Vi fidate dei vostri bambini?

Vi fidate dei vostri bambini?

Vi fidate dei vostri bambini?

“Non può piangere per fame, ha poppato solo un’ora fa”  “Non ha veramente bisogno di te, è furba e vuole manipolarti” “Devi andare a letto, hai sonno, anche se non lo sai”  “Non piangere, non è così grave”  “Non avere paura, è una sciocchezza”  “Mettiti la maglia, non è vero che hai caldo, fa freddo”  “Non fare storie, mangia che poi ti piace”  “Non è vero che non vuoi andare all’asilo, poi ti diverti”  “Non hai mal di pancia, solo non hai voglia di alzarti”.

Si potrebbe continuare all’infinito…

Quante volte abbiamo detto queste frasi ai nostri figli? E quante volte noi stessi, da bambini, ci siamo sentiti rivolgere parole simili?

Viviamo in una cultura che squalifica sistematicamente il sentire e le competenze dei bambini. I bambini sono forse inesperti, mancano di abilità che si acquisiscono col tempo; ma non sono incompetenti. Questo significa che nascono connessi e integri, cioè in grado di sentire con immediatezza di cosa hanno bisogno e come si sentono; e di comunicarlo con efficacia agli altri. Quello di cui hanno bisogno, in assoluto, è la fiducia degli adulti e avere vicino adulti ugualmente connessi con il loro sentire e quindi in grado di recepire i loro segnali, dapprima non verbali, poi espressi anche a parole.

Purtroppo tutta l’educazione tradizionale è volta a una demolizione sistematica di questo “senso di giustezza interna” che tutti abbiamo alla nascita. Quante volte, nelle famiglie con più bambini, il fratello maggiore, ancora abbastanza “in connessione”, capisce il neonato o il bambino piccolo meglio degli adulti e si fa interprete presso i genitori?

La cultura della sfiducia

I padri e le madri degli anni ’60 e ’70 sentivano dire che i neonati nemmeno vedevano o sentivano bene… figuriamoci essere capaci di comunicare chiaramente i loro bisogni. Questa generazione di nonni ha cresciuto i genitori di oggi. Ora non si sente più tanto spesso dire che i neonati non ci vedono, ma ancora oggi si sente ripetere fino alla nausea che i bambini non possono sapere quanto e quando devono mangiare, dormire, coprirsi o altri bisogni fisiologici. Quello che è più grave, si mette in atto una sistematica disconferma dei sentimenti. Le emozioni dei bambini, specie quelle negative, vengono negate o ridicolizzate, ridefinite in termini minimizzanti, distorti o dispregiativi. Aggettivi come “esagerato”, “furba”, “ridicola”, “bugiardo”, “lagnosa”, “sciocco” sono un esempio, e quando vengono pronunciati dovrebbero essere considerati un campanello d’allarme per ogni genitore sensibile, desideroso di cambiare approccio e restituire dignità al sentire dei bambini.

Anche una certa retorica destinata agli adulti fa parte della riprogrammazione dei genitori per desensibilizzarli e ostacolare la sintonia fra loro e i loro figli. Sì, perché anche il sentire degli adulti, il loro senso di giustezza interna, già minato nell’infanzia, viene ulteriormente squalificato quando a loro volta diventano genitori. Si esortano quindi padri e madri a non fidarsi delle richieste dei  bambini, insinuando che li vogliano influenzare a loro vantaggio; si raccomanda ai genitori di rimanere insensibili ai pianti dei loro figli per non “viziarli”, anzi l’icona del bambino col labbruccio che trema e la lacrimuccia (notate i diminutivi) è considerata una cosa di cui sorridere con tenerezza, invece che un segnale per accorrere, guardare il bambino negli occhi e cercare di capire cosa gli sta succedendo.

