Il bullismo non è un problema educativo
Marta torna da scuola; la mamma le sfila il giubbotto.
“Uh guarda, hai dei bollini di carta attaccati sulla schiena”.
Di botto, il viso di Marta si stravolge in una smorfia. Serra le mandibole, ma poi scoppia a piangere. “Me li attaccano con i pugni”.
Viene fuori una storia di dispetti, prese in giro, sottrazione di oggetti e merende, scherzi crudeli, che va avanti da mesi.
Con un colpo al cuore, la mamma vede all’improvviso tutti quegli episodi di sciatteria, dimenticanze, declino scolastico, quaderni strappati, matite rotte, giacche perse, capricci incomprensibili acquistare un senso.
“Ma perché non me lo hai detto?”
La bambina continua a piangere e china il capo, senza rispondere.
Sua madre non si capacita del fatto che nulla sia emerso per tanti mesi, che nessun insegnante si sia accorto di qualcosa o abbia pensato di avvertirla, e non si perdona di non aver compreso il dramma che stava vivendo sua figlia.
Successivamente, a colloquio con le educatrici, si scontra con un muro di gomma:
“Sono ragazzate”. “Cinque minuti dopo era lì a ridere e scherzare con loro”. “Sono fasi”.
E persino:
“Si faccia un esame di coscienza: cosa ha fatto sua figlia per istigarli?”
No, non sono fasi, non sono bisticci puerili, e non sono cose da poco.
SI chiama bullismo, può distruggere dentro e persino uccidere.
Anatomia del bullismo
Il bullismo è caratterizzato da una serie sistematica e continuativa di atti di intimidazione, denigrazione, violenza fisica o psicologica operati da uno o più soggetti nei confronti di una persona identificata come “vittima”, presa di mira per motivi futili o per discriminazione basata su aspetti etnici, culturali, religiosi, di genere, di aspetto fisico o semplicemente caratteristiche non omologate agli atteggiamenti della maggioranza.
Ma cosa distingue il bullismo da altre situazioni di sopruso?
È la dimensione sociale, relazionale. I bulli non si contentano di sopraffare le loro vittime o di approfittare della loro debolezza, ma operano in modo da demolire sistematicamente la loro autostima, minando la loro legittimità a far parte del gruppo sociale. Il bullismo non viene agito in segreto ma in situazioni pubbliche, quindi ha bisogno di un gruppo di “spettatori passivi” per essere messo in atto: altri soggetti, facenti parte del gruppo dei pari che, assistendo all’azione violenta, non intervengono attivamente, mostrando indifferenza oppure esprimendo derisione per la vittima.
La dimensione digitale in cui oggi si esprime la socialità dei ragazzi non ha fatto che rendere più devastanti ed estreme le manifestazioni del bullismo, esasperando la dimensione della pubblica gogna, moltiplicando per mille la possibilità di vessare e denigrare, mettendo in mano ai persecutori un formidabile strumento di ricatto, aumentando all’infinito le dimensioni del branco dei bulli e le schiere dei gregari che vilmente possono colpire nascosti dietro una tastiera.
La dimensione pubblica del bullismo è fondamentale per la sua funzione intimidatoria, perché consolida la posizione di potere del bullo sia nei confronti del gruppo esterno, sia all’interno del “branco” dei persecutori.
Nello stesso tempo, assicura la sottomissione della vittima, creando intorno ad essa l’isolamento sociale, inibendo in lei le possibili reazioni per non subire ulteriore vilipendio, e convincendola, alla fine, di non essere degna di compassione ma anzi di meritare il disprezzo ed essere in qualche modo responsabile della sua condizione. La vergogna e l’autosvalutazione garantirà che la vittima non tenti nemmeno di difendersi o di chiedere aiuto all’esterno.
Proverà a diventare invisibile, ma questo non farà che alzare l’asticella della provocazione. E ad aumentare a dismisura l’infelicità, perché i ragazzi non vogliono essere trasparenti e indifferenti: vogliono essere visti, riconosciuti, inclusi, ammirati, apprezzati, desiderati, amati.
Bullizzare il bullo
Quando un caso di bullismo precipita verso un tragico epilogo, con gesti autolesionisti o addirittura tentativi di suicidio (a volte, purtroppo, riusciti), spesso si scatena la reazione della gente, che cerca un colpevole da punire, immancabilmente identificato nel bullo o nei loro genitori.
“Un bel ceffone quando ci vuole ci vuole”.
“È colpa della cattiva educazione, questi ragazzi devono essere messi in riga”.
“Io gliene suonerei di santa ragione, vedrai che poi gli passerebbe la voglia di bullizzare gli altri”.
