Favorire la comprensione parlando con i bambini

Favorire la comprensione parlando con i bambini

Favorire la comprensione parlando con i bambini

Nel precedente articolo Parlare ai bambini o parlare con i bambini? si è accennato a quanto importante sia la componente emotiva della comunicazione, specialmente quando si parla ai propri figli.

Ascoltare sul piano emozionale è un po’ come usare l’istinto. Questo ci può venire in aiuto, se l’istinto è accompagnato dalla consapevolezza delle proprie emozioni. Ma anche se a livello emotivo è importantissimo stabilire la “connessione” quando si comunica, l’istinto non aiuta molto a livello di comprensibilità dei contenuti. Per far sì che i nostri discorsi siano veramente comprensibili ai bambini dobbiamo prima comprendere come loro decodificano il mondo: ciò che vedono e sentono, le loro esperienze, la loro teoria della realtà.

La realtà visionaria dei bambini

I bambini hanno una visione della realtà molto diversa dalla nostra. Il loro mondo è apparentemente più semplice, basato sulla loro ridotta esperienza; nello stesso tempo, il bambino ha una fervida immaginazione e un pensiero magico, animistico della realtà; e quindi laddove non arriva con la comprensione del linguaggio, può supplire immaginando, dandosi spiegazioni fantasiose e originali.

Nel mondo dei bambini le cose sono animate da volontà e intenti come gli esseri viventi: è la visione animistica che era propria anche dei nostri antenati e delle poche popolazioni che ancora oggi vivono nella “età della pietra”.

Per un bambino le relazioni di causa ed effetto, ad esempio, non sono così ovvie, come non lo è la comprensione delle conseguenze di un’azione.

Mio figlio da piccolo, ad esempio, era convinto che il vento fosse prodotto dagli alberi, quando si agitavano (un po’ come succede quando si agita un ventaglio). Aveva notato l’associazione dei due fenomeni, ma aveva scelto una spiegazione molto più vicina alla sua esperienza, e soprattutto una spiegazione che fosse anche una “storia”, con gli alberi come protagonisti.

Altre volte la loro limitata esperienza li porta a creare associazioni fra eventi in realtà non collegati fra loro: ad esempio, se un giorno indossando una certa maglietta trovano le fragole nel bosco, vorranno mettere quella maglietta altre volte nella speranza che questo gli faccia trovare fragole anche nei giardinetti del loro quartiere.

Questa visione magica della realtà è tutt’altro che sciocca o rozza, è in effetti articolata e basata su osservazioni e ragionamenti intensi e un instancabile impegno a sperimentare e verificare.

Provate allora ad immaginare che cosa succede, nella mente di un bambino piccolo, di tutte le nostre spiegazioni e informazioni, nel momento in cui vengono rielaborate!

Quante domande!

Quando un bambino ci chiede “perché l’acqua scorre”, la nostra spiegazione logica e concreta probabilmente non li soddisfa pienamente, ed ecco perché continuano a domandare all’infinito. Il loro perché è spesso più filosofico di quanto immaginiamo, e forse si aspettano una risposta come “perché l’acqua del rubinetto vuole arrivare al mare”.

Se ad esempio si chiede a un bambino perché una palla messa su una discesa rotola, potrebbe rispondere “Perché voleva arrivare in fondo”.

Il gioco dei perché, che tanto sfinisce gli adulti, è in realtà una chiave preziosa di conoscenze per il bambino, a cui non sfugge nulla. Può sembrare che chieda tanto per mantenere l’attenzione dell’adulto, ma provate a dare una risposta priva di senso e se ne accorgerà immediatamente; provate a rispondere con una battuta sciocca, e andrà su tutte le furie!

Perché non abbiamo le antenne come le formiche? Perché l’acqua è bagnata? Perché abbiamo tutti quanti, uomini e animali, cinque dita e non sei? Le domande dei bambini ci costringono a diventare filosofi, fisici, biologi, ci spingono a meditare su questioni che non ci siamo mai poste e mettono impietosamente in evidenza fino a che punto noi diamo per scontate un sacco di cose senza porci domande.

E mentre meditiamo su come rispondere alla domanda sul perché i serpenti non hanno le zampe, o se le persone che vanno in aereo, quando questo sale in alto, diventano anche loro molto piccole, non permettiamo al nostro ego di giudicare con superiorità o sufficienza queste domande così “ingenue”, ma apprezziamole come una fantastica occasione per vedere la realtà con occhi nuovi.

Sette punti per parlare chiaro

I bambini hanno bisogno di un linguaggio semplice, evitando le lunghe spiegazioni e i termini complicati; ma parlare in modo semplice non vuol dire banalizzare, ma solo articolare i concetti in unità brevi, senza usare un linguaggio involuto e astruso.

