Mamma da otto mesi: cosa cambia?

Mamma da otto mesi: cosa cambia?

Mamma da otto mesi: cosa cambia?

L’ottavo mese è una fase di grandi cambiamenti per il bambino. È come se alla gestazione in utero si accompagnasse una seconda gestazione, di uguale durata, che avviene fuori del corpo della mamma ma ancora strettamente connesso a lei (esogestazione). In questo articolo sono stati descritti i grandi passi avanti che un bambino compie intorno a questa età, e come a questo balzo nello sviluppo si accompagni un momento di “crisi” in cui egli sembra regredire e tornare ad essere ansiosamente attaccato alla mamma. Si tratta invece del segno della sua acquisita maturità e consapevolezza, un necessario riepilogo al termine dell’esogestazione, prima di lanciarsi all’esplorazione del mondo.

Manuali e articoli on line sono pieni di informazioni sulle tappe dello sviluppo dei bebè e su come cambi la loro vita nei primi mesi. Ma delle madri si parla molto poco. Cosa succede alle madri nel primo anno dopo la nascita del figlio, nel loro parallelo percorso di ripresa dal parto e nell’esperienza del tutto nuova di essere madre?

Quanto dura il puerperio?

Facendo una ricerca in rete è sorprendente come la rappresentazione del primo anno di una madre sia semplificato e minimizzato, ridotto a poche semplici tappe. In pratica, si parla solo dell’immediato post parto, per poi balzare al momento, al termine del congedo di maternità, in cui la donna riprende a lavorare. Tutto ciò che avviene in mezzo a queste due tappe sembra essere ignorato o banalizzato.

Tipicamente il puerperio viene considerato come quel periodo molto breve che va dal parto al primo mese e mezzo, massimo due mesi, in cui il corpo materno si riprende, l’utero si riduce di dimensione, la produzione di latte si calibra e la donna “riprende forma”. Questo periodo spesso si ritiene concluso con la comparsa del capoparto, perdite uterine che sanciscono il termine di una fase di difficili assestamenti.

Ma sebbene questo momento sia effettivamente significativo, il corpo materno ha bisogno in realtà di molti più mesi per riprendere un equilibrio diverso. La cedevolezza dei tessuti e delle emozioni, gli umori fisici ed emotivi, l’intenso coinvolgimento con il bambino sono lo specchio di un profondo cambiamento psicofisico che evolve molto gradualmente. Il nono mese dopo il parto (con le dovute variazioni individuali) sembra essere una data abbastanza realistica per definire il passaggio a una fase in cui madre e bambino si emancipano significativamente l’uno dall’altra. Così come la fine della gravidanza per la donna significa l’esperienza travolgente del parto, non è troppo difficile ipotizzare che la fine dell’esogestazione significhi per la neomamma un nuovo travaglio interiore e un nuovo “parto”, inteso come lasciar andare e ritrovare in modo nuovo la relazione con il proprio figlio.

L’unità biologica diventa dualità

Intorno al nono mese, nell’organismo del bambino avvengono molti cambiamenti importanti a carico del suo sistema neuro-endocrino-immunitario, che lo rendono maggiormente capace di mantenere un equilibrio psicofisico anche separatamente dalla mamma e dal corpo materno.

Ma mentre per quanto riguarda alcuni ambiti (per esempio lo sviluppo del sistema nervoso) il cambiamento è tutto a carico del bambino, per altri aspetti l’evoluzione nell’organismo del bambino si riverbera anche sull’organismo materno. Infatti la simbiosi che mamma e bambino vivono nei primi mesi, così stretta da definire la coppia come diade, si fonda su processi circolari e non a senso unico: il latte materno modula la salute e il funzionamento del sistema nervoso, ormonale e digerente del bambino; ma la suzione del bimbo a sua volta modula la produzione del latte materno sia in quantità che in qualità, e induce cambiamenti importanti anche nel modo in cui il corpo della mamma risponde allo stress, all’infiammazione, alle infezioni, alle sollecitazioni ambientali. Nella madre, l’intenso legame con il bambino modella sui ritmi e i bisogni di quest’ultimo la fame e la sazietà materna, il sonno e la veglia, la soglia di sensibilità agli stimoli e al dolore, la fertilità, il metabolismo. Questo è potenziato dall’allattamento, ma in una certa misura avviene anche in sua assenza, grazie al semplice contatto quotidiano e pelle a pelle con il neonato.

