fenomeno non aiuta né a fare informazione utile, né a dare sostegno alle mamme che hanno avuto questo tipo di esperienza, perché si sentono messe in dubbio su una realtà che hanno toccato con mano e molto dolorosamente!

D’accordo: la disinformazione va combattuta con informazioni corrette. Non esistono le “colichette”, Ma dire che le mamme che si lamentano delle coliche del proprio figlio sono ansiose e probabilmente solo loro la causa del pianto del bimbo, non aiuta minimamente a passare le informazioni in modo corretto ed efficace, e non aiuta quelle mamme amorevoli e ben informate che, nonostante ciò, hanno davvero bambini allattati a richiesta che piangono per ore in modo inconsolabile.
 
I pianti dei bambini originano dai motivi più disparati. Se una mamma trova una soluzione che funziona per lei e il suo bimbo, benissimo; vuol dire che ha individuato il problema e che questo problema aveva una soluzione. Ma a volte la soluzione magica non c’è, né dipende dalla sapienza, dall’abilità, dall’amorevolezza o dalla serenità della mamma. Il bambino piange e basta. Un motivo ci sarà, ovvio, e di questo quadro, che usualmente viene chiamato “coliche”, ancora non si sa abbastanza per offrire soluzioni collaudate.
 
Il pianto inconsolabile nei primi mesi esiste, il bambino in questi casi è evidentemente in una situazione di disagio se non di dolore acuto, e la mamma piange insieme al bambino mentre lo abbraccia, lo culla e lo allatta. Non c’è altro da fare che tenerlo a sé finché non gli passa. E non è una passeggiata. Dire a queste mamme di “essere meno ansiosa” è offensivo, non è empatico e non coglie il problema, che esiste.

Il pianto del bambino è una condizione molto importante per lui e per la mamma, che richiede risposte e non prediche. Che sia o meno causato da una deficienza di lattasi (come dicono alcuni), da reflusso (come ipotizzano altri), o persino da mal di testa (un’altra ipotesi sul campo) non cambia il fatto che queste mamme vanno sostenute e vanno dati loro gli strumenti, certo, in primo luogo per scremare le situazioni in cui il pianto invece è consolabile, in cui basta coccolare, allattare o ridurre gli stimoli… ma anche per aiutarle in quei casi in cui questi accorgimenti non bastano.

Cosa sono: in conclusione 

  1. ancora non c’è una comprensione vera di cosa siano le cosiddette coliche, cioè quei pianti acuti e disperati del lattante che si prolungano per diverse ore e non si calmano con nulla, e che ricorrono più volte a settimana per un lungo periodo di tempo;
  2. il termine “coliche gassose” è stato abbandonato, perché non pare che siano causate dall’aria nella pancia; è il pianto prolungato a causare inghiottimento di aria;
  3. spesso si definisce colica qualsiasi pianto di cui non si capisce il motivo. Se in qualche modo (es prendendolo in braccio, allattandolo, eccetera) il bambino si calma, non è colica;
  4. non c’è un rimedio unico e garantito grazie al quale, se lo fai, la colica passa o non viene, se non lo fai, viene la colica;
  5. la mamma di un bambino che piange a lungo e spesso ha comunque bisogno di ascolto, comprensione e sostegno.

Parte II – Cosa fare…

Quando un bambino piange molto i consigli si sprecano. Tutti hanno il proprio suggerimento da dare alla mamma, e per essere d’aiuto occorre capire cosa sta succedendo e perché il bambino piange.
 
Questo processo di comprensione può richiedere del tempo; ma nel frattempo, prima ancora di capire qual è il problema, c’è qualcosa che un genitore può fare in ogni caso, quando suo figlio piange?
    • Prenderlo in braccio. L’istinto è giustamente di accorrere e prendere subito in braccio il bambino quando piange, coccolarlo e cercare di calmarlo. I bebè sono dotati di polmoni robusti e di un pianto molto forte che è proprio quello che sembra: un sistema di allarme; e le madri e i padri sono provvisti di orecchie sensibili… non è uno sbaglio della Natura!

    • Allattarlo. Se la mamma allatta al seno, il primo tentativo può essere offrilo al bambino. Se si calma in braccio e con la poppata, il problema è risolto e non importa poi molto sapere qual è la vera causa. Altrimenti, si cerca di indagare meglio e capire quale disagio vive il bambino, dato che nessun bambino piange senza motivo e per il solo piacere di farlo o di dar fastidio ai genitori.

    • Offrire calma, quiete, conforto. Se il problema è la stanchezza o il sovraccarico di stimoli, spostarsi in un ambiente silenzioso e in penombra, cullare il bambino e parlargli dolcemente, abbracciarlo e verificare che sia confortevole (se ha bisogno di essere cambiato oppure ha caldo, freddo, è scomodo), potrà riportare la calma e aiutarlo ad accettare il seno e/o ad assopirsi e rilassarsi.

    • Cambiare ambiente. Alcuni bambini piangendo entrano in un loop e hanno bisogno di un cambiamento improvviso per sbloccarsi e riprendere fiato; può essere un cambio di ambiente (ad esempio uscire sul balcone, cambiare stanza) o uno stimolo improvviso (ad esempio accendere l’aspirapolvere o tirare lo sciacquone!). Dopo che il bambino si è distratto un momento e ha cessato di piangere, di nuovo si prova a proporre il seno o il biberon, le coccole, cambiarlo, eccetera.

E se niente funziona?

Nella prima parte di questo articolo abbiamo descritto le coliche come un pianto intenso e prolungato che avviene di frequente, specie verso sera, molti giorni a settimana, e che non si calma coccolando o allattando il bambino. Abbiamo anche detto che non è ancora chiaro da cosa siano causate le coliche, e che generalmente esse non hanno a che fare con il cibo mangiato dalla mamma o dallo stile di allattamento (durata e frequenza delle poppate); se l’allattamento è a richiesta la durata e la frequenza sono variabili, ed è il bambino ad autoregolarsi.
 
Quando non si riesce a capire la causa del pianto del bambino, molte soluzioni vengono proposte alla mamma; vediamole insieme e ragioniamo su quando e quanto possano essere utili od efficaci.

Rimedi per le coliche

Molti prodotti vengono proposti dalle industrie per placare il pianto dei bambini.

  • Le cosiddette “goccine” sono prodotti a base di areogel di silice, con proprietà antischiuma: dovrebbero insomma diminuire la schiumosità delle feci e liberare il gas rendendolo al bambino più facile da espellere. Pertanto si basano sulla teoria, che come abbiamo visto nella prima parte dell’articolo non è comprovata, che le coliche siano causate dalla presenza di gas nell’intestino del lattante. Vanno considerate per lo più un business commerciale, che poco ha a che fare col pianto inconsolabile o meno dei bambini piccoli.

  • Il sondino è un’altra soluzione spesso proposta sempre sulla base della non provata teoria che il problema del bambino sia la difficoltà ad espellere aria o feci. Si propongono i metodi più fantasiosi, e a fianco del tecnologico sondino, già pensato per essere introdotto nel retto e favorire la fuoriuscita dell’aria, vengono utilizzati oggetti improvvisati come la punta del termometro o il gambo di sedano! Dato che a volte a seguito di questo stimolo il bambino evacua e si rilassa, questa viene empiricamente considerata la prova che il problema era appunto la difficoltà ad evacuare. Ma il sondino non è una soluzione a questa difficoltà, nei casi in cui effettivamente il disagio del bambino sia quello: il bebè deve progressivamente imparare ad usare la muscolatura sfinterica per trattenere e rilasciare, e se nei primi tempi può agitarsi o piangere perché non è ancora ben coordinato, imparare a farlo è una tappa ineludibile e che avviene naturalmente, se si ha la pazienza di aspettare. Usare il sondino per affrettare questo processo può essere la causa di un’altra serie di problemi, creando un riflesso condizionato e un’abitudine che sarà poi difficile da togliere. Infilare qualcosa nell’ano del bambino è un’azione intrusiva che non è salutare né fisiologica, e che può anche esporre il bambino al rischio di lesioni delle sue delicatissime mucose(1).

