L’educazione e la violenza non sono compatibili

L’educazione e la violenza non sono compatibili

L’educazione e la violenza non sono compatibili

Un recente sondaggio in questi giorni fa discutere a proposito della cultura della punizione fisica. Il 40% degli italiani interrogati, infatti, sembra aver detto che è giusto, purché non si esageri, picchiare i bambini per educarli.

Questa idea presuppone che i bambini vengano considerati come persone di serie B, con meno diritti e bisogno di ascolto e rispetto. Che senso ha non picchiare un neonato perché è troppo piccolo, o un ragazzo di 12 anni perché è troppo grande, ma invece sculacciare un bambino di 5 anni? Non è una questione di età, né di capacità di comprensione. Dove tirare la linea? Quando scade la moratoria? A quale età un bambino merita di essere picchiato? La verità è che un tale periodo della vita, in cui le punizioni, da deleterie e violente, diventano invece giuste e benefiche, non esiste.

A volte mi capita che un genitore si lamenti del fatto che il bambino è “manesco”. “Eppure lo abbiamo anche sgridato, ce le ha pure prese, ma nemmeno così ha capito che non lo deve fare!”

Si ignora evidentemente che il bambino impara per imitazione. Quello che sperimenta, lo riproduce. I genitori del bimbo “manesco” sono loro per primi “maneschi” e i risultati di questo metodo “educativo” si vedono… il messaggio è: vince il più forte. Un bambino di due anni imita tutto quello che vede. Che gli insegnerà uno schiaffo, uno sculaccione? Se riceve violenza che restituirà? Se riceve umiliazione, cosa imparerà? Come si può pensare che dalle urla o dagli schiaffi possa nascere l’amore e il rispetto?

E di quale utilità può essere tale insegnamento? Certo, con le minacce il bambino smette di comportarsi “male”: ma è proprio questo il nostro obiettivo? Con le minacce, il bambino si astiene dai comportamenti che non vogliamo, non per aver compreso le ragioni, ma per evitare la punizione.

Le botte funzionano quindi? Sì, se l’obiettivo è dissuadere il bambino, con l’intimidazione, a ripetere il comportamento indesiderato. No, se vuole che comprenda e faccia propri i principi che stanno dietro una data regola.

Chiamiamo le cose col loro nome

Spesso si sente dire: ma cosa volete che sia uno sculaccione, uno schiaffetto, un buffetto. Le parole vengono usate per minimizzare, per abbellire. Si dice: ma non è mica violenza, non esageriamo. È appena un colpetto, non lo sente nemmeno. È più il gesto che altro.

Forse bisognerebbe cominciare ad usare altre parole; sculaccione, schiaffetto, sberla, sono termini abusati e quasi “normali”. Se le chiamassimo “percosse sui glutei”, “colpirlo in faccia”, ad esempio, come suonerebbe?

La nostra legislazione, che è molto indietro rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, non punisce le botte di per sé, ma solo il loro “eccesso”. Si parla, infatti, di “abuso dei mezzi di correzione”. Un termine che implica due cose: che ci sia una intensità “giusta” nel picchiare; e che i bambini siano non tanto persone da comprendere e rispettare, quanto creature tendenti all’errore e al cattivo comportamento, che vanno “corretti” e raddrizzati anche con le maniere forti.

Ma chi tira la linea su quanto è accettabile uno schiaffo o una sculacciata?

Qualsiasi atto volto a colpire, fisicamente o psicologicamente, è violenza. E la violenza non ha gradazioni, non si può tirare una linea e dire fin qui fa bene, oltre fa male.

Proviamo allora a definire con più chiarezza la questione. Se uno schiaffetto, uno sculaccetto, fosse innocuo, non avrebbe alcuna utilità. Si ricorre alla violenza perché funziona, almeno il più delle volte, almeno sul momento: interrompe o scoraggia il ripetersi del comportamento indesiderato. Funziona proprio perché è un’esperienza spiacevole. Le punizioni corporali sono un atto di intimidazione, che induce il bambino a piegarsi alla nostra volontà attraverso la paura dell’aggressione e l’angoscia di vedersi rifiutato, non amato.

La violenza, diceva Asimov, è l’ultimo rifugio degli incapaci. Significa che è ciò che una persona fa quando vengono meno tutte le altre risorse. È una dichiarazione di sconfitta, più o meno consapevole.

E che dire dei sentimenti di un bambino che viene colpito dall’adulto? Anche lì si minimizza, si nega. Si fa spallucce, si ridacchia mentre si racconta la propria esperienza infantile di “quando ce le prendevamo”. Ci sono siti in cui adulti nostalgici dei “bei tempi” in cui venivano inseguiti dal genitore, che brandiva una scarpa o un mestolo, rievocano divertiti le loro esperienze di aggressione. I loro ricordi sono come un film che mostra fatti avvenuti a qualcun altro, spogliati di ogni emozione. Nella loro rappresentazione si tratta quasi di eventi avventurosi o buffi. E buffe, ai loro occhi, appaiono oggi le smorfie e le “scenate” di rabbia o frustrazione espresse dai loro figli quando vengono sgridati o colpiti.