I livelli ormonali di prolattina nel sangue materno si mantengono alti finché la mamma allatta, spesso inibendo la ripresa del ciclo fertile fino a quando l’allattamento è frequente ed esclusivo. Finché, qualche mese dopo l’introduzione dei cibi solidi, spesso il ciclo ormonale riprende, a seguito di un dimezzamento del tasso di prolattina che, ricordiamolo, è anche l’ormone che stimola le risposte materne, e che protegge dalla depressione post-parto. E guarda caso, questo calo ormonale si verifica fra il sesto e il dodicesimo mese, cioè in media proprio verso il nono mese.

Un altro importante ambito in cui l’organismo materno si modula sul bambino è il ciclo del sonno. È noto come i cicli di sonno della donna che ha appena partorito si differenzino da quelli adulti per tornare ad essere più simili a quelli neonatali. In altre parole, le madri hanno un sonno più leggero e risvegli molto più frequenti dei papà, cosa che ogni coppia può constatare al mattino dopo una nottata tipica, in cui il bebè si è svegliato e ha poppato molte volte, mentre il papà ha dormito senza essersi accorto di nulla!

La prolattina sostiene la donna anche in questo periodo di sonno fragile, aiutandola a riprendere sonno velocemente. Ma verso il nono mese, con il calo di questo ormone, e specialmente se la donna non allatta, può essere più difficile per lei riprendere sonno dopo i ripetuti risvegli notturni di suo figlio.

Un altro aspetto straordinario del legame diadico, di cui si sente parlare raramente, è il legame che c’è fra il cuore della mamma e quello del bambino. No, non è semplice retorica. I campi elettromagnetici del cuore si intersecano e si influenzano a vicenda1. Questo avviene già quando il piccolo cuore del feto inizia a battere nel grembo materno: il campo elettromagnetico del cuore della mamma contribuisce a stabilizzare il ritmo di quello del feto. Alla nascita, questa stabilità è ancora fragile e necessita della vicinanza fisica con la mamma. Il campo elettromagnetico del cuore adulto ha un’area di un metro in cui i suoi effetti sono più intensi, ma influisce comunque su quello del bambino fino a 5 metri di distanza, che è come dire la distanza di un bambino che si trova nella stessa stanza, a pochi passi dalla mamma. Allontanato da questa influenza regolarizzante, il ritmo cardiaco del bambino diviene più instabile, almeno finché non acquista una sua coerenza e regolarità: verso i nove mesi!

Ma la cosa interessante è che la presenza del piccolo cuore del neonato influisce a sua volta sul cuore materno. Spiega Joseph Chilton Pierce, un’autorità mondiale nell’ambito dell’antropologia e della psicologia infantile2:

Quando si registrano le onde di cuore e cervello di madri e bambini (elettrocardiogramma ed elettroencefalogramma), i tracciati mostrano una coerenza e un andamento sincronico quando madre e figlio sono insieme. In caso invece di una separazione prolungata entrambi i sistemi diventano incoerenti (caotici) a causa del rilascio di cortisolo sia da parte della madre che del bambino e si instaura una condizione generale di stress.

Entrambi i sistemi! Anche il campo elettromagnetico del cuore materno, cioè, si stabilizza e crea una maggiore coerenza del battito cardiaco quando il bambino è vicino, mentre si destabilizza quando è fisicamente troppo lontano. 

Tutti i dati in nostro possesso ci mostrano come madre e bambino costituiscano insomma un’unità biologica: il corpo del bambino e quello della sua mamma interagiscono continuamente e si influenzano reciprocamente. Questo riverbero profondo, intenso, emotivo ma anche fisico che la mamma prova verso il suo piccolo, viene spesso ignorato, equivocato o anche criticato. La dipendenza della madre dal suo bambino fa paura tanto e più di quella del bambino da sua madre, in una cultura che tanto esalta la capacità di fare a meno degli altri!