  • Le tisane. Diversi infusi vengono proposti tradizionalmente per le coliche; il più popolare è la tisana al finocchio, commercializzata sia per adulti che per bambini. È molto importante sapere che non solo questa tisana non è risolutiva per le coliche (che, ricordiamo, non è nemmeno dimostrato che abbiano a che fare con la produzione di gas intestinali), ma contiene sostanze che sono state da tempo identificate come pericolose per la salute del bambino, tanto che in alcuni Paesi sono già state vietate. In particolare l’estragolo, una sostanza aromatica contenuta nel finocchio, è cancerogena e genotossica (si lega al DNA delle cellule) e in 100 ml di tisana è presente in una concentrazione 50 volte superiore della soglia minima di rischio (2). Anche altre sostanze, come l’anetolo, presente nelle tisane di anice e finocchio, vengono escrete nel latte, quando assunte dalla madre; alcuni medici hanno segnalato casi di ricovero di lattanti con sintomi neurologici, regrediti dopo che le loro madri hanno sospeso l’assunzione di queste tisane (che superavano i 2 litri al giorno) (3). Se questo può essere l’effetto tramite il latte materno, che dire delle stesse tisane somministrate direttamente al bambino? I fitofarmaci vanno considerati alla stregua dei farmaci, specie per un bambino molto piccolo, e occorre cautela e un parere esperto prima di prenderli in considerazione.

  • Altri rimedi. Nella mia pratica ho visto somministrare ai bambini davvero di tutto, dal malto d’orzo al latte di asina, dalla camomilla all’acqua di cottura dei cereali. Nessuna di queste sostanze è stata mai testata veramente né per l’efficacia né per la sicurezza. Ma al di là di tutto, occorre sapere che qualsiasi cosa diversa dal latte materno, introdotta nel periodo di allattamento esclusivo (i primi sei mesi), danneggia e mette a rischio l’allattamento al seno per più di una ragione. In primo luogo, il bambino popperà di meno perché avrà nello stomaco liquidi diversi dal latte, meno o affatto nutrienti; quindi crescerà di meno, si esporrà al rischio di carenze specifiche, e la mamma produrrà meno latte in quanto il suo seno sarà stimolato in misura minore. In secondo luogo, specie in un bambino piccolo, queste tisane vengono in genere offerte con il biberon, il che espone al rischio che il bambino si confonda nella sua tecnica di suzione, diventando meno efficace al seno, causando dolore alla mamma mentre poppa, o cominciando a rifiutare il seno per il biberon; tutte situazioni che possono portare a problemi a cascata e a un rapido declino dell’allattamento al seno.

Strategie inefficaci o inopportune

Quando una mamma non riesce a consolare il suo bambino piangente è disposta a provare di tutto; e i consigli non mancano. Ma non sempre sono utili o innocui.

  • Ciuccio. Molto spesso si consiglia alla mamma di un bambino con le coliche di offrire al bambino il ciuccio, allo scopo di distanziare le poppate (vedi punto seguente), oppure semplicemente perché si ritiene che il bambino debba essere calmato ma non abbia bisogno di mangiare. Il ciuccio però, specie nel periodo dell’allattamento esclusivo, è un grosso interferente, perché altera il meccanismo di produzione di latte, che è basato sulla domanda e offerta. Il seno viene drenato di meno perché il bambino sfoga la sua suzione al ciuccio, e quindi produce una quantità inferiore di latte rispetto al suo fabbisogno. Infatti la piena alimentazione del lattante avviene solo quando si permette al bambino di effettuare al seno tutto il suo bisogno di suzione, a prescindere dal motivo per cui richiede di poppare. Inoltre il ciuccio, come la tettarella del biberon, può alterare il modo di succhiare del bambino portando a una suzione dolorosa e/o inefficace.

  • Distanziare le poppate. Spesso alla mamma di un bambino con le coliche (o con il reflusso) viene suggerito di distanziare le poppate, in modo che il bambino abbia avuto tempo di “digerire” la poppata precedente. Si ritiene secondo questa teoria che l’arrivo di nuovo latte quando è in corso la digestione sia causa di disagio e di blocco del processo digestivo. Nulla di più inconsistente, dato che il latte materno, oltre a essere digerito molto in fretta, contiene enzimi che facilitano la digestione stessa. È in sé un digestivo! Quindi paradossalmente il bambino potrebbe volere poppare di nuovo proprio per aiutare questa digestione. Distanziare le poppate causa una serie di conseguenze che vanno in direzione opposta a quella voluta: infatti poppate distanziate significano maggior volume di latte da assumere in una singola poppata, con maggior riempimento dello stomaco e disagio per il bambino; mentre parallelamente mettono a rischio la produzione di latte, perché alterano il meccanismo domanda/offerta dell’allattamento al seno. È inoltre facile che il bambino a cui vengono allungati gli intervalli pianga e venga calmato offrendogli la suzione non nutritiva di un ciuccio, con rischio di alterare il suo modo di succhiare e successive difficoltà a poppare correttamente al seno. Infine, poppate frequenti oltre a determinare il beneficio di un minor volume di latte per poppata, portano a una maggior miscelazione dei grassi del latte materno, il che in caso di coliche potrebbe avere qualche vantaggio, perché riduce la proporzione di lattosio (contenuto nella parte acquosa), uno dei “sospettati” all’origine di disturbi intestinali.

  • Ruttino. Alcuni genitori o nonni si affannano a far fare il ruttino ai bambini dopo la poppata. Se è vero che aria nello stomaco può causare disagio al bambino, questi sarà comunque in grado di emetterla e fare il ruttino in qualsiasi posizione; se torna su un po’ di latte non è un problema. Ad ogni modo, non è una prevenzione delle coliche, anche perché, come si è detto più volte, queste non dipendono dall’aria ingurgitata durante la poppata.

  • Diete materne. Alla madre che allatta vengono vietati una quantità incredibile di alimenti, accusati di causare coliche. Come si è già spiegato, queste diete privative sono in genere del tutto inutili perché la colica quasi mai dipende da ciò che si è mangiato. L’atteggiamento di base dovrebbe quindi essere mangiare di tutto, fino a prova contraria, senza improvvisare diete inutilmente restrittive; ogni dieta di esclusione dovrebbe essere pianificata per validi motivi, con attenta valutazione e guida dello specialista (vedere la prima parte di questo articolo per ulteriori dettagli).

Strategie efficaci

Non sempre si riesce a calmare un bambino che piange per un malessere fisico. Oltre all’approccio generale illustrato all’inizio di questo articolo, ci sono alcune cose che la mamma può fare nel caso di un bambino con le coliche, che si sono dimostrate di una certa efficacia per alleviare il suo disagio.

  • Cullare. Essere portati e dondolati è una strategia calmante istintiva. È rilassante per il bambino non solo perché lo riporta all’esperienza in utero, ma anche perché il movimento ondulatorio e sussultorio di un adulto che cammina e si muove in modo irregolare ha dei benefici documentati sulla sua respirazione, frequenza e portata cardiaca, termoregolazione e tono muscolare. Il dondolìo favorisce anche il funzionamento dell’apparato gastrointestinale, migliorando il tono del colon e la peristalsi (il progredire delle feci nell’intestino) (4)

  • Usare la fascia. Portare un bambino in fascia, camminando o effettuando le normali attività, consente di unire i benefici del portare in braccio il bambino a quelli del contenimento. I bambini con un problema gastrointestinale trovano beneficio dall’essere addosso a un adulto in movimento; la fascia aggiunge a questi benefici l’esperienza tattile dell’essere avvolto e compreso in un abbraccio. L’esperienza tattile della fascia è più estesa e fornisce anche un senso di stabilità e contenimento che non si ottiene con un semplice abbraccio; per questo motivo risulta benefica andando a sollecitare armonicamente il sistema nervoso neurovegetativo e il nervo vago, che governa tutte le reazioni involontarie del corpo, incluse le reazioni gastrointestinali.

  • Presa da coliche. Consiste nel tenere in braccio il bambino con la sua schiena poggiata contro il torace dell’adulto, “seduto a seggioletta” sull’avambraccio, in modo che il sederino sta ben infossato nello spazio fra torace e avambraccio e le cosce quindi flesse verso il suo pancino. Questa posizione favorisce la progressione delle feci nell’intestino ed è calmante (vedi immagine di copertina).

  • Gestione delle poppate. A volte variare la durata, frequenza o modalità delle poppate funziona. Alcuni bambini nella fascia oraria di maggiore agitazione accettano di poppare e si calmano se sono allattati stando in piedi e camminando. Altre volte può giovare non alternare troppo i seni nel corso di una singola poppata; oppure aumentare la frequenza delle poppate. Infatti queste strategie favoriscono una maggior concentrazione di grassi nel latte materno, e questo ha un effetto calmante, oltre a ridurre il volume di latte assunto nella singola poppata e quindi l’effetto di pienezza.

  • Massaggio “I Love You”. Il massaggio ha di per sé un effetto calmante. Il massaggio I love you (che si può visualizzare con la sigla I-L-U) si ispira alla forma delle lettere che rappresentano questa frase. Con il bambino disteso supino, massaggiare delicatamente il pancino col la mano a palmo aperto, procedendo in senso orario. Si parte facendo la “I” percorrendo il colon discendente; poi la “L” iniziando dal colon trasverso e continuando con il discendente; infine la “U” cominciando dall’inguine destro, risalendo per il colon ascendente, e poi di nuovo il trasverso e il discendente (vedi immagine di copertina).

  • Giocare d’anticipo. Se i pianti avvengono sempre nella stessa fascia oraria (ad esempio il tardo pomeriggio) può essere un’idea prevenire la crisi offrendo il seno e un momento rilassante di coccole un po’ prima che arrivi l’ora “X”. Si può preparare la cena assieme al pranzo, portarsi avanti col lavoro o lasciarlo fare agli altri, in modo da non accumulare alla fine della giornata troppi impregni stressanti; trasformare questo momento difficile in un momento di relazione col bambino, staccare il telefono, ritagliarsi un momento di calma, preparare un bagno caldo e farlo insieme al bimbo, allattare a letto, senza luci forti o rumori molesti, magari con una bella musica rilassante in sottofondo può essere la strategia vincente per mamma e bambino, permettendo loro di superare questa fase difficile della giornata.

Le coliche sono un’esperienza stressante per la mamma e per il bambino, ma è importante sapere che non è colpa di qualcosa di sbagliato che gli adulti fanno: non è causata dall’allattamento frequente (anzi questo le allevia), non è effetto di una “cattiva abitudine” ad essere presi in braccio (anzi tenere in braccio può calmare il bambino ed è una risposta competente) e anche quando nulla sembra funzionare, la presenza amorevole e le coccole sono di conforto al bambino, che in quel momento sta vivendo un disagio. Per fortuna si tratta di una fase transitoria, che raramente dura oltre il terzo mese, e anche se allattare o cullare non sembra sortire un effetto definitivo, è ciò di cui il bambino ha bisogno.

Antonella Sagone, 21 marzo 2020

Note

  1. http://pediarisponde.altervista.org/alterpages/5-03cacca.pdf
  2. Neonati, non sempre le tisane sono un toccasana 
  3. R. Davanzo et al, Acta Paediatrica n.83, 1994.
  4. Montagu, Il linguaggio della pelle. Garzanti 1975, pp. 124-25.

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