“Noi siamo cresciuti a suon di botte, e infatti non ci siamo mai sognati di comportarci da teppisti”.
E via così con altre piacevolezze.
Tutti bravi ad indignarsi.
Tutti pronti a tacciare di buonismo, lassismo o favoritismo chi cerca di fare un discorso articolato che includa sia le vittime, sia i bulli, sia i cosiddetti “spettatori”.
Ma dove sono tutti questi leoni da tastiera quando davanti a loro si manifestano i piccoli, quotidiani atti di bullismo?
Queste brave persone si chiamano fuori, ma di fatto il problema è di tutto l’insieme: famiglia, gruppo classe, sistema scolastico, tessuto sociale.
E in che modo, poi, un’educazione violenta, basata sull’intimidazione, insegnerebbe il rispetto degli altri? L’educazione e la violenza non sono compatibili, come spiega questo articolo.
Vittimizzare la vittima
Altre volte, con un’operazione di rovesciamento delle parti, il “problema” diviene la vittima, a cui viene attribuita la responsabilità della situazione, colpevolizzandola esattamente come fa il bullo.
Si insinua che certi atteggiamenti o modi di essere – una sensibilità eccessiva, una suscettibilità troppo esibita possano attirare i bulli istigandoli all’azione, quasi che la vulnerabilità sia una forma di provocazione.
Si dice a volte che i bambini presi di mira dovrebbero imparare a rispondere, a loro volta, con la violenza: “E tu dagliene il doppio!” Si rimproverano i genitori di non aver temprato i figli contro le avversità della vita, sostenendo che averli cresciuti con rispetto ed empatia li abbia resi più vulnerabili, e che essendo stati abituati a non usare la violenza, non siano ora in grado di difendersi.
Ma in che modo un’educazione violenta renderebbe più forti e sicuri di sé?
Ricordiamoci che la violenza lascia cicatrici e ferite aperte, e non fa che suscitare ulteriore violenza.
Occorre educare a una forma diversa di forza e solidità.
Non c’è forza più invincibile della nonviolenza. La nonviolenza non è passiva acquiescenza, ma un rifiuto attivo delle imposizioni ingiuste, a cui ci si oppone con integrità, compassione e pubblico impegno. Laddove il bullismo istiga nel pubblico comportamenti di vile compiacenza verso i violenti, la nonviolenza suscita negli spettatori un desiderio di unirsi in una battaglia di verità e integrità.
Se volete approfondire il concetto di nonviolenza leggete questo articolo.
Il bullismo infierisce sulle fragilità distruggendo l’autostima, ma un bambino cresciuto con attenzione, rispetto, gentilezza, stima da parte suoi genitori, se da un lato può diventare una persona gentile, buona, disponibile (il che può suscitare dolorosa invidia e voglia di persecuzione da parte dei bulli), dall’altro possiede un’autostima più solida e una maggiore capacità di chiedere aiuto e trovare solidarietà dove necessario.
La congiura del silenzio
La cosa più devastante del bullismo è l’atteggiamento omissivo, che inibisce la comunicazione, che riduce le vittime al silenzio, distruggendo il loro senso di giustezza interna, rovesciando i ruoli per cui diventano loro stesse la causa degli abusi che subiscono.
Il bambino o ragazzo, con l’autostima sotto le scarpe, finisce per disprezzarsi facendo suo il punto di vista del suo persecutore, e quindi tace perché si vergogna di sé. Ma tace anche perché intorno a lui i compagni fanno finta di non vedere o ridono di lui, perché gli insegnanti non intervengono. È più facile per gli educatori stringersi nelle spalle dicendo che sono ragazzate, o dare punizioni “sistemiche” a tutta la classe o addirittura rivoltare il biasimo contro la vittima che “provoca” i bulli, in agghiacciante analogia con le logiche maschiliste che giustificano la violenza sessuale.
È più facile minimizzare, che affrontare il bullo o i suoi genitori, affrontare le complessità delle dinamiche di classe, ammettere di avere un problema che non si sa come gestire.
Per i genitori, parlare con insegnanti e preside a volte è come sbattere contro un muro di gomma. Io stessa, da madre di una bambina bullizzata, ho invano suggerito alle strutture scolastiche di attivarsi, anche utilizzando le risorse esistenti sul territorio (servizio materno-infantile, psicologo scolastico, orientamenti e programmi ministeriali, centri universitari contro il bullismo in grado di portare avanti progetti di elaborazione e risoluzione dei conflitti all’interno della scuola). Alla fine, esasperata dalla chiara volontà del corpo insegnante di non fare nulla, ho detto che a questo punto avrei parlato io coi ragazzi. E mi sono sentita raccomandare di non farlo: “Per carità signora, così peggiora la situazione di sua figlia!”