E poiché un bambino è in continua crescita ed evoluzione, la madre si trova a doversi adattare ripetutamente a questi cambiamenti. Nel nono mese si trova quindi a dover trovare un nuovo equilibrio, ritrovare un centro in se stessa, via via che il bambino a sua volta si centra e diviene capace di mantenersi coerente anche mentre inizia ad allontanarsi dalla mamma con i primi gattonamenti.

Un figlio che cambia

Se il bambino verso i nove mesi va incontro a un grande balzo in avanti psicologico e fisico, che ne è della sua mamma? Come vive questo passaggio? Certo non la può lasciare indifferente!

Proviamo a riflettere su quale può essere il vissuto di una donna che nei primi mesi si è adattata a un ruolo di accudimento quasi continuo verso un bebè inerme e sostanzialmente passivo. Il bambino piccolo non si può muovere autonomamente, non parla, dipende dal seno materno per nutrirsi, ha bisogno delle sue braccia e delle sue mani per mantenersi sano e confortevole.

Ma ecco che verso la metà del primo anno abbiamo già un bimbetto che riesce a stare seduto da solo, e che comincia a sperimentare una certa capacità di movimento (si gira, striscia a terra, afferra gli oggetti), che assaggia i primi cibi solidi, che si guarda intorno interessatissimo all’ambiente e interagisce con gli altri in modo molto più articolato. Anche le notti, che erano diventate un po’ più calme, divengono più movimentate; i risvegli aumentano, assieme ai primi fastidi della dentizione e alla maturazione del sistema nervoso infantile, che modifica i suoi cicli di sonno. E verso i nove mesi, compaiono i primi balbettii e a volte le prime parole, e improvvisamente il bebè passivo è diventato una forza della natura, un intrepido esploratore che a quattro zampe pattuglia ogni spazio, si tira su in piedi, raggiunge oggetti a un metro di altezza, mette tutto in bocca, morde, esplora, manifesta una grande determinazione e un’instancabile attività.

La seconda gravidanza, il periodo di gestazione fuori dell’utero, è giunto al termine e il bambino vuole “nascere” al mondo più vasto che è ormai pronto ad esplorare.

E la madre, è pronta a “partorirlo” di nuovo?

Questo nuovo bambino che parlotta e gattona è in un certo senso sconosciuto come un neonato, e sua madre deve di nuovo imparare a conoscerlo. Ciò che in passato funzionava per calmarlo e soddisfarlo, a questo punto non basta più. Le richieste di suo figlio divengono differenziate e non basta offrire il seno o cullarlo in braccio, vuole esplorare, toccare, muoversi; nello stesso tempo comincia ad affrontare grandi frustrazioni perché quello che vorrebbe fare è più di quello che ha l’abilità di fare… e la mamma si sente impotente e alle prime armi come lo era di fronte al suo bimbo appena nato.

Non c’è poi da sottovalutare la semplice fatica fisica di correre dietro a un bimbetto che gattona per casa, e richiede molte più attenzioni di prima. Seguirlo nelle sue scoperte e conquiste quotidiane è entusiasmante, ma certamente impegnativo!

In questa fase delicata la madre avrebbe bisogno di sostegno esterno, aiuto concreto, appoggio emotivo, comprensione per i momenti di stanchezza o dubbio, conferma della sua competenza. Riceve spesso invece critiche per essere troppo o troppo poco sollecita nel contenere e accudire il suo bambino.

Il ritorno al lavoro

Nella nostra società, questa fase così complessa viene spesso tranciata di netto dalla fine dell’aspettativa di maternità e dal ritorno obbligato della donna al lavoro. Questo comporta una riorganizzazione radicale della vita familiare e l’irruzione dei tempi esterni, dettati dalla società, nel continuum temporale completamente differente che era stato dettato fino a quel momento dai ritmi biologici del bambino (e di sua madre). L’aumento dei risvegli notturni del bebè subentra proprio quando la mamma deve alzarsi presto e andare a lavorare, a prescindere da come ha passato la notte. Il legame col bambino (che, come abbiamo visto, è comunque emotivamente e biologicamente ancora intenso) viene frammentato dalla separazione quotidiana, la mamma a lavorare e il bambino affidato ad altri, che sia la baby sitter o i nonni o il nido.

Le aspettative della società sono quelle di recuperare alla vita produttiva la donna nel periodo più breve possibile, mandando il messaggio che la maternità non sia che un transitorio scombussolamento, una parentesi da superare per tornare ad essere “proprio come prima”. Questa visione in bianco e nero rinnega ogni sfumatura, incertezza e complessità di un processo che in realtà richiede molti mesi e che, per certi versi, non termina mai, perché quando si è madri, lo si è per sempre.

Queste aspettative si ripercuotono anche sulla percezione che la donna ha del suo corpo. Con il recupero della sua autonomia biologica, con l’allentarsi del legame psicofisico della diade, la donna fa il bilancio di un corpo ammorbidito, dilatato, cambiato dalla gravidanza, dal parto e dai primi mesi di accudimento del bambino. Rinasce l’esigenza di recuperare tono e forma, un aspetto che da un lato è perfettamente legittimo e salutare, ma che diventa fonte di stress e frustrazione nel momento in cui si inserisce in una visione culturale della maternità che vede il corpo cambiato della madre come una malattia, una deformazione da correggere, e non un meraviglioso cambiamento al servizio della salute del bambino e di sua madre.

Il nostro ideale estetico femminile è quello della giovane non ancora madre, con seni e fianchi quasi adolescenziali; siamo infinitamente lontani dalla cultura neolitica che esaltava la bellezza abbondante delle madri, così ben rappresentate nelle statuette di dee della fertilità, con le mani a sostenere e comprimere seni generosamente pieni di latte!

La fretta della nostra società di vedere la donna tornare “come prima”, del tutto emancipata dal coinvolgimento fisico ed emotivo con suo figlio, rappresenta una forma di negazione del legame materno e un deprezzamento del valore di questo legame per lo sviluppo psicoaffettivo del bambino.

È vero che i nove mesi segnano una tappa evolutiva importante nell’autonomia del bambino, e una maggiore differenziazione di madre e figlio all’interno della loro relazione; ma non sanciscono certo la fine del loro legame biologico ed emotivo o la definitiva emancipazione reciproca.

Conclusioni

La fine dell’esogestazione, circa nove mesi dopo il parto, è un giro di boa importante sia per il bambino che per la madre. Questo periodo di transizione, come tutti i momenti di passaggio, dovrebbe essere guardato con rispetto e gentilezza, come un processo graduale, fatto anche di ripensamenti, di incertezze, di passi indietro, di tempeste emotive e di emozioni complesse.

La donna che è madre da poco meno di un anno ha diritto che venga riconosciuto il suo bisogno di tempo, di delicatezza, di sostegno e di comprensione mentre impara di nuovo ad essere madre di un bimbetto non più inerme ma attivo e in piena esplosione delle sue nuove abilità.

La società dovrebbe adeguare il congedo di maternità e pensare forme di sostegno economico per consentire alle madri di poter rimandare il rientro al lavoro, qualora lo desiderino, fino alla fine del primo anno, per poter portare a termine questo processo di cambiamento, esprimendone il pieno potenziale di salute.

Il partner, i nonni, gli amici e le persone vicine alla mamma dovrebbero divenire più consapevoli del funzionamento di questa straordinaria unità biologica che è una mamma con il suo bambino; e dare maggiore fiducia ad entrambi, alla loro capacità di evolversi e trovare nuovi equilibri, senza pressarli con pretese di emancipazione forzata e definitiva, ma offrendo comprensione e contenimento emotivo, dando aiuto pratico, ricreando attorno alla mamma e al suo bambino quel villaggio che dovrebbe costituire il tessuto sociale di sostegno non solo di madri e figli, ma di ogni essere umano.

Note

  1. Russek LG, Schwartz GE, Energy cardiology: a dynamical energy systems approach for integrating conventional and alternative medicine. Advances 1996;12(4):4-24.
  2. Chilton Pierce, La nascita e la formazione del legame, in; V. S. Robinson, Allattare secondo natura, AAM 2009, pp. 226-27.

3 Replies to “Mamma da otto mesi: cosa cambia?”

  1. La cultura del biberon e del distacco. Che cosa significa per un bambino che nasce al giorno d’oggi? In termini pratici, significa che, quando nasce, non viene automaticamente attaccato al seno, lo si tiene nella

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *