Crisi dell’ottavo mese

Crisi dell’ottavo mese

Crisi dell'ottavo mese

Verso l’ottavo mese viene descritta una fase critica in cui il bambino diventa più sensibile alla separazione e alla presenza di persone sconosciute, tanto che si chiama anche fase dell’ansia da separazione o angoscia degli estranei. Naturalmente non succede sempre a 8 mesi spaccati, chi prima, chi dopo, ma tutti attraversano in genere una fase in cui diventano appiccicosi e vogliono sempre e solo la mamma. Spesso la mamma si preoccupa di questa “regressione”, anche perchè gliene dicono di tutti i colori: La nostra cultura non fa che esaltare la capacità del bambino di fare a meno degli adulti, e questo viene chiamato in modo fuorviante “indipendenza”. L’indipendenza che si vorrebbe da bambini piccolissimi, però, non è intesa, come dovrebbe essere, come capacità di saper pensare e decidere da soli, di autodeterminarsi, di avere il controllo delle proprie vite: l’indipendenza che la nostra società pretende dai bambini è solo quella di non infastidire i genitori con richieste di contatto e di affetto, di sostegno emotivo continuo; come se saper cercare l’amore dei propri cari fosse una fragilità, un punto debole da superare.

Un altro mito coltivato nella nostra cultura è quello di abitudine: in questo senso i bambini docili, poco richiedenti, che sanno stare calmi da soli, sono stati “ben abituati”, mentre quelli che richiedono intensamente la presenza materna o paterna sono “viziati”, abituati male. I genitori fanno grandi sforzi per abituare i neonati a stare tranquilli anche da soli, e quando verso l’ottavo mese il bambino improvvisamente diventa più ansioso, e non accetta più le braccia della baby sitter o della nonna, o la solitudine del box e del lettino, ecco che gli adulti cadono in uno stato di costernazione e si chiedono dove mai hanno sbagliato.

Questa fase invece è una fase normale dello sviluppo emotivo, un momento di transizione, durante il quale il bambino va accompagnato con sensibilità e rispettato nei suoi momenti in cui vuole soltanto la mamma e nessun altro. Non è un segno di regressione, al contrario, è segno del fatto che il bambino sta crescendo, ha maturato una percezione più raffinata del mondo, ha acquisito una capacità cognitiva maggiore e la sua emotività è più elaborata ed articolata.

Esogestazione

Ma cosa c’è di così particolare nel nono mese di vita? Per capirlo dobbiamo tornare indietro, alla gravidanza umana. E comprendere come i nostri piccoli nascono molto immaturi, rispetto agli altri mammiferi. Il motivo è semplice: è il prezzo della nostra “intelligenza” e dell’essere diventati bipedi. Il cervello umano è molto voluminoso, e l’andatura eretta ha ristretto lo spazio del bacino attraverso il quale il feto deve passare nascendo. Questo rompicapo è stato risolto dalla natura facendo nascere i cuccioli umani un po’ prima della piena maturità. Al periodo dell’endogestazione (la gestazione dentro il grembo materno) segue quindi un periodo di esogestazione, altri nove mesi in cui il bambino è nato, ma è ancora un tutt’uno con la mamma, non solo emotivamente ma anche dal punto di vista biologico: attraverso l’allattamento e il contatto continuo l’organismo del bambino e quello della mamma comunicano in modo profondissimo, a livello neurale, ormonale ed immunitario. E anche la mente del bambino è fusa con quella materna e interagisce con il mondo attraverso le parole, i gesti e le emozioni della mamma.

Al termine dell’esogestazione, però, c’è una fase delicata in cui il bambino ha un balzo evolutivo e matura dal punto di vista anche psicoaffettivo, diventa più consapevole e quindi si rende anche molto meglio conto della presenza o dell’assenza materna, comincia a pensare al prima e al dopo, comincia a fare distinzioni e ad essere più selettivo. In questa fase è molto sensibile alle esperienze di separazione, ecco perché mostra questa apparente regressione, con l’intenso bisogno di stare sempre attaccato alla mamma, lessere spaventato dalla presenza di estranei mentre prima non lo era, a volte il rifiuto di stare con altri, persino col papà o con i nonni con cui prima andava senza farsi problemi. Sta crescendo!

Non c’è nulla che i genitori abbiano sbagliato, e non c’è nulla di speciale che debbano fare per aiutare il bambino a superare questo momento. Va semplicemente confortato con la presenza materna finché non supera questa fase.

Ovviamente non è che dopo i 10 mesi, finita l’esogestazione, il bambino non abbia più bisogno di contatto, latte, coccole e presenza materna! Sarà un bambino più consapevole, più autonomo, comincerà ad esplorare il mondo gattonando e poi camminando, la sua interazione con gli altri diverrà più ricca e articolata, ma avrà sempre bisogno della base sicura delle braccia e del seno materno, di adulti amorevoli a cui fare ritorno quando il mondo diventa per lui improvvisamente troppo grande. Autonomia non significa fare a meno degli altri, ma rapportarsi a loro con maggior consapevolezza, trovare in sé il proprio centro, essere capace di distinguere il sé dall’altro e in questo modo poter creare relazioni più ricche e profonde.

E le madri?

Forse sarebbe interessante chiedersi anche che cosa succede alle mamme dopo 9 mesi dal parto. Anche per loro finisce una fase e ne comincia una nuova?

Ne parleremo nel prossimo articolo!

9 Replies to “Crisi dell’ottavo mese”

  1. La mia bimba 8mesi e 10 giorni è nel pieno di questa fase,ad esempio ha sempre dormito 10 ore nel suo lettino ma ora ogni 3 ore ha bisogno di sapere che ci sono,ha bisogno di essere attaccata al seno per qualche secondo mentre mi coccola il viso o il braccio.
    Non nego che inizialmente mi sono disperata ma poi alla fine mi sono ricordata dell’esogestazione e sono andata riprendere gli articoli del corso pre parto.
    Aspetto con pazienza la continuazione dell’articolo con il punto di vista da parte delle mamme.

  2. Grazie Serena!
    l’esperienza delle mamme come te è preziosa proprio per arricchire anche il mio lavoro e i miei articoli. I bambini a volte sembrano regredire ma sono in realtà passi avanti, ricapitolazioni che fanno nel corso del loro sviluppo. E’ faticoso, ma anche un’esperienza irripetibile.

  3. Buongiorno.
    Condivido appieno e riconosco questa fase anche con il mio primo figlio. Ma quando la mamma lavora full time la vedo dura rispondere esattamente alle sue richieste di contatto e questo (mi) genera frustrazione e purtroppo È poco risolvibile.

    Saluti.

  4. Può essere collegato a questa crisi un rifiuto del cibo (da un giorno all’altro) con pianto disperato appena entrano nel seggiolone?

    1. ciao Chiara, no, non è tipico il comportamento che descrivi. Bisognerebbe capire a quale tipo di problema o disagio è legato; per capirlo occorrerebbe approfondire ed osservare il bambino.

    1. salve Miamo
      premetto che la tua osservazione non mi sembra molto agganciata all’articolo sull’ottavo mese, in cui la fase di ansia di separazione o di paura dell’estraneo si manifesta semmai all’opposto con un accentuato comportamento di attaccamento.
      Comunque, cosa intendi per rifiuto del seno o della mamma? è solo un termine “etichetta” di un comportamento, che implica però un giudizio, un’inferenza sulle motivazioni. Su che base? Inoltre non è sufficientemente descrittivo per poter intavolare una discussione. Però ti ringrazio perché potrebbe essere lo spunto per un mio nuovo articolo!
      Un po’ genericamente, posso dirti che come psicologa, appena uscita dalla facoltà, anche io pensavo che gli allattamenti difficoltosi fossero quasi sempre lo specchio di problemi psicologici all’interno della relazione madre figlio.
      Poi ho conosciuto da vicino il mondo dell’allattamento, mi sono formata prima come volontaria poi come professionista per assistere le mamme che allattano, e seguendo decine e decine di allattamenti ho scoperto un mondo di cui ignoravo l’esistenza, fatto in realtà di tanti aspetti tecnici se vuoi, sconosciuti a i più. COme il funzionamento della suzione al seno (c’è un altro articolo qui sul sito su suzione al seno e modellamento del palato che può darti alcuni spunti). O la conoscenza dei riflessi innati del neonato, che sono in realtà parecchie decine e non i soliti 4 che ci insegnano. E di come a volte aspetti banalissimi come il modo di sostenere il bambino o accostarlo al seno, o restrizioni nella durata o distanziamento delle poppate, o introduzione di interferenti come ciuccio e biberon, siano la vera causa di tante difficoltà e disastri.
      E il bambino che ha una genuina avversione per la mamma e il seno? da psicologa, sarebbe interessante incontrarlo, ma in 30 anni ancora non ne ho visti. Continuo solo a vedere bambini in difficoltà per tanti motivi che col tempo ho imparato a identificare.

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