Ecco dove nasce il tessuto mafioso nella società. Il bullismo è una piaga infetta, non sono “fasi”, è quel potere che nasce dall’intimidazione e dalla prevaricazione, che coltiva ignavia e viltà intorno a sé, legittima l’acquiescenza e normalizza l’indifferenza e un modus operandi forte coi deboli e debole coi forti.
L’arroganza di chi si crede più forte. Il controllo basato sull’intimidazione. Il silenzio di chi china il capo sperando di non essere preso di mira. La complicità passiva di chi si fa “i fatti suoi”. La ferocia dei gregari, felici di poter sfogare le loro frustrazioni e le loro rabbie sui capri espiatori, sentendosi per un momento meno deboli, parte del branco dei potenti. La crudeltà di chi acquisisce potere svilendo gli altri e distruggendo la loro autostima.
Lo rivediamo nel mondo degli adulti: nel gaslighting operato dai narcisisti nelle relazioni di coppia, nel mobbing sul lavoro, nelle vessazioni del potere burocratico della tecnocrazia. Ma le radici sono lì, in quello che si fa ai bambini.
Il bullismo è l’embrione della mafia, e il silenzio e l’indifferenza di compagni, insegnanti e genitori sono l’embrione dell’omertà.
Il problema è sistemico
Focalizzare sulla vittima e sul bullo è un modo inadeguato per affrontare il fenomeno del bullismo, perché non fa emergere l’aspetto sistemico del problema. La cosa difficile è uscire dalla visione del “caso” individuale e vedere l’insieme, il sistema di relazioni, la cultura della violenza e dell’arroganza che ne è alla base.
Il bullismo non è una semplice questione educativa, una faccenda di individui “da aggiustare”, un “problema fra due bambini”, né tanto meno deve essere il problema della vittima.
Il gesto del bullo certamente non viene fuori dal nulla. Il bullo ha una famiglia. Ha una classe. Una rete di relazioni sociali. Cosa c’è stato il giorno prima, la settimana prima, i mesi precedenti? Nessuno ha visto o notato niente? Nessuno, fra ragazzi, insegnanti, genitori, corpo dirigente, ha avuto nulla da dire sulla situazione? Perché non si sono seguiti dei programmi antibullismo, che sono di collaudata efficacia e coinvolgono in prima persona tutti i ragazzi (non solo i bulli)? Certe situazioni esistono anche per la connivenza, condiscendenza, ignavia e omertà di chi sta intorno.
Se si vogliono cambiare le cose, occorre mettersi tutti in gioco e in discussione, e cercare sinergie fra diverse competenze, senza cullarsi in un delirio onnipotente e narcisista per cui il genitore non ha bisogno di niente, l’insegnante tiene la situazione sotto controllo e a scuola tutto va bene… fino a che non scoppiano i drammi e allora c’è la corsa a trovare il capro espiatorio.
Il bullismo in classe è un problema sistemico, che avviene cioè nella rete di relazioni, e va gestito a livello sociale e non dicendo “Quel bambino è una vittima” o “Quel bambino è un bullo”. Occorre richiamare gli adulti al loro ruolo e responsabilità.
Ogni episodio di bullismo non danneggia solo la vittima, ma anche i gradassi che lo mettono in atto, e infine deteriora tutta la classe e crea un’esperienza degradante per tutti. Per chi lo subisce, per chi lo compie, per chi assiste e tace. Non è questione di punire, ma di affrontare il problema in modo sistemico, facendo rete.
Gli interventi nelle situazioni di bullismo devono essere scevri sia da atteggiamenti giudicanti, sia da forme di paternalismo che infantilizzano i soggetti coinvolti.
Le vittime hanno bisogno di riconoscimento e solidarietà, non di protettori. I bulli hanno bisogno di contenimento e di alternative sociali per uscire dal “branco”. Le famiglie non vanno esautorate ma coinvolte e accompagnate, fornendo loro strumenti efficaci per ricostruire l’autostima e la socialità dei loro figli – che siano vittime oppure bulli. Le istituzioni scolastiche e i docenti vanno affiancati senza suscitare arrocchi e reazioni difensive, attraverso l’offerta attiva di programmi anti-bullismo e di iniziative volte non solo a risolvere il “problema” della violenza e dell’intimidazione all’interno della scuola, ma anche a costruire insieme un sistema di relazioni capace di rispetto reciproco e cooperazione.
Se sospetti che tuo figlio sia vittima di bullismo o possa aver agito da bullo, puoi richiedere qui una consulenza per approfondire il problema ed esplorare le possibili soluzioni.