Non normalizziamo l’emergenza

Non normalizziamo l’emergenza

Non normalizziamo l'emergenza

“E se ci venisse offerta una normalità diversa?” Propone la pubblicità di una nota bibita. Sullo schermo scorrono immagini di giovani serenamente distanziati, baci lanciati dagli schermi, una bimba che si congeda dalla mamma da dietro il finestrino chiuso dell’auto. “Trasforma il pulito in amore” recita un altro spot tutto coccole casalinghe. Una pubblicità di non so quale università online si presenta tutta virtuale: lezioni in differita, colloqui, test ed esami a distanza… “Proprio l’università che volevo!” dice una ragazza.

Le pubblicità di oggi sono impressionanti, non tanto per i contenuti (spesso influenzati dall’ossessione dell’igiene e della sicurezza) quanto per l’ambientazione, che esalta l’intimità delle case e cancella quella dei corpi. Le mascherine hanno fatto la loro apparizione anche negli spot pubblicitari, indossate con disinvoltura e ammiccanti nei loro design “di tendenza”. E fateci caso, avete più visto nelle pubblicità persone che si baciano e si abbracciano? Tipicamente l’immagine sfuma o cambia un secondo prima che i due innamorati si avvicinino oltre il “distanziamento sociale”.

Resilienza o resistenza?

E nel mondo reale? Ciò a cui stiamo assistendo in questi giorni, con il ritorno dei nostri figli a scuola, è una fioritura di norme e regole con una enorme variabilità territoriale, spesso anche da scuola a scuola. Alcune narrazioni sono sensate, altre veramente surreali, come il bambino sgridato per aver porto lo zaino alla compagna, i compiti messi in quarantena, il divieto di impilare i libri sul banco o di recuperare la matita che cade a terra (che verrà buttata).

Chiariamo subito: certo che il problema di contenere i contagi esiste. E certo che alcune delle misure imposte oggi possono essere necessarie. Non sto dicendo che i comportamenti prudenziali non servano, ma che vanno modulati e adattati alle situazioni. Esistono direttive nazionali e, per i bambini piccoli, non proibiscono affatto la vicinanza o i gesti di tenerezza. Si punta su altri aspetti di prevenzione più facilmente gestibili, come l’igiene delle mani, la sanificazione degli ambienti, e si incoraggia moltissimo il lavoro in piccoli gruppi e soprattutto all’aperto. Ma invece di seguire questi suggerimenti del Ministero della Salute, si preferisce, in certi regolamenti scolastici, stilare regole minuziose di distanziamento che non hanno alcuna base razionale ma somigliano più a rituali ossessivi. Regolamenti che sono più mirati a manlevarsi ogni responsabilità possibile piuttosto che assicurare la sicurezza sanitaria e il benessere psicologico dei minori.

Ma ciò che più colpisce è una sorta di retorica che riveste di gioiosa accettazione queste restrizioni, presentandole ai bambini quasi fossero un nuovo gioco, con cartelloni colorati e adesivi sui pavimenti. Stiamo assistendo a un tentativo di normalizzare un assetto difensivo e renderlo permanente: come se dovessimo cambiare modo di rapportarci, adattandoci al distanziamento per sempre… e si volesse addolcire la pillola di retorica, con la favola che “andrà tutto bene” comunque, e che riusciremo comunque a salvare capra e cavoli. Beh non è così. Per definizione, non si possono salvare entrambi. La serenità non si riconquista attraverso un’operazione di negazione dei problemi.

C’è modo e modo di trasmettere regole. Si può spiegare a un bambino che no, non può dare un boccone della sua merenda all’amichetto che l’ha dimenticata; e tuttavia si può continuare ad essere empatici con lui, e lodarlo per l’impulso generoso di averla offerta. Si può condividere con i bambini il dispiacere e la frustrazione per queste regole così limitanti e riorganizzarsi, ragionare insieme a loro su come si possa ugualmente stare vicini, unire i cuori, giocare, ridere insieme. Sapendo e chiarendo che la situazione limitante di questo momento non è normale, è una situazione eccezionale, e quindi è più che ragionevole essere dispiaciuti, anche se vale la pena adattarsi temporaneamente, in attesa di ritrovare tempi migliori.

Invece per qualcuno sembra che più della resilienza (la capacità di rispondere adeguatamente alle difficoltà mantenendo la propria essenza, e la capacità di recuperare la propria natura una volta superata la difficoltà) sia importante incoraggiare la resistenza (stringere i denti e subire passivamente) oppure l’acquiescenza: il puro adattamento a tempo indeterminato.

I nemici della felicità

L’approccio adrenalinico che si basa sulla lotta e sulla fuga si impone contro quello ossitocinico della calma e della connessione amorevole. L’emergenza ci viene proposta in termini guerreschi: battaglie, allerta, fronte, nemici, armi, difese, vittorie e sconfitte. Ma questa metafora della guerra non ci ha aiutati per nulla su nessun piano, né quello di adottare comportamenti razionali contro il contagio, né quello di mantenerci umani, né quello di controllare la paura. Ci ha instradati sulla via di una visione illusoria in cui avremmo raggiunto il “rischio zero” e sconfitto per sempre la malattia, obiettivo impossibile ed inutile. Ci ha fatto adottare rituali invece di comportamenti mirati e realmente utili. Ci spinge ad accettare acriticamente ogni obbligo o divieto, anche quando nascono più dal bisogno di pararsi da qualsiasi accusa, che non da reali motivazioni di sicurezza. Sta rinforzando l’obbedienza cieca e la rimozione emotiva.

E ora un approccio difensivo e violento alla vita ci viene proposto come stile di vita. Sembra che alcuni adulti e alcune istituzioni, che a malincuore avevano concesso un clima più flessibile nell’educazione dei bambini e dei giovani, ora quasi esultino di fronte al via libera verso restrizioni dell’esuberanza infantile e della sua versatilità. Ho sentito con le mie orecchie commenti pieni di acredine, frasi come “È finita la cuccagna!” o “Finalmente saremo fuori dal tunnel del divertimento!”.

Sembra auspicabile ad alcuni che, assieme alle restrizioni, ci debba essere un clima di penitenza, sospetto, timori e accuse; che sia necessario intimorire, altrimenti i bambini “non capiranno”; che li si debba costringere con la paura e i rimproveri, facendo loro la morale. È esattamente il contrario! I bambini accettano meglio una regola che non solo sia stata spiegata, ma anche che sia stata porta con gentilezza ed empatia; mentre l’ansia, la rabbia, lo stress, la paura, la collera, stimolano l’asse adrenalinico (l’assetto “combatti o fuggi”) che inibisce l’empatia, la comprensione, il senso sociale. L’adrenalina impedisce di memorizzare, e quindi è molto più difficile inculcare una regola posta in modo autoritario, che non quando viene proposta con gentilezza.

No, io non mi abituo

Molti anni fa, allo scoppio della prima guerra del Golfo, ero sconvolta dal precipitare degli eventi, e anche dall’esaltazione e dalla retorica guerresca da cui sembravano essere contagiati tutti i Media, come se la guerra fosse un evento eroico e giusto. “Vedrai, ci si abitua a tutto”, commentò cinicamente una mia conoscente, quando le confidai il mio stato d’animo.

“No, io non mi abituo!” diventò in quei giorni il mio mantra quotidiano. E lo è ancora una volta, anche oggi.

Trovo preoccupante che i bambini possano assorbire l’idea che evitare il contatto, le effusioni, i gesti di generosità e gentilezza, sia in qualche modo “giusto” o “normale”. Sarebbe come se, essendo in guerra, si teorizzasse che i bambini si devono abituare alle bombe e a scappare nei rifugi. Che si costruisse una retorica del rifugio come luogo accogliente e desiderabile, e la guerra fosse messa sullo sfondo, come una situazione “diversamente normale”.

È giusto che i bambini capiscano chiaramente che certi provvedimenti possono essere, a volte, dolorosamente necessari; ma normali no. Perché se si imprime l’idea che scansarsi per evitare il contatto sia normale, non si può fare a meno di insinuare anche l’idea che il contatto sia male, sia sbagliato, sia pericoloso in sé. Se smettiamo di ragionare in termini di emergenza e normalizziamo, contribuiamo attivamente a legittimare, diffondere e perpetuare ideologie che non hanno nulla a che fare con le emergenze sanitarie, ma sono invece solo espressione di odio e fobia per l’intimità.

Il problema qui è il modo in cui si ideologizza una necessità pesante ma necessaria, ma da considerare eccezionale e temporanea, e si sente il bisogno di esaltarla come fosse un precetto morale, uno stile di vita. È il tentativo di normalizzare questa situazione eccezionale che io rifiuto. E lo dico da madre, da psicologa e da cittadina.

No, io non ci sto, e soprattutto non ci sto per i nostri bambini, che davvero pendono dalle nostre labbra e così in fretta si allineano a quello che proponiamo loro.

Chi è contro l’idea di “nuova normalità” non è necessariamente contro le misure di protezione efficaci; anzi è esattamente il contrario. Se c’è un reale rischio voglio semmai che la gente continui a sentirsi in emergenza, in una situazione straordinaria; che non abbassi la guardia; che si mantenga flessibile e pronta a modificare le strategie e gli approcci, via via che muta la situazione;  che le energie di tutti siano rivolte a superare i momenti difficili, e non a costruire adattamenti permanenti da mantenere a tempo indeterminato.

Coltiviamo in noi e nei nostri figli la resilienza, così importante in periodi di crisi, e non l’acquiescenza, che non può che renderci più vulnerabili.

Antonella Sagone, 26 settembre 2020

2 Replies to “Non normalizziamo l’emergenza”

  1. Carissima Antonella, sono d’accordo con te, le scuole si affannano ad evitare le responsabilità più che salvaguardare la salute psicofisica dei bambini. L’approccio anche secondo me è irrazionale in molti casi. Ciò non toglie che alcune risorse si sono potenziate e potrebbero continuare ad utilizzarsi positivamente nel futuro, tipo alcuni corsi on line ben strutturati per universitari… poi il tema della pubblicità con il distanziamento… ovviamente è eccessiva, ma abbiamo accettato per anni la ipersessualizzazione degli spot e programmi televisivi… e qui sta a noi dare al bottone e spegnere. Abbiamo una opportunità di cambiamento, saremmo in grado di usare il nostro intelletto a favore del genere umano?Io ho fiducia, sento che ci sono persone che la pensano come me, magari dicendo la parola giusta si fa scattare la scintilla nella testa di qualcuno… non sottovalutiamo il potere delle parole, anche se se ne dicono tante a vanvera, una che arrivi al cervello di certa gente magari la troviamo! La critica fine a se stessa non é molto utile… é necesario offrire soluzioni… idee… Tipo scrivere al responsabile di marketing del prodotto in questione… magari ti risponde e ti spiega il perché di quella scelta…O fare una di quelle denuncie on line da firmare digitalmente…

    1. Cara Elisa, lo spero veramente tanto! Proprio per questo io continuo a scrivere contando sul potere della parola, che si accenda la scintilla… a volte bisogna trovarsi in fondo al pozzo per avere l’impulso di cambiare e risalire, recuperare umanità e senso critico… Le mie riflessioni non vogliono mai essere una critica fine a se stessa ma cerco sempre di mostrare che le alternative ci sono, che occorre riconnettersi alla vita e andare avanti con il coraggio di cambiare e di scegliere, anche spingendo quel famoso bottone di cui parli.
      La consapevolezza di quanto i media siano manipolatori è LA questione fondamentale al giorno d’oggi.
      Poi ben venga un uso consapevole e creativo delle nuove tecnologie, che tutti abbiamo imparato a sfruttare meglio in questi mesi, purché non diventi lo spazio per una “confort zone” che ci impedisca di evolverci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *