Avere latte è una questione di fortuna?

Avere latte è una questione di fortuna?

Avere latte è una questione di fortuna?

Quante volte lo si sente dire! Tu sei fortunata, hai avuto latte… Io invece sfortunatamente ne ho avuto poco (o è andato via presto, o era poco nutriente).

Quando una donna aspetta un bambino, uno dei commenti frequenti è “Speriamo che tu abbia latte!”.

Ora, riflettiamo un attimo. La lattazione è una funzione fisiologica che si è affinata attraverso milioni di anni di evoluzione. I mammiferi sono una classe di animali che deve il suo successo evolutivo proprio alla capacità di nutrire i propri piccoli nei primi tempi con un liquido che risponde a tutti i loro bisogni sia nutrizionali che di salute. Per noi mammiferi, l’allattamento è l’anello forte della sopravvivenza della specie. Senza il latte della mamma, in natura, un cucciolo morirebbe molto presto; e nel giro di pochi anni la specie il cui allattamento fosse appena meno che perfetto, sarebbe una specie estinta!

Ma allora com’è possibile che solo nella specie umana produrre latte per il proprio figlio sia diventata una specie di lotteria con pochissimi biglietti vincenti?

Come mai questo latte è così difficile da produrre, mantenere, dare al bambino?

In effetti, noi non siamo diversi dagli altri mammiferi. La produzione di latte è una capacità altamente efficiente e la normalità per una donna che ha partorito è avviare, mantenere e continuare a produrre latte nella proporzione necessaria al suo bambino. Per esprimere tutto il suo potenziale, però, l’allattamento ha bisogno di essere protetto da tutti gli elementi di interferenza che possono inceppare il meccanismo.

La maggioranza delle donne è in grado di produrre latte; ma non tutte

Che solo poche donne hanno il latte è quindi certamente un mito; ma attenzione anche al mito inverso, e cioè che tutte le mamme hanno il latte.

Esistono condizioni che rendono impossibile o poco efficiente la produzione di latte già in partenza. Ad esempio, alcune mamme (pochissime per fortuna) hanno scarso tessuto ghiandolare, sia per un fatto congenito, o più spesso per interventi riduttivi del seno. Attenzione! Questo non ha nulla a che vedere con le dimensioni del seno, che sono determinate prevalentemente dal grasso e dal tessuto di sostegno della ghiandola mammaria.

Un altro motivo banale per cui la lattazione proprio non si avvia è la ritenzione di un frammento di placenta dopo la nascita. Infatti, l’espulsione della placenta per il corpo materno è il segnale che il bambino è nato, e che occorre avviare la produzione del latte; se un pezzetto di placenta rimane attaccato alle pareti dell’utero, continua a produrre i suoi ormoni e illude l’organismo materno che il bambino sia ancora nella pancia… per questo dopo l’espulsione della placenta si fa così attenzione ad esaminarla minuziosamente, per verificare che sia integra.

Anche alcune condizioni ormonali possono rendere difficoltoso l’avvio o interferire con la piena produzione di latte. Fra queste il diabete (l’allattamento si avvia, ma in genere ci vuole qualche giorno in più), l’ipotiroidismo non curato (i farmaci per la tiroide vanno presi e sono compatibili con l’allattamento), o altre condizioni veramente rare. Anche una forte emorragia post parto (di quelle che richiedono una trasfusione) può causare alle cellule dell’ipofisi uno shock tale che per un po’ di tempo questa non è in grado di produrre la quantità necessaria dell’ormone prolattina, che serve per indurre le ghiandole del seno a produrre il latte. Quindi anche in questo caso l’allattamento può stentare a prendere il via.

Anche alcuni farmaci sono in grado di inibire la produzione, anche se in genere questo è vero soprattutto nelle prime settimane, quando il seno è più sensibile all’effetto della prolattina. Ad esempio la pillola estroprogestinica, un po’ come la ritenzione della placenta, nei primi giorni dopo il parto può “ingannare” l’organismo materno, facendo decollare l’allattamento più a fatica; per questo si consiglia di assumerla non prima che siano passati due mesi di allattamento. Il farmaco cabergolina (le famose “pasticche per mandar via il latte”) ha un effetto drastico sulla produzione di latte, se prese prima della montata lattea, e ancora significativo nelle primissime settimane, quando la produzione di latte dipende dall’alto livello di prolattina. Successivamente il ruolo di questo ormone è meno determinante per la produzione di latte, mentre il fattore cruciale diventa il frequente drenaggio del seno, cioè un bambino che poppa spesso e con efficacia. Questo spiega perché questo farmaco, passati i primi mesi, è del tutto inutile e inefficace per ridurre la produzione di latte. Fra le altre sostanze che inibiscono la lattazione, alcune erbe hanno un certo effetto, ad esempio la salvia… ma con dosi molto elevate, per cui chi ama i fagioli al fiasco o la salvia in pastella può mangiarli tranquillamente!

Una condizione di malnutrizione grave fa diminuire (ma non cessare!) la produzione di latte. Ma parliamo di condizioni estreme. Nessuna variante della normale alimentazione, anche la più scombinata, è in grado di “far finire il latte”. Allo stesso modo non sono che dicerie altre presunte cause, come un trauma o spavento, un’influenza, un seno o capezzolo non della forma “giusta”.

È importante sapere, comunque, che anche nei casi in cui una condizione di partenza rende difficile avviare l’allattamento, spesso si può recuperare in tutto o in parte, rimuovendo le cause che erano di ostacolo, effettuando cure appropriate, o con un allattamento più frequente e maggiormente sostenuto.

Gli ostacoli all’allattamento

Queste condizioni iniziali che possono creare problemi alla produzione di latte, però, riguardano solo una mamma ogni mille, o forse anche meno. Come mai quindi così tante donne dicono di non aver allattato perché il loro latte era insufficiente?

Il problema vero non è l’avere o meno latte “in partenza”, ma il fatto che la stragrande maggioranza degli allattamenti falliti ha una scarsa produzione SECONDARIA a fattori che hanno interferito. I meccanismi fisiologici che assicurano la produzione di latte sono efficienti e solidi; ma la natura non aveva previsto una cosa così insensata come la separazione fra mamma e bambino subito dopo la nascita. Non aveva previsto le nursery, le poppate ad orari e limitate nella durata, le doppie pesate e l’integrazione per arrivare a un volume fisso di latte per poppata. Non aveva previsto le tisane per neonati e i sostituti di gomma del seno da succhiare. Non aveva previsto che un giorno le madri non avrebbero avuto idea di come sostenere un bambino fra le braccia e attaccarlo al seno.  Non aveva previsto i metodi per condizionare i bambini a un sonno solitario, senza poppare e senza piangere durante la notte. Non aveva previsto i sostituti del latte materno e la serrata propaganda delle industrie per promuoverli.

La stragrande maggioranza degli allattamenti declina per le conseguenze di queste pratiche errate, allattamenti non proprio a richiesta (per sapere esattamente in cosa consiste un allattamento a richiesta, vedere questo articolo) e interferenti che provocano una suzione errata o poco efficace del bambino al seno.

Così lo 0,1% di madri che hanno veramente problemi fisici per allattare, diventa, nella percezione collettiva, il 70% delle madri, mentre il 69%, in realtà, ha avuto un mancato allattamento, o un allattamento più breve di quanto voluto, a causa delle informazioni errate e degli ostacoli incontrati lungo la strada.

Attenzione ai “miti positivi”

Occorre fare attenzione anche al mito positivo che fa sostenere che “tutte le mamme hanno il latte”, oppure “allattare è una cosa naturale”: tali affermazioni, sebbene nascano dalla buona volontà di incoraggiare l’allattamento, di rassicurare mamme preoccupate della loro produzione di latte, o di correggere informazioni errate, spesso ottengono il risultato opposto in una mamma che ha dubbi o difficoltà. Infatti, per prima cosa davanti a una mamma in difficoltà occorrerebbe ascoltare quali sono le sue preoccupazioni: potrebbe darsi che davvero quella mamma non sta producendo abbastanza latte, anche se spesso è per motivi ambientali, ostacoli, cattivi consigli, difficoltà del bambino a succhiare bene, e non per semplice “sfortuna” o incapacità congenita. Poi occorre darle informazioni utili e concrete per valutare la sua produzione di latte e, se necessario, spiegarle come fare per incrementarla.

Davanti a una madre, che non sappiamo quanti sforzi ha fatto per allattare, affermare che si tratta di una cosa naturale e tutte possono farcela, corrisponde a dire implicitamente che la mamma che non ce la fa è un’incapace, o peggio, manca di volontà o è addirittura “egoista”. E questo non è affatto vero! Non è certo colpa delle madri, che sono vittime di un sistema che non conosce più la fisiologia e che, pur tentando a volte di aiutare, è incapace di dare aiuto efficace e di sostenere e rispettare la mamma in difficoltà.

Non c’è nulla di peggio che sentirsi magnificare i benefici dell’allattamento, presentarlo come una cosa naturale, e poi non ricevere aiuto, sostegno e informazioni corrette per risolvere i problemi.

Penso che le mamme che si trovano di fronte a un “fallimento” dei loro progetti di allattamento debbano far fronte a un mix micidiale di incompetenza in chi le assiste, unito a un atteggiamento pontificante e giudicante. Hanno tutte le ragioni per reagire con astio, insofferenza o indignazione a chi dice loro che tutte le donne possono allattare!

Perché il mito del “latte insufficiente” è così duro a morire?

È tragico vedere che tante donne, di fronte all’informazione che la maggior parte degli allattamenti che falliscono lo fanno a causa di interferenze esterne, abbiano una reazione irritata, o di protesta indignata, insomma una reazione difensiva, sentendosi minacciate da questa informazione.

Di fronte a una madre che con tanta foga difende teorie che parlano di latte che finisce o di latte che non nutre, occorre sempre chiedersi perché è così importante per questa mamma insistere su queste tesi. Ricordiamo sempre che la maggior parte delle donne che alla fine rinunciano ad allattare hanno provato tanti sistemi, hanno sentito decine di persone che sostenevano che il problema era la scarsa produzione e che l’attacco al seno era perfetto (e invece no!), e hanno sopportato per mesi varie persone intorno a loro, che invece di riconoscere i loro sforzi non facevano che criticare e svalutare il loro tentativo di allattare. È fondamentale quindi evitare i giudizi e prima di tutto ascoltare!

Proprio il fatto che tante persone diverse, anche professionisti, non sono state in grado di risolvere i problemi di allattamento, fa sì che la mamma alla fine si convinca che siano proprio lei o il suo bambino ad avere qualcosa che non va, e scelga di aderire alla narrazione più diffusa e accettata dalla collettività, quella del latte che se ne va.

Altre donne hanno ricevuto l’aiuto sincero di professionisti che però, a fronte di un generico incoraggiamento, non sono stati in grado di aiutarle. Risulta difficile per queste donne rimettere in discussione l’esattezza dei consigli ricevuti, perché questo inciderebbe anche sulla stima e la gratitudine che provano per chi le ha tanto rassicurate e sostenute.

È triste che molte donne finiscano per “farsene una ragione”, incolpando ancora una volta se stesse del fallimento… ed è comprensibile che siano riluttanti a rivedere tutta la loro storia in una luce diversa, perché questo apre vecchie ferite, rimette in discussione le certezze, e può suscitare rabbia o rimpianti.

Se si vuole davvero offrire informazione e sostegno alle donne in difficoltà con l’allattamento, è necessario che questa informazione sia completa, e che sia accompagnata da un atteggiamento non giudicante, nella fiducia nelle risorse materne, e nel rispetto per i loro sentimenti e per le loro scelte.

È anche importante che le soluzioni proposte per recuperare l’allattamento siano non solo valide, ma che vengano percepite come fattibili proprio per quella mamma. In altre parole, quei suggerimenti devono fornire un senso di efficacia ma anche di autoefficacia: il pensiero che “Sì, ce la posso fare”. Questo sarà possibile solo se le informazioni e i suggerimenti verranno offerti dopo aver a lungo ascoltato la mamma e compreso i suoi vissuti, il suo contesto, la sua storia, i suoi bisogni, le sue aspettative.

Un allattamento in difficoltà può essere recuperato con una consulenza professionale, ma è importante rivolgersi per aiuto a una persona competente, che sappia non solo suggerire soluzioni ma anche ascoltare e adattare i suggerimenti alla specifica situazione di ciascuna madre e ciascun bambino.

Antonella Sagone, 19 settembre 2020

2 Replies to “Avere latte è una questione di fortuna?”

  1. Con uno scarso tessuto ghiandolare (seno tuberoso), è compromessa solo la situazione di partenza o anche l’allattamento più avanti? In altre parole: con fatica, buon attacco e drenaggio continuo il tessuto residuo può aumentare la sua efficienza raggiungendo un livello tale per cui il bambino trovi tutto il latte di cui ha bisogno?

    1. cara Chiara, La sua condizione è un segnale di attenzione per quei rari casi in cui potrebbe effettivamente esserci una scarsità di tessuto ghiandolare, con conseguente ridotta produzione di latte; però tutto è relativo, dipende da quanto tessuto ghiandolare ci sia, e da quanto si riesca a sfruttare pienamente il potenziale di produzione del latte, evitando tutte le interferenze, curando molto posizionamento e attacco, iniziando da subito dopo il parto con allattamento e richiesta e comunque molto frequente. Bisogna considerare che il potenziale della lattazione ha un ampio margine, dato che potenzialmente si può allattare anche con un solo seno, o produrre latte per due e perfino 3 gemelli… quindi non c’è che da provare e seguire attentamente la curva del peso del bambino, eventualmente integrando se si constata che comunque la produzione di latte non sia sufficiente.

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