Ma se dovessimo chiamare le cose col loro nome, dovremmo ammettere che l’effetto della violenza punitiva sul bambino è proprio quello che vediamo: smarrimento, paura, impotenza, delusione, dolore, disperazione.

Una maledizione che si perpetua

C’è chi rimpiange i “bei tempi andati”, sostenendo che quando si dava qualche sculaccione senza tante spiegazioni, i ragazzi erano più educati. Ebbene, io nei tempi andati ero bambina, e ricordo benissimo che aria tirava. Quando le ho prese, per fortuna pochissime volte, ricordo i sentimenti che ho provato: sgomento, confusione, paura. Il senso di essere tradita. Noi bambini si viveva nella paura, nel risentimento e nell’inganno.

C’è chi glorifica i propri genitori, da cui ha ricevuto lo schiaffo o la sculacciata, dicendo che è stato amato moltissimo e che ama moltissimo ed è grata ai genitori per l’educazione ricevuta, che proprio grazie alle botte si è diventati adulti civili e garbati. Ma come può la gentilezza nascere dalla violenza?

E poi nessuno dice di smettere di amare i propri genitori. Si può continuare ad amare i propri genitori e confidare in loro, anche se non si condivide lo stesso modo di educare. Riconnettersi ai sentimenti che si sono provati da bambini, prendere atto della violenza, non significa necessariamente buttare a mare l’amore che comunque i propri genitori hanno dato. Crescere un figlio è un’impresa complessa e ciascuno lo fa al suo meglio con quello che ha a disposizione. La violenza trasmessa da generazione in generazione ferisce sia chi la riceve che chi la compie. Si può guardare a questi aspetti dei propri genitori con compassione, accogliendo i limiti che li hanno portati a fare così, senza distruggere ma anzi facendo crescere la relazione e la connessione con loro, sia pur nella diversità di vedute o di livelli di comprensione.

Dice Alice Miller: “Dato che ricevevamo contemporaneamente il messaggio ‘È per il tuo bene’, abbiamo imparato a reprimere tale sofferenza; ma il ricordo di queste umiliazioni è rimasto immagazzinato nel nostro cervello e nel nostro corpo. Dato che amavamo i nostri genitori, credevamo in quello che dicevano – che le correzioni erano buone per noi. La maggior parte delle persone lo crede ancora e sostiene che non si possono allevare i bambini senza picchiarli, cioè senza umiliarli. Restano in questo modo nel circolo vizioso della violenza e della negazione delle antiche umiliazioni, cioè nella necessità della vendetta, delle rappresaglie, della punizione”.

Gli adulti che sono stati dei bambini picchiati sentono minacciata la propria integrità al pensiero di aver ricevuto dai propri genitori un trattamento ingiusto. Ricevere botte, fosse anche la semplice sculacciata, è doloroso per il bambino, perché la violenza e la rabbia viene proprio dalla persona che più ama al mondo, che dovrebbe dare solo amore, la persona nelle cui mani sta la vita del bambino. E quel che è peggio, l’adulto, e la società intorno, dicono al bambino che questa violenza viene fatta per il suo bene: messaggio perverso ed estremamente pericoloso per la psiche della vittima.

Alla fine il bambino accetta questa versione delle cose, accettando l’idea di essere stato colpito perché “lo meritava”: l’amore dei bambini per i propri genitori è talmente grande che scelgono di definire se stessi cattivi, piuttosto che definirvi i propri genitori.

E allora una volta diventati adulti si perpetua l’equivoco.

No, non sempre (ma a volte sì) le botte producono adulti violenti e crudeli; ma sicuramente producono adulti che hanno attutito la loro soglia di sensibilità. Abbastanza insensibili da non sentire il dolore emotivo che provocano quando, a loro volta, picchiano i figli convinti di far bene.

Altre volte, il figlio arriva a biasimare i genitori e distruggere in cuor suo la loro immagine in quanto fonte di amore e di ammirazione. Si può sviluppare allora un rancore, risentimento, rabbia e disperazione, con effetti devastanti sullo sviluppo affettivo della persona che si porta dietro questa “ferita”. Questa rabbia non è ancora superamento, lascia vulnerabili al ripresentarsi di situazioni analoghe o presunte tali.

Si può spezzare il circolo vizioso

Il vero superamento della violenza subita si ha quando la rielaborazione permette di lasciar andare, ma passa attraverso un’esperienza di lutto interiore che va vissuta prima di poter guardare avanti di nuovo con fiducia verso gli altri.

Dalla catena della violenza ci si può liberare. Di fronte al tumulto di sentimenti che suscita un bambino arrabbiato o piangente o oppositivo, si può imparare a non essere reattivi e a gestire queste emozioni trasformandole in comprensione. Non si sta dicendo che il comportamento del bambino non va mai limitato o che non si debba indicargli ciò che non va bene. Ma ci sono altri modi oltre le botte.

Dire che picchiare è deleterio è doveroso e sacrosanto. Ma bisogna aggiungere spiegazioni su altri modi di approcciare, perché la violenza nasce dalla incapacità di stabilire una connessione, di fidarsi, di mettersi in gioco, di mettersi in discussione, ma anche di trovare un modo di gestire la trama dei bisogni e dei sentimenti reciproci. Sarà questo il tema del prossimo articolo.

Antonella Sagone, 27 novembre 2021

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