Teoria dell’igiene e fobia dello sporco

Teoria dell'igiene e fobia dello sporco

Nella mia infanzia, vissuta ancora in un mondo che non aveva paura di vivere e di osare, i bambini si sbucciavano le ginocchia arrampicandosi sugli alberi, mettevano in bocca di tutto, e sguazzavano felicemente nel fango giocando e sporcandosi fino alle orecchie.

“Si fanno gli anticorpi” dicevano i nostri genitori. Un po’ di alcool e un cerottino sulla sbucciatura (non prima di averci magicamente soffiato sopra), una lavata di mani prima di mettersi a tavola, e via.

I nostri genitori ci guardavano rassegnati mentre ci starnutivamo in faccia l’un l’altro, e non a caso i bambini piccoli venivano allora chiamati “mocciosi” per via dell’eterno naso che colava. I continui raffreddori e la sequela delle malattie esantematiche erano considerate non solo una fase inevitabile, ma anche salutare: meglio presto che tardi, si diceva, tanto che a volte si facevano frequentare fra loro i bambini sani e quelli con l’esantematica di turno, per “levarsi il pensiero”. Gli adulti sapevano che quel tipo di immunità era per tutta la vita, senza bisogno di richiami o protezioni ulteriori. 

L’intuizione, o la saggezza, dei genitori di quell’epoca felice, era corretta: il sistema immunitario, per funzionare bene, ha bisogno di interagire con l’ambiente, e in particolare con l’ambiente microbico, per costruirsi in modo solido ed efficiente.

Nessun integratore può rafforzarlo quanto rotolare in un prato. Nessun input artificiale può competere con il quotidiano contatto con l’infinita complessità delle comunità di virus, batteri e parassiti che ci scambiamo in ogni istante, con ogni respiro, con il nostro prossimo, con i nostri animali, con il mondo vegetale e in generale con l’ambiente in cui viviamo immersi.

E non si tratta solo di apprendistato, di “imparare a difendersi”. No! La funzione del nostro sistema immunitario è molto più complessa, e più che di un sistema difensivo, si tratta di un sistema interattivo, capace di costruire un equilibrio dinamico di scambi mutualistici con l’ambiente e i suoi abitanti, dentro e fuori di noi.

Una battaglia contro la vita

Un tragico equivoco ha segnato la storia della medicina, o meglio della sanità, a partire dalla fine del XIX secolo. Allora Robert Koch espresse le sue scoperte sui batteri, basate sull’isolamento di germi presenti nell’organismo umano, coltivati in vitro in monocolture e inoculati in animali di laboratorio, annunciando di aver scoperto “i più piccoli, ma più pericolosi, nemici della specie umana”. Sperimentando su animali che a loro volta erano stati allevati e selezionati con caratteristiche di particolare vulnerabilità, in una condizione innaturale, inoculando batteri isolati e quindi in condizioni diversissime da quelle presenti in natura (in cui un batterio non esiste mai “da solo”, ma in una comunità di milioni di altre specie batteriche, fungine e virali), i ricercatori avevano potuto osservare effetti devastanti e patologie potenzialmente mortali, e avevano concluso che la “colpa” fosse di questi batteri da loro selezionati e allevati in una capsula di vetro. Nessuno è stato sfiorato dal dubbio che le patologie osservate fossero il risultato della particolarissima e innaturale procedura effettuata per causare l’infezione, in un modo che in natura non sarebbe mai avvenuto.

Bisogna capire che quando la teoria della “guerra fra i batteri e le difese del corpo” prese piede, l’intera società europea era devastata da conflitti armati, una condizione che continuò a incrementarsi fino a sfociare nella prima guerra mondiale. Leggere la complessità della vita in termini di “amici o nemici” era in un certo senso automatico, e questo tragico equivoco fece prendere alla scienza medica una direzione perniciosa e riduttiva, portando alla classificazione dei germi come “patogeni o non patogeni”, concependo la salute come eradicazione dei nemici e la cura come una guerra all’ultimo sangue effettuata con “armi” chimiche, che trasformavano l’organismo in un campo di battaglia.

Un’idea di salute come armonizzazione fra tutte le creature che vivono in un organismo (microbiota) era estranea totalmente alla logica dell’epoca. Le scoperte di Koch vennero piuttosto salutate con un’esaltata eccitazione, e la convinzione che la scienza avrebbe ben presto trovato il modo di cancellare dalla faccia della terra tutti i nemici della salute umana, regalandoci una vita libera dalle malattie. L’idea di igiene, che pure è una componente importante della medicina, venne radicalizzata come sterilizzazione ambientale, invece di evolversi in una visione più vicina alla realtà della vita, e cioè quella di un ambiente microbico in dinamico e armonico equilibrio.

Questa teoria della salute così contraria alla vita si è evoluta in un’industria volta a dominare la natura piuttosto che a integrarsi in essa, producendo un sempre più vasto e letale armamentario chimico. Un filo rosso lega i pesticidi volti a sterminare gli insetti “nocivi”, e il detergente che “disinfetta” le superfici domestiche eliminando “fino all’80 per cento dei batteri”. Questo approccio condivide le stesse radici predatorie di un’umanità arrogante, convinta di poter dominare la natura e piegarla ai suoi capricci, e lo stesso peccato originale dei primi esperimenti di Koch con gli animali di laboratorio: fondare la ricerca scientifica sull’inutile tortura e morte di altre specie animali, strumento per avallare teorie fuorvianti piuttosto che chiave per la comprensione della biologia umana. Il risultato, nei campi e negli organismi, è stato lo stesso: un progressivo depauperamento della biodiversità, che ha reso il terreno – agricolo e umano – sempre più arido, fragile e bisognoso di altra chimica per sopravvivere.

Microbioma: i nostri coinquilini

L’umanità ha perso strada facendo una consapevolezza importante, e cioè che la morte non può sostenere la vita. La vita si nutre di se stessa e della sua complessità. Solo di recente, dopo che il delirio di onnipotenza scientifica ha raggiunto il suo apice, con la mappatura completa del genoma umano, si è scoperto che ciò che si pensava essere il “codice Da Vinci” della salute umana non era altro che l’inizio. Si è compreso che non erano tanto i geni, quanto la loro espressione a determinare malattia e salute, e che in questo entrava in gioco una quantità decine di volte superiore di altri geni, quelli dei milioni di specie microscopiche che vivono sopra e dentro di noi.

Gli studi sul microbioma aggiungono oggi sempre nuove sorprendenti conoscenze che riguardano aspetti fondamentali della nostra salute fino adesso ignorati o trascurati. È noto che il nostro sistema immunitario dipende in modo cruciale dall’assortimento di germi presenti nel nostro intestino, nelle mucose del nostro apparato respiratorio, sulla nostra pelle, ovunque nel nostro corpo. Non solo il microbioma, e in particolare quello intestinale, fabbrica per noi sostanze fondamentali per la nostra salute, non solo tiene a bada la proliferazione dei virus e dei batteri per noi nocivi, ma interagisce col nostro sistema nervoso, endocrino ed immunitario, e sostanzialmente costituisce un unico sistema integrato con le cellule del nostro organismo.

 Un’altra cosa importante che sappiamo è il modo in cui il microbioma si forma fin dal grembo materno. Quando il bambino nasce riceve una prima massiva inseminazione da parte del microbioma di sua madre, in particolare i germi presenti nella sua vagina e nel suo intestino.  È stato scoperto che l’assortimento del microbiota vaginale si modifica nel terzo trimestre di gravidanza aumentando in modo significativo la presenza dei batteri, in particolare i lattobacilli, che devono per primi colonizzare l’intestino del neonato, e che questi ritroverà poi nel colostro e nel latte materno. Infatti la colonizzazione dell’intestino, per essere effettuata correttamente e raggiungere un equilibrio salutare, deve procedere per gradi, stratificando specie microbiche diverse in fasi diverse delle prime settimane e mesi di vita. Questa stratificazione è unica quanto un’impronta digitale e tende a permanere più o meno invariata per tutto il resto della vita. Per questo è così importante non interferire in queste prime delicate fasi di stratificazione del microbioma, e non cercare in seguito di disinfettare ogni cosa che viene in contatto con il bambino. Questa nuova consapevolezza ha preso il nome di “teoria dell’igiene”, in contrasto con la crescente “fobia dello sporco”.

I danni della paura dello “sporco”

Le pratiche di sterilizzazione del “campo ostetrico”, ovvero l’uso di disinfettanti in vagina durante il travaglio, come si faceva negli anni ’80, l’assunzione preventiva, nelle ultime settimane di gravidanza, di antibiotici imposta alle madri “positive” a certi ceppi batterici, per finire con l’enorme sproporzione di cesarei che impediscono del tutto il fondamentale passaggio del neonato nel canale di parto costituiscono un primo grave vulnus, una vulnerabilità che causa una colonizzazione inappropriata da parte di batteri completamente diversi, come quelli presenti nella sala parto degli ospedali. Il bagnetto immediato del bambino con la rimozione della vernice caseosa (patina protettiva e nutriente), l’impedimento al contatto pelle a pelle subito dopo il parto, con il leccamento della pelle del seno materno e la prima assunzione di colostro (seconda e terza inseminazione del microbiota), e più avanti la somministrazione al bambino di liquidi diversi dal latte materno, completano il danno.

La fobia dello sporco, figlia dell’approccio bellicoso alla salute del XIX secolo, induce poi a cercare di abbattere la carica microbica dell’ambiente in cui il bambino vive. Il risultato è un sistema immunitario debole, impoverito, in cui le periodiche sollecitazioni intense e massive dei vaccini si sostituiscono alla costante, graduale e variegata esposizione naturale alle popolazioni di virus, batteri e funghi, microrganismi integri e naturalmente presenti nell’habitat umano.

La visione darwinista della natura, influenzata dalla visione bellica degli ultimi secoli, ha fatto sì che l’enfasi cadesse sulla “lotta per la vita”, in cui ogni specie competeva con quelle affini e predava o veniva predata in base alla sua posizione nella catena alimentare. Questa visione concepiva ogni specie come una monade in perenne lotta con le altre, trascurando gli aspetti di interdipendenza e simbiosi mutualistica che invece costituiscono la chiave per la comprensione del fiorire della vita sulla terra.

Dalla nevrosi bellicista al delirio paranoide

A partire dagli anni della “pandemia” abbiamo assistito a un crescendo parossistico di misure volte a contrastare il “nemico”, il virus letale di turno. In questo delirio di onnipotenza, una versione ascientifica della scienza ci ha proposto, o meglio imposto, misure sempre più drastiche di contenimento e un obiettivo insensato e impossibile di eradicazione totale di un virus che, per sua tipologia, apparteneva a una classe con un altissimo tasso di mutazione e che quindi era destinato naturalmente ad adattarsi all’ospite umano e ad integrarsi con le popolazioni microbiche del nostro habitat. Nel compulsivo cercare di bloccare i contagi ci sono state imposte restrizioni e obblighi che sempre più ci allontanavano dalle pratiche salutari: misure ossessive di sterilizzazione delle mani e degli ambienti, impropriamente definite “sanificazioni”; prolungate reclusioni in casa senza poter più praticare attività fisica né in ambito sportivo, né soprattutto in natura; uso improprio di mascherine protettive che costringevano a respirare il proprio fiato anche per diverse ore, imposte persino all’aperto; comunità suddivise in unità sempre più piccole e chiuse (e zone diversamente colorate), con obbligo di un distanziamento stranamente definito “sociale” (perché non sanitario o igienico?) imposto persino ai bambini dell’asilo, rinchiusi in “bolle” e separati gli uni dagli altri, persino ai defunti, al cui corpo, disinfettato e sigillato in un sacco nero, è stato addirittura negato un ultimo saluto e delle esequie dignitose.

Non è questa la sede per dibattere nel merito di tali provvedimenti, qui mi soffermo solamente a riflettere come tali imposizioni, che hanno privato la popolazione per un periodo prolungato (e in certi casi ancora adesso) di diritti umani fondamentali, e sottoposto gli individui a esperienze traumatiche di deprivazione e stigma sociale, disastri economici e campagne di odio e lacerazioni conflittuali fin dentro le famiglie, sono state possibili non sulla base di evidenze scientifiche ma di un principio di autorità che, attraverso un martellamento mediatico senza precedenti in intensità e durata, ha indotto nella cittadinanza uno stato permanente di angoscia e di fobia verso la malattia e la morte, rendendo le persone fortemente influenzabili e manipolabili.

La narrativa dominante ha veicolato una serie di messaggi più o meno consapevoli: che il corpo umano sia fragile e non in grado di difendersi da solo dalle minacce ambientali e biologiche che possono alterare il suo stato di salute; che restare in salute significa impedire qualsiasi esposizione a fattori di rischio attraverso l’assunzione a vita di farmaci e/o l’adozione di trattamenti sanitari; che sia possibile eradicare completamente dalla faccia della terra i germi responsabili delle malattie “gravi” (o anche leggere come l’influenza) attraverso comportamenti di evitamento e sterilizzazione ambientale o trattamenti preventivi; che gli altri individui possono essere una minaccia in quanto potenziali portatori di virus o batteri contagiosi; chel’unica protezione dalla sofferenza e dalla morte sia la Scienza intesa non come metodo rigoroso di esplorazione della realtà sulla base di prove ed errori, ma come entità impersonale e astratta portatrice di verità assolute e inconfutabili e di un sapere che trascende la fallibilità umana. Insomma si è costruita una nuova visione fobica del mondo incentrata su un senso di vulnerabilità e incertezza tenuto a bada da rituali e figure ammantate di un potere salvifico di tipo miracoloso.

Conclusioni

L’esasperazione della fobia dello sporco e del contagio causata dagli eventi degli ultimi anni e dalla loro ridefinizione mediatica ha causato uno stato di sofferenza della popolazione con aumento di stati depressivi, fobici, di sindrome post traumatica da stress, ma soprattutto ha indotto profondi cambiamenti sociali e la permanenza, nei comportamenti di molte persone come anche nelle politiche sanitarie, di atteggiamenti e regole di tipo emergenziale anche ad emergenza completamente finita. Urge recuperare un senso di connessione con la vita dentro e intorno a noi, ricostruire i legami di un tessuto sociale lacerato e diviso, riedificare da zero e su nuove basi la relazione fra cittadini e istituzioni sanitarie e fra paziente e medico, attualmente distrutti e avvelenati da un clima di reciproca sfiducia e incomunicabilità.

Dobbiamo sviluppare una visione differente della vita, che tenga conto della sua complessità e interdipendenza, e che guardi all’enorme varietà delle sue forme come a una sinfonia piuttosto che come a uno sconfinato campo di battaglia. Abbiamo avuto la presunzione di migliorare la musica togliendo il do e il sol diesis dalla sinfonia, e il risultato è una cacofonia insopportabile.

La radicalizzazione della teoria della selezione naturale ha alimentato una visione dell’universo che ha corrotto e fuorviato anche il modo in cui guardiamo alle società umane, generando il cancro del darwinismo sociale che ha ispirato ideologie pericolose di epurazione razziale e di totalitarismi scientisti.

Non basta recuperare la saggezza dei nostri nonni, che incoraggiavano i bambini a rotolarsi a terra per “farsi gli anticorpi”, dobbiamo andare oltre e capire che non solo il contatto e la contaminazione con i germi naturalmente presenti nel terreno costituiscono un “allenamento” del nostro “sistema di difesa”, ma anche che queste popolazioni microbiotiche sono di per sé una ricchezza indispensabile alla vita, e che il nostro sistema immunitario, più che un sistema di difesa, è un centro di diplomazia e di promozione delle relazioni fra i popoli.

Riguardo alla salute nostra, della vegetazione, del pianeta, la contaminazione dei germi non è la minaccia, ma la soluzione.

Forse se cominceremo ad apprezzare la biodiversità in noi, sapremo anche diventare più rispettosi di quella intorno a noi, delle altre specie animali e dei differenti popoli, culture e anime che costituiscono la specie umana.

Antonella Sagone, 23 agosto 2022
revisione 13 gennaio 2025

2 thoughts on “Teoria dell’igiene e fobia dello sporco”

  1. Silvana Russo ha detto:

    Grazie Antonella, per questa splendida disamina del culto dell’igiene intesa come non integrazione nel mondo della biodiversità. Silvana (collega)

  2. Lydia ha detto:

    Grazie per le sue parole ! Spero tanto invitino le persone a riflettere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *