Parlare ai bambini, o parlare con i bambini?

Parlare ai bambini, o parlare con i bambini?

Parlare ai bambini o parlare con i bambini?

Quante volte nostro figlio sembra non capire o non ascoltare quello che gli diciamo? “Eppure glie l’ho spiegato!” ci lamentiamo, e potremmo persino sentirci presi in giro, perché ci sembra di aver detto cose semplici in modo più che chiaro, eppure i nostri figli sembrano non voler collaborare…

Le cose però potrebbero essere più complesse di quanto pensiamo.

Ci sono due aspetti da comprendere.

Il primo, è che la comunicazione dei contenuti di un discorso non può prescindere dall’aspetto emotivo. Parole ed emozioni sono strettamente legate, e questo in un bambino piccolo è più che mai importante; perciò a volte la reazione del bambino ai nostri discorsi può essere originata più dalla parte emozionale che non dal semplice contenuto concettuale.

Il secondo aspetto è legato al fatto che i bambini hanno una conoscenza del linguaggio (e del mondo che rappresenta) diversa da quella di un adulto. Possono avere una comprensione del significato di una parola solo in senso letterale, ad esempio, o dargli un’interpretazione fantasiosa per colmare ciò che ancora non hanno appreso con l’esperienza. Questo fa sì che ciò che noi “spieghiamo” potrebbe, per loro, non essere affatto così comprensibile come a noi sembra.

In questo articolo tratterò della componente emotiva quando comunichiamo con i nostri figli.

Contenuto e relazione sono legati indissolubilmente

Non si può non comunicare; persino restare in silenzio e immobili comunica qualcosa. Ogni volta che parliamo a un bambino, gli diciamo anche cosa pensiamo di lui, di noi stessi, della relazione con lui, perché gli stiamo parlando, cosa ci aspettiamo da questo dialogo, come ci sentiamo. Questo avviene in ogni scambio comunicativo fra due persone, ma con un bambino diviene ancora più importante, perché egli, per supplire alla comprensione limitata delle parole, ricorre proprio all’aspetto emozionale per “regolarsi” rispetto ad ogni concetto nuovo.

Le parole, i discorsi sono il contenuto di un messaggio, e veicolano i concetti e le informazioni che vogliamo condividere. Ma tutto ciò che è emozione (atteggiamento, le aspettative sull’altro, i timori, come noi vediamo il rapporto con nostro figlio sia in generale sia nel particolare momento in cui gli parliamo, il motivo per cui gli stiamo parlando) non viene trasmesso attraverso le parole, ma con il tono della voce, l’espressione del viso, lo sguardo, i gesti, l’atteggiamento del corpo. Il bambino, attentissimo a tutti questi aspetti non verbali, può fare le sue deduzioni e rispondere poi, attraverso altre parole o con il suo comportamento, molto più alla componente emozionale e relazionale, che non al discorso nudo e crudo.

Il modo in cui legge il nostro messaggio non verbale (che il più delle volte è inconsapevole da parte nostra) determinerà la reazione di risposta, mediata da emozioni piacevoli oppure sgradevoli, come ansia, paura, rabbia, e tutto questo verrà espresso, spesso con esplosioni di emotività che ci spaventano e ci lasciano spiazzati, se non diventiamo consapevoli di tutta questa parte sommersa della comunicazione.

L’emozione di apprendere

Fateci caso: quando il bambino si trova di fronte a un oggetto o una situazione nuova, non esamina l’oggetto: esamina il volto di sua madre (o dell’adulto che si prende cura di lui). Il suo è un metodo efficace per imparare ad orientarsi nel mondo: sul viso degli adulti si può leggere se quell’oggetto, persona, situazione è pericolosa e da evitare, o interessante e da approfondire.

L’aspetto emozionale è il veicolo che porta le informazioni alla sua mente e permette al bambino di fissarle nella memoria e di dare loro progressivamente senso e significato.

Se le cose gli vengono dette in un contesto di rabbia, freddezza, giudizio, o altre situazioni negative, nel cervello del bambino si stabilirà quello che la psicologa Daniela Lucangeli chiama “cortocirciuto emozionale”, e cioè un’associazione fra il contenuto del discorso e l’emozione negativa. Ciò provoca rabbia o ansia e l’istinto di rifiutare future comunicazioni sullo stesso tema, e quindi porta ad ignorare e dimenticare in fretta quelle parole che con tanto impegno noi adulti ci siamo dedicati a ripetere tante volte. È la fine prematura della voglia di conoscere, apprendere e sperimentare. Le neuroscienze mostrano in modo inconfutabile come il cervello si attivi diversamente nelle varie situazioni emotive; e ciò che è detto con ira o disapprovazione viene presto bloccato e rimosso. Ben diverso è ciò che succede quando parliamo al bambino con gentilezza, interesse e rispetto: persino quando gli diciamo di no o lo rimproveriamo, questo non provoca il blocco della comunicazione ma apertura e voglia di saperne di più. Come dice sempre la Lucangeli nel suo libro Cinque lezioni leggere sull’emozione di apprendere (Erickson 2019, pp. 14-15),

Nel nostro cervello nessuna funzione è silente a tutte le altre, anzi, in questo sistema straordinario tutto si può attivare contemporaneamente, ma in misura e intensità differenti a seconda dello stato di attivazione, come accadrebbe in un’orchestra che suona una sinfonia. In sostanza, non c’è alcuna atto della vita psichica che sia solitario: è specifico, ma non isolato.

E anche noi adulti abbiamo le nostre emozioni, e queste non si “spengono” a comando quando parliamo coi nostri figli (per fortuna), ma colorano il modo in cui ci rivolgiamo a loro, dando un senso e un valore affettivo a tutto ciò che diciamo. L’intelligenza emotiva è la chiave della comprensione e della relazione, senza la quale i messaggi che ci scambiamo sarebbero solo vuoti pacchetti di informazione.

Stabilire la connessione emotiva

Ecco perché è così importante l’approccio e l’atteggiamento che abbiamo verso il bambino; per comunicare con lui dobbiamo per prima cosa creare una connessione, un’attenzione, un interesse fiducioso e rilassato.

Il messaggio fondamentale è: “Mi interessa quello che mi stai chiedendo, tu mi interessi”. Ma guardate: non si tratta di un metodo o una tecnica. Occorre che davvero ci interessi. Se si ha fretta o si è distratti meglio ammetterlo francamente, dargli attenzione brevemente con una piccola risposta ma dando attenzione al 100% per un minuto, e stabilire un momento successivo in cui ci sarà tempo e disposizione per parlare con più calma.

La chiave per la connessione è ascoltare, ascoltare sempre: prima, durante e dopo lo scambio comunicativo. Significa ascoltare come fanno i bambini, non solo con la mente ma prima di tutto con la pancia, con le emozioni. Osservare il suo atteggiamento, il tono della sua voce, i messaggi del suo corpo. Come si sente in quel momento? Come ci sentiamo noi? Qual è il suo livello di attenzione – dove vanno i suoi occhi? Per comunicare con i bambini occorre accovacciarsi e mettersi al loro livello, all’altezza del loro sguardo, guardando il mondo con i loro occhi… o forse, come dice il pedagogo Janusz Corczak, innalzarsi al loro livello.

Ascoltare prima significa chiedere permesso prima di entrare. Inoltrarsi in punta di piedi nel mondo del bambino, capire se è recettivo, sintonizzarsi, trovarsi con lo sguardo. Valutare il livello di attenzione del bambino: a volte lo sottovalutiamo, altre volte lo sopravvalutiamo. Chiedersi come si sente; se c’è un disagio, ascoltare significa esprimere comprensione, verbalizzare le sue emozioni. Incoraggiare nel bambino l’espressione di ciò che sente, di cosa ha bisogno. Solo dopo avergli dato questo rimando, il segnale che abbiamo compreso dove si trova in quel momento, possiamo provare a parlargli con la speranza di essere ascoltati. E durante il dialogo, possiamo continuare ad osservare, e fare pause, andare al passo con il bambino, assicurarci che ci stia seguendo. O meglio, seguirlo noi. E usare il silenzio. Non aver paura di stare in silenzio, di fare pause: è in questi spazi vuoti che il bambino trova il tempo di “riempirli” di sé, del suo pensiero; naturalmente, se si sente accolto e non giudicato.

Se vogliamo che i bambini ci ascoltino, e soprattutto se vogliamo che comunichino con noi, dobbiamo prima di tutto porci verso di loro con gentilezza, quale che sia il contenuto di ciò che vogliamo dirgli.

Le parole possono essere muri che separano, oppure finestre che si aprono sul mondo dell’altro, come diceva Marshall Rosenberg, il padre della Comunicazione non violenta.
Lasciamo che le nostre parole siano finestre spalancate attraverso le quali noi e i nostri figli possiamo far fluire il vento affettuoso dell’ascolto e della conoscenza reciproca.

Antonella sagone, 7 novembre 2020

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