Il bambino è competente

Il bambino in realtà non è materialmente in grado, per maturazione emotiva e neurologica, di fare una cosa così complicata come manipolare intenzionalmente gli altri: prima dei 3 anni circa non è nemmeno consapevole che nella mente degli altri ci siano pensieri diversi dai suoi, quindi non può certo architettare strategie per manipolare questi pensieri. Tuttavia, ha un’altissima competenza nel comprendere le espressioni del viso dell’adulto e percepirne lo stato d’animo. Non lo fa in modo ragionato, ma per “risonanza” rispecchia le emozioni che vede sul viso delle persone care. Tutti hanno avuto modo di constatare con quale facilità un bambino si “contagia” con gli umori degli altri: ride se gli altri ridono, piange o si spaventa rispecchiando le emozioni intorno a lui.

Inoltre il bambino, anche piccolissimo, ha una presa diretta sul suo sentire interiore e una grande capacità di autoregolarsi secondo le sue necessità fisiche ed affettive. Le sensazioni corporee gli trasmettono perfettamente i disagi e le mancanze, ed egli segnala con tante variazioni espressive (del viso del corpo, della voce) come si sente, richiamando l’adulto affinché si prenda cura di lui (o lei). Chi legge come segnale “chiaro” (come certi manuali incitano a fare) solo il pianto del bambino denota quanto questa abilità di connettersi emotivamente sia stata persa negli anni.

Quindi che cosa vogliono i bambini dagli adulti? Volendo semplificare al massimo la risposta, vogliono, anzi si aspettano nascendo, una pronta risposta ai loro bisogni, accudimento, cura, contenimento, sostegno emotivo.

Ma c’è un altro aspetto fondamentale che i bambini bramano con tutto il loro essere, ed è far parte della vita degli adulti; essere connessi con loro, accolti, approvati, riconosciuti in una relazione emotivamente significativa. Cercano con tutte le loro forze di collaborare e adeguarsi alle aspettative degli adulti, conformarsi in modo da essere accettati. Questi due bisogni fondamentali, di cura e di appartenenza, non sempre sono facili da conciliare.

Il “conflitto fondamentale”

Secondo Jesper Juul (autore del libro “Il bambino è competente”) ogni bambino, calato in un sistema sociale, si trova a vivere un conflitto fondamentale fra la sua integrità e il bisogno di collaborazione. In altre parole, spesso il bambino viene posto nella condizione di dover scegliere fra il proprio sentire interiore, il proprio senso di giustezza interna, e le aspettative e richieste delle persone che ama.

Ogni società ha la sua visione del mondo, le sue regole, il suo modo di concepire i rapporti umani, i suoi codici di comunicazione, i suoi costrutti su ciò che è giusto o sbagliato, ciò che si può o non si può, si deve o non si deve fare. E questi paradigmi tendono a rafforzarsi nel tempo ed essere trasmessi con ogni mezzo da una generazione all’altra. Nella nostra cultura, da ormai almeno 500 anni vige la convinzione che i bambini non desiderino collaborare, e anzi, quando i loro bisogni e le richieste degli adulti sono in conflitto, con determinazione cerchino di imporre la propria volontà. L’educazione viene presentata come una sorta di guerra in cui ogni arma è giustificata per sradicare i comportamenti egoistici del bambino e insegnargli a conformarsi alle aspettative degli adulti, perché altrimenti spontaneamente essi non accondiscenderebbero mai alle richieste dei genitori e degli insegnanti.

Di più, viene anche affermato che tutto questo si fa proprio per il bene del bambino. Per poter sostenere questa affermazione, occorre negare l’autenticità e il valore di ogni sensazione ed emozione del bambino o dell’adulto che contraddica tale convinzione. La pedagogia nera (come viene definita da Alice Miller, una psicoanalista che più di ogni altro si è dedicata a descrivere questi drammi) non è solo un sistema educativo coercitivo, ma anche manipolatorio delle coscienze, perché pretende che il bambino rimuova le sue sensazioni o le percepisca come errate e non sia nemmeno consapevole di essere forzato in una direzione diversa da quella che lui sente giusta. E così anche il genitore finisce per rimuovere la percezione della violenza implicita nei suoi interventi autoritari e sostituirla con un’illusoria rappresentazione di se stesso come di benevolente e amorevole guida.

Purtroppo per il bambino (e per la società futura che andrà a comporre) è vero esattamente il contrario. Come viene sempre sottolineato da Juul, in realtà il bambino, quando è messo nella situazione di scegliere fra la sua integrità e l’approvazione dei genitori, sceglie quasi sempre la seconda opzione. Per lui essere accettato è così importante che è pronto a rinnegare ogni sensazione ed emozione interna pur di diventare ciò che i suoi genitori pensano che debba essere. Questo vale anche con le definizioni negative! Se gli adulti, ogni volta che un bambino esprime la sua vera natura, i suoi sentimenti e pensieri, ripetutamente lo definiscono come cattivo, bugiardo, pigro o sciocco, a lui non resta che aderire a questa descrizione per poter essere “visto” da loro, perché meglio essere definito negativamente che essere invisibile. Quando il bambino è posto nel dilemma fra essere se stesso o adeguarsi, sceglie di rinunciare a se stesso.

C’è da stupirsi che quei bambini, oggi adulti, siano così facilmente manipolabili? Il loro “senso di giustezza interna” è stato demolito anno dopo anno, giorno dopo giorno.

Spezzare il circolo vizioso

Questa catena di mistificazioni va spezzata a tutti i costi. La visione dell’educazione come “campo di battaglia” va smantellata. Occorre proteggere l’integrità emotiva del bambino, il suo sé autentico restituendogli la fiducia nelle sue percezioni e competenze. Rispondere prontamente ai bisogni del bambino rafforza il suo senso di autoefficacia, la fiducia in sé e l’autostima, e costruisce le basi per un adulto consapevole di sé e degli altri, capace di empatia e rispetto, ma anche in grado di resistere alle manipolazioni altrui, qualità di suprema importanza nel mondo attuale e in quello che ci aspetta in futuro.

Per ribaltare il circolo vizioso di violenza e mortificazione dell’attuale approccio pedagogico è fondamentale attuare un’educazione rispettosa, empatica, fondata su un amore incondizionato, e soprattutto ristabilire la fiducia nelle capacità dei nostri figli di autoregolarsi, esprimersi con onestà e chiarezza, e tendere sempre verso l’amore e la vita. Ogni individuo tende sempre all’espressione piena del suo potenziale e ad evolversi in modo armonico con l’ambiente fisico e sociale intorno a sé.

Dobbiamo imparare ad avere di nuovo fiducia che i nostri figli:

  • fanno sempre del loro meglio;
  • sanno autoregolarsi riguardo ai loro bisogni;
  • desiderano compiacerci e vederci felici;
  • desiderano essere compresi, non dominarci;
  • sono naturalmente portati ad evolversi e sbocciare;
  • ci amano incondizionatamente.

Rovesciare il paradigma della sfiducia nelle relazioni parentali significa non solo fare la cosa “giusta”, operare attraverso e per il bene, la vita e l’amore. Significa essere dei rivoluzionari. I genitori che oggigiorno stanno tentando di uscire dalla narrazione ostile e arida della pedagogia nera, anche attraverso un percorso di riscatto personale della propria storia emotiva, sono davvero dei pionieri che scalzano l’ordine costituito. In quanto rivoluzionari, saranno prima ignorati, poi derisi e poi combattuti attivamente, come diceva Gandhi, che concludeva però che poi, dopo questi tre passi, si vince. Il percorso di questi genitori è impegnativo, ma li ricompenserà non solo con la vista dei loro figli integri, emotivamente solidi, amorevoli, ma anche con la consapevolezza che, nel loro piccolo, stanno cambiando in meglio il mondo.

2 Replies to “Vi fidate dei vostri bambini?”

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