Meglio usare le parole che il bambino conosce, però se c’è una cosa nuova di cui parlare ovviamente va bene usare un nuovo termine (senza tradurre in bambinese!), e poi semmai spiegare che significa. C’è uno spazio fra ciò che i bambini sanno e ciò che ancora non sanno, una zona di confine, che gli studiosi chiamano zona di sviluppo prossimale, dove si trovano le cose che non conoscono ma che sono pronti a capire. Questo territorio va esplorato insieme al bambino, porgendogli la mano nel momento in cui ne ha bisogno, ma senza sostituirci a lui: è quello che Maria Montessori esprimeva con la massima, paradossale solo in apparenza, “Aiutami a fare da solo”.

Ed ecco alcuni altri piccoli spunti per migliorare la comunicazione con i nostri figli, in modo che capiscano meglio ciò che vogliamo dire loro.

  1. Non dare più informazioni di quelle immediate della domanda che ha fatto. Non serve spiegare tutto, rispondi semplicemente alla domanda, se non gli basta ti chiederà altro. Se invece spieghi troppo, la prossima volta magari non ti farà nemmeno la domanda.
  2. Evita le frasi negative (con il non) e soprattutto la doppia negazione. Invece di dire che una cosa “non è inutile” di’ che è utile! Invece di dire di non giocare vicino al forno, digli di giocare vicino al divano. Nel settimo capitolo del mio libro La rivoluzione della tenerezza, ad esempio, c’è una parte dedicata ai tanti livelli di significato di un semplice “No”.
  3. Evita le parole astratte per quanto possibile ma fai esempi concreti, collegati all’esperienza del bambino, per far capire.
  4. Attenzione alle parole ambigue, cioè che vogliono significare più cose diverse. Magari tuo figlio ne conosce solo un significato e ti fraintende del tutto (mi è capitato una volta di parlare a mio figlio, 2 anni, dei bottoni da premere nell’ascensore, e lui mi ha guardato esterrefatto e mi ha mostrato quelli della camicia!).
  5. Stesso discorso per il “noi”, “voi”, “loro” e “tutti”, che spesso vengono usati in modi diversi, più o meno inclusivi della totalità dell’umanità presente o assente… il bambino può non capire a quale gruppo o sottogruppo ti riferisci quando parli di un particolare Noi, Loro o Tutti!
  6. Usa più canali sensoriali, non solo l’udito (la voce, le parole): se possibile fai “toccare con mano” ciò di cui si parla, oppure mostra immagini, leggi un libro, fai un disegno, mima insieme qualcosa. I bambini capiscono ciò che sperimentano con il corpo, più che un discorso del tutto astratto. Inoltre fin da piccolissimi abbiamo una predisposizione per un canale sensoriale o un altro, e quindi ciò che un bambino capisce meglio a parole un altro capirà meglio con un’immagine, o toccando, o facendo.
  7. Dopo qualche tempo, prova a chiedere se si ricorda quel tal discorso e verificare cosa ha veramente capito. Potresti avere delle sorprese!

Quello che ci insegnano le parole dei bambini

Il mondo dei bambini è un universo fantastico, originale, fresco e in piena espansione. I bambini sono piccoli scienziati e piccoli filosofi, si fanno domande sulla vita e sulla morte, sul perché profondo degli eventi, osservano a 360 gradi ogni fenomeno, laddove noi adulti, che abbiamo la nostra struttura cognitiva, le nostre categorie di lettura della realtà, osserviamo selettivamente, escludendo automaticamente tutto ciò che ci sembra incongruo, non coerente con la nostra visione dell’universo.

Ecco perché ascoltare un bambino prima di parlargli può essere non solo un modo per arrivare fino a lui, ma anche per spalancare la nostra mente a un modo di pensare appassionato, che abbiamo dimenticato, e che ci rende più flessibili, ci porta a una comprensione più completa del mondo intorno a noi.

Quindi, quando nostro figlio fa un’osservazione, magari “buffa” o ingenua, prima di lanciarci in conferenze, ci conviene ascoltare e capire la radice del suo discorso. A volte il pensiero che c’è dietro è tutt’altro che banale e tutt’altro che scontato! Chiedere: “Tu cosa ne pensi? Secondo te?” può essere una rivelazione!

Guardare il mondo con gli occhi del bambino ci restituisce una visione fresca e non viziata da pregiudizi e costrutti rigidi adulti, ci permette il pensiero divergente, che crea connessioni logiche fra elementi lontani dal punto di vista concettuale, e ci fa riflettere su questioni che possono sembrare sciocche o futili ma sono invece filosoficamente profonde. Se parliamo ai bambini con lo scopo di “insegnare”, cioè mettere un segno dentro di loro, al massimo otterremo che anche loro sappiano ciò che noi sappiamo. Ma se parliamo con loro perché davvero ci interessa il loro punto di vista, oltre a comunicare efficacemente il nostro pensiero, apriremo le porte al nuovo, a ritornare giovani nella mente e a raggiungere fantastiche illuminazioni!

Antonella sagone, 14 novembre 2020

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