È giusto lasciare che sia il bambino a decidere?

È giusto lasciare che sia il bambino a decidere?

È giusto lasciare che sia il bambino a decidere?

“Vuoi andare al parco o alle giostre? Preferisci la pasta o il risotto? Che vestito vuoi metterti stamattina? Cosa vuoi stasera per cena?”

Capita a volte di voler sapere dai nostri figli che cosa desiderano, perché se questo non comporta problemi ci fa piacere vederli contenti e andare incontro ai loro desideri. Ma lasciare al bambino la scelta può rivelarsi un’impresa più complicata di quanto si creda; e a volte non fa che scatenare frustrazione sia per l’adulto che per il bambino stesso.

Per un genitore può essere mortificante vedere che nonostante i suoi sforzi il bambino non sembra contento, e che anche accontentandolo finisce per apparire contrariato e insoddisfatto. La frustrazione e delusione dell’adulto è direttamente proporzionale alle sue aspettative, perché si pensa che andando incontro alle richieste del bambino lui sarà felice e riconoscente.

Ma come mai questo, specialmente con un bimbo di due o tre anni, spesso non succede?

Distinguere fra desideri e bisogni

Non sempre ciò che il bambino chiede esplicitamente è ciò di cui ha veramente bisogno. C’è infatti una differenza fra i bisogni, che sono fondamentali e comuni a tutti gli esseri umani, e desideri, che sono piuttosto la strategia attraverso la quale una persona pensa di soddisfare i suoi bisogni.

Ad esempio, nessuno ha “bisogno” di denaro: piuttosto le persone hanno bisogno di benessere, nutrimento, riparo, sicurezza, riconoscimento, cure. Il denaro è una strategia possibile (magari non l’unica) per ottenere queste cose.

Allo stesso modo, nessun bambino ha bisogno del telefono cellulare, o di quel particolare giocattolo, o di uscire di casa vestita da fatina. Però magari ha bisogno di gioco, di stimoli, di apprezzamento, di condivisione, di attività.

A volte quindi il bambino chiede una cosa anche se non risolverà il suo problema; ad esempio può chiedere di mangiare se è frustrato o annoiato. Compito del genitore non è né quello di giudicare se la richiesta è “giusta”, né quello di compiacere il bambino dicendo sempre di sì. A volte la richiesta del bambino è appropriata, soddisfa il bisogno e non ha “controindicazioni”, e allora perché no? Altre volte non è opportuna in un determinato momento, o comporta un pericolo per cui non si acconsente. Però questo non significa sorvolare sui sentimenti e sui bisogni del bambino. È necessario un grosso esercizio di ascolto per andare un po’ oltre la superficie della richiesta e risalire al sentimento e al bisogno del piccolo, che spesso non si sa esprimere ancora bene o magari non sa nemmeno lui dire il motivo del suo disagio.

Ascoltare significa semplicemente stare lì con il bimbo e fare un po’ da specchio ai suoi sentimenti: “Ti vedo stanco, arrabbiato. Vorresti giocare con il cellulare. Ti fa arrabbiare non poterlo fare”.

A volte il bambino non sa ancora esprimere (e nemmeno focalizzare bene) un disagio che prova. Nostro compito è più quello di capire insieme a lui il problema, piuttosto che di proporre subito soluzioni.

Specchiare i sentimenti del bambino è il primo passo per farlo sentire accolto. Inoltre lo aiuta perché così anche lui riesce a dare un nome ai suoi sentimenti e sensazioni. La descrizione di ciò che l’adulto vede, senza giudizi, aggettivi, domande ansiose, consigli frettolosi, è ciò che serve al bambino per mettere a fuoco il suo disagio e aggiungere qualcosa a quello che l’adulto descrive. SI sente compreso e invogliato a dire di più. Poi adulto e bambino insieme potranno provare a risalire dall’emozione al bisogno profondo, e trovare insieme una soluzione.

Ma così non penserà di comandare sempre lui?

In realtà, ci sono molte situazioni in cui nel corso di una giornata diciamo di no ai nostri figli. Un bambino di due o tre anni incontra continuamente limiti alla sua voglia di fare, sia perché non ha l’abilità per fare tante cose, sia perché le regole del mondo adulto spesso gli pongono dei limiti. Quindi che valore educativo avrebbe negargli ciò che chiede anche le volte in cui potrebbe essere facilmente accontentato? Ogni richiesta del bambino ha il diritto di essere valutata di per sé e non in rapporto a giochi di potere o a proiezioni riguardanti il passato o il futuro.

Il genitore deve sentirsi libero di dire sì o no a una richiesta del bambino semplicemente sulla base della situazione in quel momento, e dei bisogni del bambino ma anche degli adulti presenti. E il bambino dovrebbe sentirsi libero di chiedere sempre, sapendo che non verrà giudicato o rimproverato per le sue richieste, anche se alcune volte non verranno accolte.

Se risponderemo in modo onesto anche quando la risposta sarà un no, allora il bambino sarà fiducioso che le volte che l’adulto non lo accontenterà saranno motivate da necessità pratiche o bisogni personali, e non da giudizi negativi su di lui o da incomprensibili ragioni di principio.

Fare i conti con le necessità e i sentimenti del resto della famiglia sarà per il bambino un’ottima scuola per imparare gradualmente a comprendere i punti di vista degli altri (capacità che si sviluppa dal punto di vista cognitivo in genere dopo i tre anni).

E se la sua frustrazione o rabbia in caso di un rifiuto sarà ugualmente accolta con calma e accettazione, imparerà più velocemente a gestire i suoi sentimenti negativi, mentre le volte che sarà accontentato potrà vedere i suoi genitori gioire sinceramente con lui.

Far scegliere non significa abdicare!

Alcuni dicono che non si dovrebbe mai chiedere ai bambini cosa vogliono, perché la responsabilità di decidere li stressa inutilmente. Questa idea non è del tutto errata, ma non si può generalizzare e farne una regola assoluta.

Ci sono molte situazioni in cui un adulto decide per il bambino. Questo è naturale; è lui a gestire e organizzare la quotidianità della famiglia e a conoscere le situazioni da una prospettiva più ampia. In certe situazioni questo va bene.

Altre volte va bene chiedere al bambino cosa vuole, e non c’è nulla di sbagliato nel proporre e ascoltare il parere del bimbo su una decisione da prendere.

Tuttavia lasciare il bambino libero di esprimere le sue preferenze e desideri non significa semplicemente delegare a lui ogni decisione e scelta, cosa che alla fine può diventare per lui stressante. Una domanda troppo aperta, come “Cosa vuoi mangiare?” può mandare in confusione o in ansia, perché il pensiero del bambino piccolo è molto concreto e può essere in difficoltà ad immaginare un cibo che ancora non vede e di cui non sente l’odore. Inoltre i bambini, specie molto piccoli, non vanno al di là del momento presente, e quindi chiedere loro di decidere per una cosa futura – ad esempio, cosa mangiare a pranzo – significa metterli in difficoltà; può succedere che entrino in crisi senza saper dire cosa vogliono, oppure capita che scelgano ciò che vorrebbero nel momento in cui viene fatta la domanda, ma quando si trovano a tavola la voglia di quel cibo è passata e vogliono altro… il bambino si dispera perché si vuole che mangi ciò che non desidera in quel momento, e l’adulto si arrabbia perché si era creato un’aspettativa, e tutti sono infelici e frustrati.

Quindi, prima di chiedere al bambino di fare una scelta o prendere una decisione, accertiamoci che il compito sia alla portata della sua piccola età, che i termini siano chiari e comprensibili e che la cosa riguardi l’immediato presente.

Evitiamo infine di creare dilemmi amletici. A volte porre scelte con alternative è troppo per un bimbo di due o tre anni, perché mal sopporta l’idea che scegliendo una cosa perde l’altra. Meglio proporre una cosa alla volta, ad esempio: “vuoi una mela?” piuttosto che: “Vuoi una mela o un arancio?”. Il pensiero concreto del bambino fa apparire nella sua mente con estrema vividezza sia la mela che l’arancio ed ecco, a questo punto vuole tutti e due!

Se abbiamo già deciso, evitiamo di chiedere!

Se chiediamo a nostro figlio cosa desidera, dobbiamo essere pronti ad accettare poi la sua richiesta anche se non è quella che avevamo immaginato. Inutile chiedere al bambino cosa vuole mangiare, se nel frigorifero ci sono alcune cose e non si ha intenzione di uscire a far la spesa… altrimenti si rischia che magari il bambino chieda le fragole a dicembre, causando la nostra costernazione e drammi familiari che si sarebbero potuti evitare.

Insomma, prima di chiedere dobbiamo avere chiaro noi adulti cosa abbiamo intenzione di concedere al bambino oppure no. Cioè nel momento in cui lasciamo al bambino la libertà di scegliere (cosa di per sé non sbagliata) dobbiamo essere disposti ad accettare la scelta quale che sia. Cioè se chiediamo “vuoi uscire?” e lui (o lei) risponde “no, voglio stare a casa”, non possiamo poi protestare e cercare di convincerlo a uscire.

Se vogliamo che faccia una determinata cosa (ad esempio dobbiamo uscire e vogliamo portarlo con noi), allora semplicemente decidiamo noi: “Fra dieci minuti usciamo”.

Le domande non dovrebbero mai essere poste per mascherare un suggerimento o una decisione già presa; in quel caso non siamo di fronte a un riguardo verso il bambino, ma al contrario a un tentativo di manipolazione.

Assumiamoci la responsabilità delle nostre scelte. Se vogliamo uscire di casa e portare con noi il bambino, facciamoci carico della scelta e dei sentimenti che provoca. Cioè possiamo imporre al bambino di uscire anche se non ne ha tanta voglia, possiamo cercare di rendere attraente l’uscita anche per lui o lei; ma non possiamo pretendere che sia anche contento della nostra decisione, quando contrasta con la sua. Qualche volta sarà l’adulto ad adattarsi, altre volte il bambino.

Ma chiedere una cosa che si è già decisa trasforma la richiesta in una pretesa, cioè un qualcosa a cui molto difficilmente il bambino risponderà volentieri.

Evitiamo quindi le domande retoriche o manipolatorie e limitiamoci a chiedere il parere del nostro bambino quando davvero, sinceramente desideriamo sapere che cosa pensa o vuole.

Questo permetterà a lui (o lei) di crescere sperimentando il rispetto e la comprensione, e renderlo quindi più capace di comunicare a sua volta con gli altri con onestà, empatia e rispetto.

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