Essere madre e femminista

Essere madre e femminista

Essere madre e femminista

La maggioranza delle donne di oggi ha un’idea di femminismo lontanissima da quella che è stata realmente. Credo che ciò che è stato tramandato sia l’immagine del femminismo vista attraverso gli occhi maschili. La cultura attuale che “racconta” o riporta quegli anni lo fa con uno sguardo ancora patriarcale e quindi chi non va più a fondo non avendolo vissuto di persona, questo è quello che filtra e che vede.

Ora l’unica idea del femminismo che è rimasta è l’immagine distorta dalla cultura maschilista, cioè donne che rifiutano la loro femminilità e rivendicano uguaglianza con l’uomo. Ma il femminismo non era solo questo!

Il femminismo sin da subito ha avuto due anime diverse, quella che esaltava l’uguaglianza negando differenze di genere, e quella che voleva esaltare invece le diversità fra i sessi.

Quando avevo vent’anni frequentavo la casa della donna, nel palazzo occupato a via del Governo vecchio a Roma, e c’era di tutto già allora: le frange estremiste – la componente allora prevalente che era separatista e faceva il segno delle forbici ai cortei, o propugnava il lesbismo come unica strada di vera emancipazione dalla cultura “fallocrate e maschilista” che ci circondava; e gruppi “di nicchia” come Riprendiamoci il parto, che invece propugnavano il diritto di godersi appieno la maternità come sorgente di identità femminile e potere ineguagliabile della donna. E venivano guardate dalle più come delle “traditrici della causa”. E in mezzo, tutte le possibili sfumature e ambiti di interesse. Entrambi gli estremi, comunque, convenivano sulla necessità di un movimento che fosse agito solo dalle donne in spazi e momenti separati; nella casa della donna il sesso maschile poteva entrare solo se si trattava di figli minori.

Come eravamo

Per comprendere però queste posizioni di esclusione, bisogna capire da dove venivamo. Davvero la creazione di spazi separati che escludessero la presenza maschile a quel tempo poteva essere una questione di vita o di morte, e comunque per riconnettersi alla loro essenza femminile più vera le donne avevano bisogno, almeno nella parte iniziale di questo percorso, di luoghi (fisici e mentali) in cui la componente maschile non fosse presente. Allora la condizione esistenziale delle donne era di reale e concreta disparità: esisteva ancora la legge che riduceva la pena di femminicidio in caso di “delitto d’onore”, la violenza carnale era rubricata come un delitto “contro la morale” (e non la persona), la potestà genitoriale si chiamava patria potestà ed era appannaggio del padre e non della madre (solo se vedova!), le donne che guidavano erano sbeffeggiate, e posso raccontarvi di come io, a 14 anni, quindi nei primi anni ’60, non potessi camminare per strada senza essere apostrofata decine di volte da primo gruppetto di cretini che voleva esibire la sua “mascolinità”. E succedeva a tutte le donne, se camminavi in due donne da sole era peggio. Si camminava sguardo fisso avanti, testa incassata nelle spalle. Quando si avvistavano gruppetti di uomini, si cambiava marciapiede. Oppure si rispondeva a tono, e allora era una pioggia di insulti.

Questo prima del femminismo, che ha cambiato le cose, facendo sentire, anzi tuonare, la voce delle donne che erano stufe di essere trattate come oggetti da usare, per il sesso o per i lavori domestici.

Certo, c’erano le donne che lavoravano, o che facevano politica, e ricordo come si sostenesse che lo facevano perché non erano “abbastanza carine” da trovarsi un uomo! O se erano carine, la classica frase: “Ma che ci fa qui una carina come te?”.

Si lavorava duramente, in casa, al lavoro, per le strade, per farci largo e ottenere rispetto in un mondo marcatamente patriarcale e maschilista.

E fra le donne stesse, c’era questa scissione fra chi continuava ad abbracciare quanto di più unico e insostituibile c’era nella natura della donna, e chi, data la situazione, rifiutava e combatteva tutto ciò che era stato sino ad allora considerato “femminile”: partorire, allattare, allevare i figli stando a casa con loro. Questi aspetti della vita erano visti come le catene con le quali ci avevano inchiodato per generazioni a un ruolo succube, secondario nella società, un ruolo di “servizio” che ci isolava dal resto del mondo e si estendeva a servire anche i mariti, i padri, gli anziani, mentre gli uomini facevano “ciò che conta”: lavorare, guadagnare, essere nel mondo “vero”.

Quello che non era chiaro alle donne di allora era la distinzione fra la maternità e l’istituzione culturale della maternità, cioè la versione maschile della maternità, che aveva trasformato la nostra attitudine biologica a prenderci cura dei bambini in una robusta catena. Quelle donne rifiutavano la maternità o anche semplicemente la femminilità perché la stavano ancora guardando con gli occhi dell’uomo, o meglio, dell’istituzione patriarcale.

Accudire i figli restando in casa non è “antifemminista”, nella stessa misura in cui non far figli e diventare una donna in carriera (o anche no, ma comunque dedicarsi con passione al proprio lavoro) sia “femminista”. Questa dicotomia è stata però all’epoca un passaggio obbligato per scrollarsi di dosso l’icona della madre santa-martire-angelo del focolare, che stava lì defilata in secondo piano, pronta a porgere un seno o un bicchiere d’acqua e a rimboccare le coperte a figli e mariti.

Dove siamo ora

Proviamo adesso ad andare oltre e guardare alla radice del “femminismo”, o della emancipazione femminile, cioè chiederci cosa veramente significa essere emancipata come donna. Partiamo da qui. Che cosa intendiamo con questo termine? Da cosa dobbiamo emanciparci? È una parola che già sottintende la presenza di una asimmetria, una sudditanza, un limite imposto.

Viviamo ancora in un mondo patriarcale, anche se gli aspetti più beceri ed evidenti forse non ci sono più. Ora se picchi tua moglie vieni condannato (qualche volta), se la stupri è reato (se riesci a portarlo in tribunale), la legge ti tutela se non vuoi subire sesso (a volte), se uccidi tua moglie per gelosia vai in galera quanto per qualsiasi altro omicidio (ma la prevenzione del femminicidio è inesistente), la donna è capofamiglia esattamente quanto l’uomo, e i “pappagalli” per strada sono drasticamente diminuiti. Però non possiamo certo dire che viviamo nel matriarcato e certo nemmeno in un mondo in cui la differenza di genere non incida in termini di libertà, rispetto, potere sociale o economico. Si parla tanto di femminicidio, di diseguaglianza di genere e di donne vittime della violenza, ma si parla ancora troppo poco degli uomini violenti e della cultura predatoria che pervade non solo il rapporto fra i sessi, ma la modalità stessa con cui la nostra specie si pone verso il pianeta e le altre creature senzienti che lo abitano.

La dignità della donna, il rispetto, il diritto all’autorealizzazione sia come madre che come persona intera (che lavora, crea, vive), è ancora una meta lontana, e il maschilismo è lungi dall’essere un residuo del passato. Basta guardare quello che succede a tante di noi, il bullismo domestico, la servitù economica, le violenze fisiche e morali, e basta guardare dall’altra parte alla pervasiva cultura dell’apparire, alle tante donne e anche ragazze giovanissime che di nuovo avallano una filosofia della donna-bambola, che deve apparire accattivante, bella, affascinante, “appetibile”. Abbiamo tanto lottato contro l’idea della donna-oggetto e c’eravamo abbastanza riuscite negli anni ’70-’80, poi purtroppo da questo punto di vista vedo con costernazione che quelle lotte non sono servite a molto, se ci guardiamo intorno oggi, basti pensare al boom della chirurgia plastica, ci si mutila per avvicinarsi a un modello di Barbie tutte uguali.

Il corpo è mio e lo gestisco io

Allora le donne hanno prima di tutto creato luoghi sicuri in cui le donne potessero rifugiarsi e parlare, confrontarsi, trovare aiuto e sostegno e a volte anche ospitalità materiale per sé e per i loro bambini. Quella del separatismo (luoghi accessibili solo alle donne e al massimo ai bambini) è stata una scelta molto criticata da chi vedeva invece il superamento delle barriere fra i generi come la vera evoluzione della cultura, e questa è sicuramente la meta da perseguire, però restava e credo ancora resti in determinate circostanze la necessità di un luogo protetto. per chi ha bisogno di confrontarsi con altre donne in separata sede. Quindi all’epoca si procedeva con l’occupazione di vecchi palazzi fatiscenti, che venivano con energia meravigliosa rimessi a nuovo e utilizzati per dare asilo a donne maltrattate, per fare assemblee, collettivi, eventi culturali, ospitare associazioni di donne.

Due punti di forza della rinascita femminista sono stati i gruppi di autocoscienza e i gruppi di autovisita.

Per quanto riguarda il primo, si trattava di gruppi di autoaiuto in cui si parlava un po’ di tutto fra donne, ovvero specifici di certe problematiche, come le donne maltrattate o le ragazze madri. C’erano discussioni anche accese e c’era comprensione e sostegno reciproco, ma anche a volte conflittualità, si trattava però di un fermento pieno di vita che ha permesso a molte donne di prendere appunto coscienza di certi problemi e di uscire dagli stereotipi di una logica di genere che aveva limitato profondamente il proprio slancio vitale e il proprio senso critico, colpevolizzandole e deprimendole.

Il secondo punto di forza erano i gruppi di autovisita. Lo speculum (cioè il divaricatore vaginale che usano tutt’oggi i ginecologi per esaminare la vagina e il collo dell’utero), assieme allo specchio, era un vessillo, uno strumento di rivoluzione. E lo era sul serio! La maggior parte di noi donne all’epoca non si era mai vista, non sapeva come era fatta, alcune di noi non si erano mai nemmeno toccate, anche se permettevano ai loro uomini di farlo. Meno che mai si sapeva come eravamo fatte dentro, la nostra anatomia femminile (c’è da dire che oggigiorno purtroppo molte donne sono probabilmente ugualmente ignoranti sulla loro anatomia e fisiologia).

“Riprendiamoci il nostro corpo” era un grido di battaglia e ha permesso alle donne della nostra generazione di riappropriarsi della propria sessualità, conoscere la propria fisiologia, riappropriarsi del diritto al piacere e non solo del dovere verso il piacere maschile. Molte donne si colpevolizzavano di “non sentire nulla” quando in realtà semplicemente venivano toccate o usate senza alcun rispetto o conoscenza della loro sessualità; i gruppi di autovisita hanno permesso alle donne di poter articolare richieste e spiegazioni ai loro partner e migliorare la loro vita sessuale.

Lo speculum divenne un simbolo di emancipazione dal potere patriarcale sul nostro corpo. Negli anni ’70 è grazie a questo semplice strumento che noi donne ci siamo riappropriate della nostra fisicità e in particolare delle “parti basse”, imparando a guardarci con lo specchio senza timore e vergogna e facendo pace con la nostra anatomia e con la bellezza, simile a quella di un’orchidea, delle nostre vulve… lo speculum ci ha permesso l’autovisita, l’esame del collo dell’utero in un’epoca in cui l’interno della vagina era un buco nero nell’immaginario collettivo, un non-luogo di cui non si parlava e che nemmeno i medici giudicavano degno di particolare interesse.

E così ci si riappropriava anche della propria salute, con i gruppi di self-help in cui l’autovisita serviva a identificare e reclamare cure appropriate per le cosiddette “irritazioni femminili” (che poi erano infezioni vaginali e vulvari non curate, magari portate dai propri partner) che, all’epoca, spesso venivano considerate un fastidio inevitabile connesso all’essere donna. Molti medici non davano cure per queste cose e dicevano che bisognava sopportare, perché le donne soffrono endemicamente di questi “disturbi femminili”. Altri medici pensavano che queste infezioni fossero segno di “dissolutezza” della donna, per cui molte si vergognavano di parlarne.

Vorrei ora che voi non pensaste che vivessimo nel medioevo. Questi pregiudizi e distorsioni convivevano bellamente con la rivoluzione sessuale e con i movimenti di lotta dei giovani di quegli anni, il sessantotto e il post sessantotto… In quegli stessi anni, si scrivevano sui muri frasi come “L’immaginazione al potere” e “una risata vi seppellirà”. Diciamo però che prima è venuto il movimento degli studenti, la rivoluzione delle idee, e poi è seguito il movimento di rivoluzione sessuale (sessualità libera, coppie aperte) e infine le donne hanno detto “Ehi aspettate un momento, qui ci si sta liberando tutti ma chi libera noi donne?” Perché invece c’erano ancora tutte queste situazioni sommerse di ignoranza, pregiudizi e ghetti culturali di genere.

È di nuovo tempo di rivoluzione

Possiamo boicottare questa società che usa il nostro corpo e la nostra testa trattandoli come vuoti a rendere?

Come contrastare questo reflusso prima di tutto culturale, l’oggettificazione del corpo femminile, la cultura della predazione, il disprezzo dell’umanità sia femminile che maschile?

Guardiamo indietro a come abbiamo fatto allora. E poi ragioniamo su cosa si può fare oggi, che abbiamo a che fare con una situazione molto diversa per certi aspetti (i social, la presenza pervasiva di TV e altri media), ma per altri aspetti ancora fin troppo simile.

Rispetto ad allora, penso che certi strumenti andrebbero tirati fuori dal cassetto e riutilizzati per un “riprendiamoci noi stesse” che è ancora molto attuale. Però oggi abbiamo l’elemento dei social, whatsapp e quant’altro, che da un lato è un enorme punto di forza per far uscire dall’isolamento, dall’altro si rivela un altro ghetto in cui si convogliano tutte le energie delle donne, dando l’illusione di non essere sole ma in realtà facendole uscire molto meno di casa e dalle loro gabbie più o meno dorate. Perché la forza del contatto personale, faccia a faccia, in un luogo sicuro e rimesso a posto con le nostre mani, i cortei a braccetto, camminare per strada a testa alta in un gruppo di donne, guardare come eravamo fatte dentro, sia fisicamente che nell’animo, stando davvero lì di persona, sprigionava un’energia incredibile e una forza dirompente che i social se lo sognano, anzi non lo sognano nemmeno!

Quindi certo che possiamo, anzi dobbiamo boicottare, scrivere una narrazione diversa, lottare per consolidare nuovi paradigmi. Ma il problema attuale è che spesso le prese di posizione più che legittime (mi verrebbe da dire sacrosante!) da parte di una categoria debole o una minoranza culturale vengono vissute come “aggressioni” verbali da altre categorie. In questo mondo di condivisione totale il livello di polemica è altissimo, l’efficacia comunicativa è bassissima, il mezzo (internet) è limitato alla parola scritta e quindi perde di verità, chiarezza ed efficacia, le persone sono sulla difensiva e prendono ogni affermazione come un fatto personale se c’è una visione diversa delle cose. I peggiori nemici delle donne sono altre donne: così come chi rivendica il diritto di allattare senza scoraggiamento od ostacoli viene tacciata di voler umiliare o giudicare le donne che non allattano, penso che fare un discorso “femminista” potrà suscitare analoghe reazioni difensive da parte di chi “ha un matrimonio felice” o “non vede che ci sia di male ad essere belle” o altre innumerevoli scelte o non-scelte di vita… Per confrontarsi veramente ci si deve vedere di persona.

La nostra organizzazione sociale è svilente e mortificante per gli uomini quanto per le donne, il lavoro aliena dalla famiglia perché famiglia e lavoro si svolgono in luoghi separati, i bambini sono segregati in luoghi “adatti a loro” e non possono mescolarsi agli adulti ed essere portati con sé nelle attività quotidiane. Un lavoro inteso come catena produttiva, fabbrica di oggetti e di denaro, non permette la connessione con la dimensione familiare e sociale. Ed ecco che la donna si trova nella contraddizione più profonda, perché è lei alla fine che partorisce, allatta ed accudisce i figli; tuttavia anche gli uomini, e più ancora delle donne in quanto la loro appartenenza al mondo del lavoro viene ritenuta irrinunciabile, sono costretti a rinunciare alla dimensione paterna in quanto spazio di tenerezza quotidiana condivisa con i figli. Questa organizzazione disumana del lavoro aumenta la divaricazione fra i sessi, estremizza i ruoli, segrega le persone costringendole a scegliere fra casa e lavoro, istituzionalizza l’infanzia chiudendola in aule scolastiche invece che farla partecipare alla vita sociale degli adulti, e secondo me il problema è qui, e non nel vincere, come donne, il diritto a un posto di lavoro lontano dalla famiglia.

Possiamo fare molto con l’educazione dei nostri figli, semplicemente educandoli al rispetto reciproco, dando loro empatia per prima cosa, anche se l’influsso deleterio di questa cultura purtroppo c’è e lascia il segno, ma mi piace pensare che sia un segno temporaneo, che su chi ha ricevuto un’educazione rispettosa e amorevole non “tenga” più di tanto, ma venga via come l’inchiostro su un vetro pulito.

Penso che dovremmo ripartire da dove abbiamo lasciato: piccoli gruppi di donne che si incontrano e parlano fra loro. E poi piccoli gruppi di persone a prescindere dal genere di appartenenza, che lavorano per una visione rispettosa dell’essenza degli individui, che praticano e coltivano la connessione a quanto di umano, vitale ed autentico c’è in ciascuno di noi. Il femminismo, va detto e compreso una volta per tutte, non è il movimento di un genere contro l’altro, ma un movimento di riappropriazione della propria natura autentica, al di là degli stereotipi patriarcali che hanno imprigionato sia le donne che gli uomini.

Antonella Sagone, 11 dicembre 2020

2 Replies to “Essere madre e femminista”

  1. Condivido tutto. Una pecca, per me grave, del movimento delle donne è stato non aver messo in evidenza la miserabilita’ degli uomini che si comportano, l’assoluta maggioranza, come kapo’ . Il controllo del corpo delle donne è il fondamento di tutti i poteri. Controllare il corpo delle donne permette il controllo di tutti i corpi, in un ciclo perverso in cui gli uomini, con lo stereotipo del maschilismo patriarcale, si fanno strumento di tale controllo, come kapo’ appunto.
    La miserabilita’ degli uomini è ben rappresentata dalla rinuncia alle emozioni, all’affettività alla loro componente “femminile”. Si dimostra(va) di essere uomini veri (per me kapo’) con l’aggressività. Una volta a un convegno, qualcosa come una trentina di anni fa, un neuropsichiatra infantile, considerato molto progressista, si appellò a un bambino che piangeva “che fai, piangi come una femminuccia?”.
    Il controllo del corpo degli uomini è tanto feroce da farli sentire contenti di offrirsi come carne da macello nelle guerre.
    Quindi non accettiamo più termini come vittima o soggetto debole o fragile: sono termini che descrivono relazioni di potere e con la sindrome di Stoccolma introiettano la legittimità delle relazioni di potere, oggi a sostegno dei valori di scambio, contro una visione dei valori d’uso e sui valori d’uso la scienza delle donne (povere) ha tutto da insegnare.

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