Lettino o lettone?

Lettino o lettone?

Lettino o lettone?

Il sole tramonta, scende il buio, l’aria rinfresca e invita a rannicchiarsi vicini per stare caldi e al sicuro. Un bambino si accoccola sul corpo di sua madre e trova un seno caldo e morbido da succhiare, mentre il cielo scolora e la luce svanisce.

Per milioni di anni le nostre antenate hanno affrontato le notti così, abbracciate ai loro piccoli, spesso avvolti nella stessa stoffa che le vestiva, pelle a pelle. Questo permetteva alle nostre progenitrici di proteggerli dal freddo e dai pericoli della notte, e di accudirli prontamente con il seno ad ogni minimo risveglio.

Questo modo così semplice e ovvio di prendersi cura dei propri figli oggi è diventato oggetto di infinite discussioni, visto con diffidenza, accusato di causare danni fisici o psichici ai nostri cuccioli, sospettato di metterli addirittura in pericolo di vita.

Com’è possibile che l’intenso bisogno di contatto fra madre e bambino, così benefico e rassicurante durante il giorno, si trasformi in una minaccia al calare del sole? Possibile che Madre Natura abbia preso l’ennesima cantonata? Come abbiamo fatto a non estinguerci, nonostante comportamenti ritenuti così pericolosi, come condividere il sonno dormendo insieme?

Condividere il letto è rischioso?

Nel precedente articolo abbiamo parlato di sonno sicuro, ovvero di come condividere il sonno col proprio bambino in sicurezza, in particolare riguardo al rischio di SIDS, una patologia estremamente rara che comporta l’interruzione del respiro del neonato durante il sonno profondo. Una delle raccomandazioni attualmente spesso specificate nelle linee guida dice esplicitamente di evitare di dormire nello stesso letto con il proprio bambino, allo scopo di prevenire la SIDS o il soffocamento. Sempre nell’articolo precedente, si è spiegato come si faccia spesso confusione fra il rischio di SIDS (morte improvvisa del neonato per un motivo sconosciuto) e morte durante il sonno per cause note (ad esempio soffocamento).

Vediamo allora due problematiche che vengono poste nello sconsigliare il bed sharing, cioè la condivisione del letto.

Surriscaldamento. Uno dei fattori che aumentano il rischio di SIDS è il surriscaldamento. Un ambiente troppo caldo può causare sopore nel neonato e farlo dormire più profondamente del normale. Per questo motivo, la condivisione del letto è stata indicata come rischiosa in quanto causerebbe un surriscaldamento del neonato.

Ma la temperatura ambientale può essere tenuta sotto controllo modificando l’areazione, gli apparecchi di termoregolazione e le coperte usate. Il fattore di rischio dipende semmai dal piumone e dal termosifone regolato al massimo, non dalla condivisione del letto di per sé. Lo stesso identico rischio il neonato lo avrebbe nella culla se troppo coperto e riscaldato, quindi perché imputarne il bed sharing? Attribuirgli questo rischio è un chiaro esempio di come i bias (i preconcetti culturali) influiscano sulle raccomandazioni.

Schiacciamento. La SIDS non ha niente, proprio niente a che fare con il rischio di schiacciamento. Per prevenire la SIDS le evidenze scientifiche raccomandano la posizione supina, l’allattamento al seno, e che i genitori non fumino. Per prevenire lo schiacciamento in caso di bed sharing, si raccomanda che i genitori non siano obesi, non prendano tranquillanti o stupefacenti, non bevano alcolici prima di andare a letto, e che l’ambiente dove il bambino dorme sia sicuro, cioè niente materassi ad acqua o cuscini in cui il bambino possa sprofondare o incastrarsi senza poter liberare il viso e il naso se non respira bene. Tutti questi requisiti possono essere soddisfatti sia se il bambino dorme con i genitori, sia se dorme da solo.

Alcuni studi avevano portato a pensare che la condivisione del letto fosse correlata a un aumento delle morti durante il sonno; ma un’analisi più rigorosa ha dimostrato che in tutti i casi in cui il bambino era morto durante il sonno condiviso, vi erano sempre presenti altri fattori ambientali pericolosi (come materassi inadeguati, spazi fra letto e parete, cuscini, genitori fumatori o altri elementi di rischio).

È chiaro che dormire nel letto con genitori obesi o sotto l’effetto di farmaci, alcool o sostanze è un fattore di rischio perché potrebbero schiacciarlo e non svegliarsi; ma questo non ha a che fare con la condivisione del letto di per sé ma con l’incapacità dei genitori di percepire la presenza del bambino accanto a loro a causa di un alterato stato di coscienza.

Se il bambino dorme addosso alla mamma o a contatto con lei, fatte salve tutte le altre accortezze per un sonno sicuro, il respiro materno, il suo battito cardiaco, il suo movimento nel sonno impediscono al bambino di restare per periodi prolungati di tempo nello stato di sonno profondo, il più pericoloso per le apnee. Questi stimoli stabilizzano ritmo cardiaco e respiro del neonato, lo riportano a un sonno più leggero e lo aiutano a respirare più regolarmente. Quindi dormire con i genitori non aumenta di per sé il rischio di morte per SIDS o soffocamento: lo aumentano le condizioni pericolose. L’UNICEF del Regno Unito ha stilato una guida per il sonno sicuro che fornisce indicazioni chiare e preziose per tutti i genitori. Dire che il letto condiviso è rischioso è fuorviante: sarebbe come dire che dato che i bambini in auto, se non assicurati al seggiolino, rischiano di morire in caso di incidente, si raccomanda di non portarceli mai!

Il problema dell’interpretazione dei dati

Come si è già accennato in precedenza, le linee guida che raccomandano il sonno separato e l’uso notturno del ciuccio sono oggetto di vivaci discussioni in ambito accademico. Gli studi su cui si basano queste raccomandazioni sono poco attendibili e spesso viziate da conflitti di interesse.

Il bed sharing ad esempio è stato osteggiato in USA in seguito a dichiarazioni rilasciate dal comitato sulla sicurezza dei mobili per bambini! I dati su cui si basano quegli studi provengono da statistiche che accorpano insieme situazioni diversissime, in cui si considerano morti di bambini che stavano in letti ad acqua, altre di neonati che dormivano con genitori che avevano fatto uso di sostanze, non allattati al seno, o che erano nel letto per sbaglio mentre abitualmente dormivano in culla. Negli USA (ma con situazioni analoghe anche negli altri Paesi) la diagnosi di morte, dipendentemente dal coroner, cambia di caso in caso e variano i criteri con cui uno identifica come causa la SIDS e un altro fa risalire la tragedia allo schiacciamento. Diversi studiosi hanno rimarcato come la scelta della causa della morte fosse influenzata dalla classe sociale della famiglia: quando era una classe alta, il medico legale tendeva a dichiarare “SIDS”, quando era una classe sociale bassa tendeva a scrivere “schiacciamento”. Anche le definizioni di SIDS sono cambiate nel tempo, creando ulteriore confusione. Una disanima approfondita di queste controversie può essere letta in questo articolo del dott. James McKenna.

Un’altra problematica che rende discutibili le conclusioni di molti studi sul “normale” sonno infantile sono dovute al fatto che la maggioranza di questi studi ha osservato dal punto di vista comportamentale o neurologico l’andamento del sonno del neonato che dorme da solo nella culla o nel lettino. Queste condizioni sono in realtà poco naturali dal punto di vista biologico, e quindi potrebbero portare a conclusioni errate rispetto alla qualità e alla quantità di sonno in un bambino di pochi mesi: ad esempio un neonato lasciato a dormire da solo, specie se condizionato al sonno solitario, può rallentare il suo metabolismo e dormire più profondamente del normale per un meccanismo difensivo.

Un altro problema è il fatto che molti studi non tengono conto di variabili importanti, ad esempio non verificano quali dei soggetti esaminati sono allattati al seno, oppure se i bambini colpiti da SIDS nel letto dei genitori vi dormivano abitualmente o vi si trovavano solo in quella particolare occasione. Le variabili non considerate possono aver alterato i risultati e la loro interpretazione.

Le incoerenze nel disegno o nella raccolta dati degli studi, e l’arbitraria generalizzazione delle conclusioni, rendono alcune delle raccomandazioni vigenti troppo debolmente sostenute dalle evidenze scientifiche.

Cosleeping e allattamento

Un bambino allattato al seno poppa molto spesso durante la notte, nei primi mesi come anche spesso nei mesi successivi. Comunque sicuramente va al seno per riaddormentarsi dopo i risvegli notturni, in quanto la suzione e il latte lo aiutano a riprendere sonno meglio e più velocemente.

Le poppate notturne inoltre non hanno solo una funzione calmante, ma anzi sono una parte importante dei pasti che il bambino compie nelle 24 ore per potersi sostenere adeguatamente e per mantenere in modo efficace la lattazione nella propria madre. Chi afferma che dopo le prime settimane i neonati non hanno più bisogno di mangiare la notte fornisce un’informazione errata e non suffragata dai dati della biologia e della fisiologia.

Durante la poppata ormoni calmanti, come la prolattina e l’ossitocina, vengono secreti e vanno nel circolo materno, nonché in parte anche nel latte stesso, dove assieme ad altre sostanze in esso contenute, facilitano il riaddormentamento del bambino. Anche la mamma dopo la poppata si rilassa e prova una piacevole sonnolenza. Gli studi mostrano che queste sostanze sono più elevate nel latte che viene sintetizzato durante le ore notturne. Di nuovo, difficile sostenere che madre Natura faccia le cose alla rovescia incrementando la produzione di latte e le sostanze che conciliano il sonno proprio nella fascia oraria in cui il neonato non dovrebbe nutrirsi!

L’allattamento notturno può essere impegnativo per le madri, che hanno bisogno di poter rispondere prontamente alla richiesta di poppare, avere una sistemazione comoda per allattare e possibilmente riuscire a effettuare la poppata con il minor trambusto possibile, in modo da rendere le interruzioni del sonno il più possibile brevi e tranquille. Per ottenere questo risultato, indubbiamente la cosa migliore è avere il neonato a portata di braccia, per poterlo prendere su ai primi cenni di risveglio: è più facile riaddormentare un bambino che è solo nel dormiveglia, che uno che è sveglio, urlante e stressato per essersi trovato ad aspettare piangendo la risposta dei genitori!

Inoltre, è certamente più comodo per la mamma imparare ad allattare il bambino restando nel proprio letto, in posizioni comode e sicure, piuttosto che doversi alzare ad ogni pianto, prendere il bambino e andarlo ad allattare da qualche parte in posizione seduta.

Ci sono studi che mostrano che le madri che allattano trovano coi loro bimbi posizioni a prova di schiacciamento. L’antropologa e ricercatrice Helen Ball, che ha studiato in modo specifico questo aspetto, ha rilevato che le madri che allattano in genere istintivamente dormono su un fianco, con le gambe leggermente piegate (si può mettere un cuscino fra le ginocchia per stare più comode), formando così un “golfo” dentro il quale sta il bambino. In questo modo non c’è rischio che durante il sonno la mamma rotoli sopra di lui.

Un’altra soluzione praticata nell’allattamento a letto è la posizione semireclinata, chiamata anche biological nurturing, e descritta dall’infermiera ostetrica Susan Colson. In questa posizione, la mamma è semisdraiata supina, con la schiena leggermente sostenuta da alcuni cuscini, e il bambino è prono sopra di lei, in mezzo ai suoi seni, o anche di traverso sul suo torace. In questa posizione tutti i riflessi primitivi del neonato si attivano, specialmente se c’è contatto pelle a pelle, e il bambino è in grado di orientarsi verso il seno da solo e attaccarsi efficacemente.

Naturalmente, se la mamma lo preferisce, alla fine della poppata può spostare il bambino in una culletta o lettino a fianco del letto (side bed), e ci sono modi per minimizzare la possibilità che il bebè si risvegli durante questa operazione. Ma è possibile anche dormire vicini nel lettone, o col bambino addosso, in condizioni sicure, come mostrano numerosi studi.

Non si vuole stigmatizzare chi dorme separata dal bambino!

Questo articolo non vuole cercare di convincere o promuovere la sistemazione del bambino nel lettone: i genitori sono liberi di trovare l’assetto e l’organizzazione notturna che è più funzionale per loro. Ognuno fa le scelte che vuole e va benissimo anche tenere il bambino nella propria stanza, nelle cullette side-bed, o in un’altra stanza, su un futon ampio, andandolo a trovare nella sua stanza per allattarlo. Le soluzioni sono tante, e ogni famiglia trova il giusto equilibrio fra comodità e organizzazione familiare. Ma è importante informare sia i genitori che scelgono di tenere i bambini in un letto o una stanza separata, sia quelli che scelgono di tenerli vicini o nel loro letto, delle misure di sicurezza per garantire loro un sonno sicuro, senza fare terrorismo o stigmatizzare scelte, come quella della condivisione del letto, che è consolidata dall’istinto e da milioni di anni di pratica nella nostra specie.

Conclusioni

Proibire la condivisione del letto in modo generalizzato può portare i genitori a comportamenti che, nel tentativo di seguire le direttive, espongono i bambini a rischi concreti, come andare ad allattare (e cadere addormentati) su una poltrona o un divano (luoghi inappropriati e pericolosi).

L’accudimento notturno del neonato va considerato da una prospettiva evoluzionistica ed antropologica, con un approccio bioculturale. Uno studio di James McKenna mostra come la semplice osservazione del passato e di culture diverse dalla nostra dimostri che il sonno separato, con il bambino nel suo letto distante da quello dei genitori o addirittura nell’altra stanza, che la nostra cultura dà per scontato considerandolo come il modo “normale” di dormire, sia invece dal punto di vista bioculturale del tutto insolito, essendo il sonno condiviso la norma universale nel mondo e per la maggior parte del nostro passato.

Molti genitori, specie se il bambino è allattato, finiscono per dormire insieme al bambino, sia per scelta consapevole che per conseguenza non intenzionale dell’accudimento notturno. Le linee guida per la sicurezza del sonno infantile dovrebbero tenere conto di questa realtà, e della predisposizione umana, consolidata da migliaia di anni, di dormire coi propri piccoli, e cercare di fornire indicazioni realistiche per condividere il sonno in sicurezza per tutti quei genitori che effettuano questa pratica.

Antonella Sagone, 30 ottobre 2020

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *