E se la mamma non vuole allattare?

E se la mamma non vuole allattare?

E se la mamma non vuole allattare?

Quando si parla di benefici dell’allattamento facilmente la discussione in rete diventa accesa. Molto spesso nasce una reazione irritata o anche indignata da parte delle donne che non hanno allattato, e che percepiscono questo tipo di informazioni come una critica. In particolare, quando si parla della decisione di non allattare o di svezzare precocemente dal seno, spesso le posizioni sull’allattamento si radicalizzano su due schieramenti, i pro e i contro, i nemici dell’allattamento e i loro difensori, dimenticando che oltre la “questione” dell’allattamento ci sono le persone, donne che allattano, che hanno tentato e fallito, che sono riuscite, che hanno scelto di non allattare; bambini che poppano un seno o succhiano al biberon; nonne, sorelle, padri; operatori sanitari con un bagaglio di formazione e pratica che può essere quanto mai varia per quantità e qualità; persone con tutta la complessità e le sfaccettature possibili derivanti dalla loro storia.

Credo sia ora di uscire dalle posizioni reattive e contro-reattive riguardo a questa faccenda e tornare a riflettere sulla fisiologia da un lato, e sui bisogni e i sentimenti delle persone dall’altro.

Qui non ci sono due schieramenti. C’è una funzione, l’allattamento, modellata da milioni di anni di selezione naturale e c’è la sua modulazione in un mondo, quello umano, che possiede la multiformità delle sue culture.

Molto spesso questi messaggi drastici e più o meno espliciti sul “dover” allattare nascono proprio da altre donne che hanno allattato o stanno allattando e che magari hanno lottato per farlo, ovvero hanno fallito e sofferto capendo troppo tardi dove il loro percorso è inciampato, e nella foga di “portare la verità” diventano a loro volta portavoce di una cultura coercitiva e riduttiva verso le donne.

Ma ogni storia è unica e ogni percorso personale va rispettato e accolto, mai giudicato. Giudicare non è utile in nessun caso; ogni madre fa in ogni momento il meglio che può e sa fare.

Il diritto di scegliere

Tempo fa apparve in rete un articolo intitolato: “Non ho allattato: e allora?” in cui una madre rivendicava il diritto di decidere serenamente e ponderatamente di non allattare, semplicemente perché preferiva non farlo, le dava fastidio il contatto continuo sui capezzoli, allattare in pubblico, apprezzava la comodità del biberon, che poteva essere dato da altri.

L’allattamento può essere facile o difficile, sereno o problematico a causa di una quantità di fattori, personali e ambientali (le persone intorno alla madre, la sua situazione familiare, lavorativa ecc), e ciò che è facile per una mamma può essere un ostacolo insormontabile per un’altra.

In questo universo globale di oggi, in cui sembra che le informazioni sull’allattamento siano alla portata di tutte, a volte chi ha allattato (con facilità, o anche e proprio perché ha invece sofferto e combattuto per riuscirci) finisce per giudicare duramente le donne che scelgono di non allattare al seno.

Il nostro ruolo di figure di sostegno tuttavia è dare le informazioni (e il sostegno) necessarie per permettere alla donna di soppesare tutti gli aspetti relativi all’allattamento al seno ed effettuare una decisione veramente informata. Se parte degli elementi che rendono non appetibile la scelta di allattare sono in realtà causati da mancanza di informazioni, pregiudizi correnti, idee non realistiche sull’allattamento, possiamo fornire informazioni più aggiornate; possiamo fornire sostegno, ascolto ed empatia a prescindere dalle nostre aspettative su cosa una mamma dovrebbe o non dovrebbe fare. Ma la decisione di avere un figlio, partorirlo in casa o con cesareo, allattare o meno, e via così per ogni passo della sua evoluzione, appartiene alla madre.

Se una donna, avendo le corrette informazioni sui benefici dell’allattamento per madre e bambino, conoscendo come funziona, sceglie comunque di non allattare, non ha forse diritto di farlo?

Non sappiamo i motivi profondi, ma non sta a nessuno giudicarla o sostituirsi a lei nella decisione. Quella donna dell’articolo ha scritto perché ha voluto rompere il gioco di silenzio a cui lei stessa si era assoggettata. Che le madri vengano giudicate e forzate nelle loro decisioni, è verissimo, e vale per tutte le madri, anche quelle che scelgono di non allattare, o che decidono di svezzare a un certo punto del loro percorso.

Il punto è che intorno alle madri c’è una schiera di persone che criticano, consigliano, pretendono, prescrivono; nessuno ascolta. Nessuno ascolta i bisogni profondi di una madre di mantenere un suo spazio e una sua identità a prescindere da suo figlio. Può essere un suo limite personale non sentire possibile averlo insieme alla sua bambina; ma è sicuramente anche un limite della nostra società, che ci lascia sole e spesso sopraffatte, e rende incompatibili fra loro attività di accudimento e attività sociali. Occorre avere delicatezza anche quando ci si accosta a una donna che motiva la sua rinuncia con spiegazioni basate su informazioni imprecise, come ad esempio doversi curare (e sappiamo che invece allattare e curarsi sono quasi sempre compatibili), riprendere il lavoro (ci sono modi di modulare l’allattamento per adattarlo alla situazione della ripresa lavorativa), e anche non rovinarsi il seno (anche queste sono informazioni errate in quanto non è l’allattamento, ma la gravidanza in sé a modificare il seno). Ma dove chi osserva in modo critico vede una scelta apparentemente superficiale, vi sono comunque sentimenti e bisogni autentici e legittimi. Il voler preservare l’estetica del seno non è un “bisogno”, ma è comunque una strategia per rispondere a un bisogno di accettazione, partecipazione, considerazione, amore.

Si può offrire informazioni più adeguate; ma queste suoneranno come intrusive e giudicanti se non si fa il primo passo, che è sempre ascoltare. Poi si possono offrire informazioni ulteriori, ma gli altri passi restano, certo, della donna, che ha tutto il diritto di andare dove ritiene meglio per sé e la sua famiglia. Ascoltare significa connettersi con i sentimenti di quella mamma (di cui non sappiamo niente), perché al di là della motivazione esplicita ci possono essere altre ragioni, anche a volte serie, per non voler allattare.

Manca una cultura dell’allattamento

Le informazioni corrette purtroppo non si trovano all’angolo della strada, altrimenti le mamme non deciderebbero per l’artificiale per non rovinarsi il seno o perché “Tanto è la stessa cosa”. C’è molta disinformazione, distorsione della realtà causata dalla società in cui viviamo, con i miti del bambino nutrito artificialmente che “cresce sanissimo e benissimo lo stesso”, i “meglio una mamma serena” con quel che segue, la mitologia che sia l’allattamento a rovinare la salute e l’aspetto fisico, la sessualizzazione del seno come attributo erotico invece che organo per l’accudimento del bambino, il moralismo di chi si scandalizza vedendo allattare in pubblico, e via dicendo.

In questi casi la mamma fa propri gli alibi offerti dalla nostra cultura così lontana dai bisogni fisiologici ed emotivi di madri e bambini. Le donne non sceglierebbero di rinunciare così facilmente a una pratica che abbatte il loro rischio di tumore al seno più di qualsiasi altra forma di profilassi, che riduce il loro rischio di osteoporosi in età avanzata e di malattie cardiovascolari. Non opterebbero per l’artificiale per essere “più libere”. Chi svezza per potersi fare la tinta ai capelli (donne che comunque devo ancora veramente incontrare) non fa un ragionamento egoistico, ma un ragionamento dettato dall’ignoranza. Alcune rifiutano un’idea sacrificale della maternità legata all’allattamento, che è però non naturale ma condizionata dalla cultura, perché in una società dove ci fosse un tessuto sociale di sostegno, un villaggio intorno alla madre, allattare non fosse biasimato, limitato, associato a rinunce del tutto superflue (come fare diete mortificanti o chiudersi a casa per far dormire il bambino nel suo letto o impazzire con bilance e orologi), allattare non sarebbe un sacrificio ma un arricchimento. Una donna può ritenere l’allattamento al seno non adatto a lei perché mal si concilia con le aspettative sociali che ha intorno.

Manca una cultura dell’allattamento, c’è anzi una cultura avversa, ed è questo che causa la mancanza di sostegno.

Se per prima cosa, davanti a una mamma che si pone in modo negativo verso l’allattamento, invece di giudicare o consigliare si cercasse di andare alla radice e ascoltare semplicemente, si darebbe una chance in più alla possibilità che quella donna esca da una visione “tutto o niente” e concepisca possibile la ricerca di una soluzione dei suoi bisogni che non sia in conflitto con quelli del bambino.

Un atteggiamento giudicante o pontificante non fa che suscitare giustamente reazioni di insofferenza, e viene percepito non come un tentativo di aiuto ma come una forma di discriminazione. Emerge allora la tesi per cui tutti sostengono l’allattamento al seno mentre per le donne che non allattano c’è solo biasimo e discriminazione. Questo può far sorridere chi lavora nel campo dell’allattamento, vista la quantità di ostacoli concreti e vessazioni morali e psicologiche che ogni giorno ascoltiamo da parte di chi allatta; ma in fondo, in realtà è così perché sia i detrattori dell’allattamento che i suoi esaltatori, quando si limitano a un’enunciazione di benefici, fanno parte della stessa retorica che non esce dalla logica del “dovere”, dalla presunzione di dire a una donna cosa deve o non deve fare.

Sostegno e rispetto

Nel mio lavoro non mi limito a sostenere le madri che allattano e si sentono denigrate, criticate o ridicolizzate per aver fatto questa scelta. E soprattutto non lo faccio in contrapposizione ad altri aspetti della maternità e paternità o dell’essere donna a prescindere dall’allattamento. Sostengo donne che allattano e lavorano, che vanno in palestra e che condividono la gioia di accudire i loro figli con i loro compagni, perché non c’è solo il seno per entrare in relazione con un neonato, e i padri hanno un ruolo primario e una relazione primaria con i loro figli, non sono certo solo il “sostegno” della madre.

Ho scelto di adoperarmi per la promozione dell’allattamento non per dividere il mondo in buoni e cattivi, ma per proteggere la fisiologia e la salute di un processo che credo veramente possa fare la differenza nella vita delle persone. Mi addolora quando sento dire che parlare dei benefici di allattare sia un modo di colpevolizzare le madri, o che significhi usare un linguaggio non inclusivo. Fare informazione non significa giudicare, sono due cose completamente diverse: se dico che respirare aria pura fa bene non sto giudicando chi vive nell’inquinamento delle città. Ma so che spesso le donne vengono ferite da queste informazioni perché queste hanno semplicemente fatto risuonare in loro altre frasi o argomenti che sono stati posti loro in modo giudicante da altre persone.

Non metto in dubbio che l’informazione che una data scelta (anche a volte obbligata!) non ha costituito l’ottimale per il proprio figlio, possa essere dolorosa e spiacevole, specie se queste informazioni arrivano a cose fatte o ad allattamento fallito.

Sia ben chiaro che io credo profondamente che ogni madre in ogni momento faccia il meglio che può e che sa per i propri figli; quello che spero è che queste informazioni piuttosto che far sentire in colpa la mamma, diano finalmente delle risposte sul perché le cose sono andate in un certo modo, in modo che la mamma possa sentirsi davvero in pace con se stessa (anche se magari dispiaciuta o meglio, arrabbiata verso chi non l’ha a suo tempo sostenuta o non ha saputo darle le informazioni e l’aiuto concreto che le serviva).

Il mio lavoro di divulgazione va a sostegno soprattutto di quelle donne, e sono tante, che hanno difficoltà ad allattare secondo le loro aspettative e progetti; e che paradossalmente sono le prime a sentirsi in colpa se falliscono, mentre in genere chi semplicemente soppesa pro e contro in piena consapevolezza, e sceglie l’alimentazione artificiale, raramente (e giustamente!) si sente in colpa o vulnerabile alle critiche. Ma questo non implica mancanza di empatia o rispetto per le donne che hanno una storia o un percorso differente. Nel mio lavoro ho anche aiutato ed aiuto diverse donne a smettere di allattare quando hanno scelto di farlo. Io credo nel potere della conoscenza, e quindi ritengo che il mio compito non sia quello di dire a una donna cosa fare ma fornirle tutte le informazioni e gli strumenti perché possa compiere da sola le sue scelte. La verità non implica un giudizio, è solo un dato, un’informazione; aumenta la nostra conoscenza dei processi ed emancipa proprio dai giudizi sbrigativi di chi si ferma in superficie e non va al perché delle cose. E se conoscendo tutti i benefici e il funzionamento dell’allattamento una donna sceglie di svezzare o anche di non allattare affatto, dormo serena sapendo che ha fatto la scelta migliore per sé e la sua famiglia, e contenta di sapere che potrà farlo nel modo migliore per loro. E molte colleghe come me lavorano per l’empowerment delle donne e non certo per dare “consigli” su questo o quell’aspetto dell’allattare un bambino.

Questo non mi esonera dal fornire tutte le informazioni sui benefici dell’allattamento e sui rischi della sua mancanza, perché allattare non è una questione di stili di vita, ma una questione di salute. Ritengo che sapere come stanno le cose possa rendere le donne più forti e sicure in qualsiasi scelta che poi ritengano giusta per loro.

Antonella Sagone, 22 agosto 2020

5 Replies to “E se la mamma non vuole allattare?”

  1. Grazie, come sempre, Antonella. Purtroppo mi accorgo sempre più spesso che l’uso dei social mi spinge (o mi costringe?) a risposte veloci, al passaggio di informazioni “nude e crude” e carenza di ascolto. Quanta differenza, con una vera consulenza, dove l’ascolto è la parte principale!

    1. Verissimo Paola, anche per me è così!
      E dopo lunghi mesi di astinenza dalla consulenza di persona, causa covid, e quindi di un overdose di social, whatsapp e videochiamate, da poco ho ripreso la consulenza a domicilio e quasi mi veniva da piangere dalla commozione per quanto mi era mancato il contatto vivo con le mie mamme!

  2. Per me è stato il mio fallimento più grande ci ho provato in ogni modo ero arrivata ad un passo dalla depressione perché pur di allattare non dormivo non avevo tempo di mangiare tenevo lei attaccata e poi ore con tiralatte ero arrivata ad uno stato pietoso di me ad odiare il mio seno e piangere quando la bimba piangeva per la fame un dolore immenso ai capezzoli che in confronto il dolore del cesareo era nulla tutte che mi dicevano è impossibile che non hai latte e io guardavo quei miseri 10 grammi che tiravo dopo ore e piangevo mi sentivo dire tutte le donne hanno latte e io non ne avevo e mi sentivo inutile per mia figlia che non cresceva piangeva in continuo per la fame e non stava bene e quando mi sono dovuta arrendere all’artificiale per me è stato un fallimento come donna come madre e ci ho messo molto per accettarlo ora a distanza di 4 mesi mia figlia è piu serena sta crescendo bene dorme serena e sono contenta ho tempo per vivermela stare con lei giocare e crescerla e sono felice così

    1. cara Cristina, tante, troppe storie simili alla tua. Per me è sempre un dolore ascoltarle, e anche mi dispiace vedere come donne che si sono tanto impegnate nell’obiettivo di allattare, invece di ricevere aiuto efficace, sostegno, riconoscimento dei loro sforzi, hanno ricevuto commenti inutili e spesso mortificanti.
      Per me non è possibile con pochi dati scritti risalire al motivo per cui il tuo allattamento è durato poco; ma stai pur certa che non è stato a casa di una tua manchevolezza. Non è un tuo fallimento, è un fallimento della società intorno a te, un fallimento degli operatori sanitari non preparati, delle persone intorno a te che non ti hanno saputo sostenere, ascoltare e accogliere in un abbraccio invece di criticare o dare consigli inutili.
      Cominciamo col dire che quando l’allattamento è doloroso c’è SICURAMENTE qualcosa da correggere nell’attacco e suzione del bambino, anche se altre 40 persone ti hannno detto che andava tutto bene, non è così.
      è come se acquistassi un paio di scarpe che ti causano dolore ad ogni passo ma tutti ti dicessero che il numero delle scarpe è giusto, le scarpe sono perfette e quindi era normale così… il dolore è causato da una compressione o sfregamento meccanico del capezzolo durante la suzione, e una suzione corretta non fa nulla di tutto questo. La posizione, il modo di attaccare il bambino, l’attacco, la suzione sono tutti elementi distinti che possono incidere. A volte il bambino ha qualche impedimento, ad esempio un frenulo corto, e credimi ci sono donne che arrivano da me dopo 4 o 5 mesi di dolore senza che nessuno ancora abbia fatto la diagnosi o guardato bene in bocca al bambino. Tanto per fare un esempio. Noi consulenti professionali ci lavoriamo continuamente proprio su questi aspetti.
      E un bambino che poppa male ottiene poco latte dal seno per cui è sempre affamato mentre il seno non viene ben drenato e quindi è poco stimolato a produrre altro latte.
      Anche dire che tutte le donne hanno il latte non è corretto, c’è una piccola percentuale di donne che ha problemi di produzione, e una percentuale molto più grande che potenzialmente non avrebbe problemi ma errori nella gestione delle poppate o problemi di suzione hanno causato il progressivo declino dell’allattamento.
      Quando hai deciso di passare all’artificiale hai preso una decisione difficile ma necessaria in quel momento, data la situazione e date le risorse che avevi, fra le quali non c’era qualcuno capace di aiutarti a recuperare il tuo allattamento. Non sei un fallimento, anzi sei una madre adeguata proprio perché sai anche prendere decisioni difficili. E che sei una madre adeguata te lo dice ogni giorno in cui stai con tua figlia e condividete la vita con gioia. Mi preme solo dirti ora che non c’è nulla che non va in te o nel tuo seno, ma il mondo intorno ha mancato di sostenerti o di non ostacolarti e giustamente ti senti defraudata di un progetto di maternità che non hai potuto attuare come ti eri prefigurata. E chi cerca di dirti che non devi dispiacerti e che tanto è lo stesso, non sta rendendo merito a tutto l’impegno e i sentimenti che hai messo nel tuo allattamento, che seppure breve e parziale, è comunque stato di sicuro beneficio per tua figlia in termini di fattori protettivi e di fattori di crescita forniti. Goditi la tua bimba senza riserve e non dubitare di te, se dovessi avere un altro figlio i giochi sono tutti aperti!

  3. Io allatto ancora mio figlio ha quasi dieci mesi e All inizio anche io non riuscivo post cesareo e dolore poi. Piano piano ci sono riuscita e ora allatto finché vorrà’ ma non giudico chi non e’ riuscita o non ha voluto ognuno fa come meglio crede

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