L’ultimo dei giorni qualunque

L’ultimo dei giorni qualunque

L'ultimo dei giorni qualunque

Era un giorno qualunque, e come sempre ognuno se ne andava per la sua strada intento alle sue faccende. Anche io andavo fra la folla, cercando di essere il più anonima possibile, come tutti. Le teste chine, i passanti camminavano senza fermarsi, tranne nelle soste dovute, davanti ai cartelloni luminosi delle pubblicità e le vetrine dei negozi. L’importante era continuare la propria vita. L’importante era restare vivi, anche se per farlo era necessario a volte rinunciare ad essere se stessi… rinunciare ad essere. Scuola, lavoro, casa, supermercati, il cane da portare a spasso, l’immondizia da buttare, la TV da lasciare assolutamente accesa – pena l’immediata individuazione per il peggiore dei reati: l’uscita dal gregge. Il gregge che ti scalda, ti avvolge e ti rende invisibile.

Un mondo assolutamente normale insomma, e da molti decenni ormai perfetto nella sua fissità: come un meccanismo ben oliato alla “Truman Show” era riuscito a cristallizzare l’età della plastica e delle telepromozioni, delle lotterie e delle vite in diretta, eliminando tutto ciò che poteva stridere: non si vedeva in giro un accattone, un pirata della strada, uno storpio, un matto…

La gente si muoveva come un fiume limaccioso, un insieme di gorghi ordinati nell’intreccio dei via-vai quotidiani. Sebbene ognuno sfoggiasse la solita paccottiglia colorata, i soliti stracci all’ultima moda, nell’insieme erano tutti stranamente grigi e spenti: solo le divise della Sicurezza spiccavano nella massa, con il loro smagliante colore rosso-arancio. Sì, era proprio una giornata come tutte le altre in un mondo senza sorprese. Anzi, una giornata più tranquilla del solito, non si era vista ancora nemmeno un’esecuzione, nonostante l’ora fosse tarda e il sole prossimo al tramonto.

Se ne erano andati tanti di recente: specialmente giovani. Erano sempre i giovani quelli che morivano di più: ribelli per natura, per ormoni. E così, il gesto anticonformista, la sbruffonata o, peggio, il guizzo di pensiero autonomo sfuggiva sempre. Non stavano attenti, si facevano sempre notare prima o poi. E non c’era scampo, inesorabilmente si veniva individuati, e chiamati. Il proprio numero risuonava da tutti gli altoparlanti, e allora scoprivi che la tua vita si riduceva a una manciata di secondi. Qualche volta lo facevano così, senza motivo: se il clima diveniva anche solo velatamente inquieto, veniva detto un numero a casaccio: e qualcuno, da qualche parte, si sarebbe portato le mani alla gola, avrebbe rantolato brevemente in cerca di un respiro che si negava, di una vita che sfuggiva via.

Come era possibile? Come si era arrivati a questo? Avevamo un chip nel cervello? Eravamo stati geneticamente manipolati? L’intera umanità sembrava soffrire di una strana amnesia al riguardo. Non lo sapevamo, e non avevamo nemmeno voglia di chiedercelo. Era così, e non c’era nulla da fare. Ecco perché era interesse di tutti che la vita scorresse tranquilla nei binari di sempre, e che il sorriso restasse ben stampato sulle nostre facce.

Un giorno qualunque… eppure mentre andavo tutta presa dalle solite faccende, sentivo che da un po’ di tempo non c’erano più giorni veramente qualunque. Da tempo si respirava un’aria diversa, fatta di impercettibili sguardi, anzi ancora di più, di gesti fuori dal coro, di atti di incredibile coraggio. Un uomo si sfilava le scarpe sotto la scrivania. Una ragazza rideva in modo appena un po’ troppo forte. Una testa si mostrava spettinata in un giorno senza vento – spettinata apposta. Due vecchi si scambiavano uno sguardo appassionato. Ormai era una gara a chi osava di più. E la gente della Sicurezza lo sentiva, ma non sapeva a cosa appigliarsi. C’era anche chi era riuscito a ritagliarsi una sua visibilità nel gregge, a sfuggire fra le maglie dell’omologazione senza per questo uscire del tutto allo scoperto. Un tempo questo sarebbe stato impensabile, ma oggi una strana omertà prendeva forma e avvolgeva i coraggiosi che osavano battere il ritmo in controtempo.

Per esempio 810… che forza quel ragazzo. Con i suoi 16 anni era già a suo modo una celebrità, con quegli occhiali sbilenchi sul naso e i brufoli e tutto il resto. Riusciva ad essere così grottesco con la sua imitazione del perfetto integrato, che il risultato era paradossale. Si prendeva beffe dei poliziotti e dei loro microfoni. Anche se il cerchio intorno a lui si stava stringendo… per quanto tempo ancora ce l’avrebbe fatta a passare fra le maglie della rete? Strano che ancora non fosse stato chiamato: era come se il gruppo intorno a lui stesse facendo in qualche modo da filtro.

Quando una cosa raggiunge il suo estremo, si muta nel suo opposto. Forse era così che l’inerzia a un certo punto si era mutata in determinazione, e la disperazione in voglia di cambiare. E l’ostilità della gente era ormai ogni giorno più palpabile anche dietro quei sorrisi stolidi che ci stampavamo in faccia.

Camminavo come se niente fosse, con in mente questo viluppo di pensieri esplosivi, e intanto sbirciavo il ragazzo camminare anche lui con quella sua andatura dinoccolata, che lo faceva apparire nello stesso tempo così forte e così vulnerabile. E a un certo punto, stava succedendo: avevamo raggiunto la massa critica. Il flusso ordinato rallentava, si inceppava. Tutti ci stavamo scambiando sguardi, sguardi che dicevano: è finita, questa farsa non regge più. Ed ecco, puntuali, gli uomini e le donne in divisa rosso fiamma materializzarsi da ogni parte, con lo sguardo cupo. E al centro della folla, lei, il capo della polizia in persona. Eppure… eppure sembravano meno sicuri di sé del solito… Lei alza la voce: “Attenti! state scherzando con il fuoco… ricordate, mi basta dire un numero, un numero a caso… per esempio…– e qui lo sguardo si fa perfido – Ottocentodieci!”

Il ragazzo si porta le mani alla gola e comincia a rantolare. Gli occhiali gli cadono a terra. Barcolla… eppure non cade a terra subito, come sempre è accaduto; non muore sul colpo. Sta lottando… Il ragazzo agonizza, ma già il solo fatto che sia ancora vivo dopo quasi un minuto ha dell’incredibile, è una vera rivoluzione. Ed ecco una voce si leva dalla folla: “Dài, puoi farcela!” Il ragazzo cade a terra ma, incredibilmente, si rialza! Le grida di incitamento si moltiplicano: “Coraggio!” “Vivi!” “Resisti!” Ora la folla si è fermata e ha formato un grande cerchio intorno a lui, un muro di energia emotiva lo avvolge e improvvisamente, ecco, lui riprende a respirare, dapprima a tratti, poi con ampi respiri profondi. Alza la testa e infine, calmo e sorridente, guarda negli occhi i nostri guardiani, più vivo e presente che mai.

Allora fra la folla si leva un suono incredibile: è come un immenso sospiro, come se per la prima volta ci fossimo resi conto di stare trattenendo il fiato e ci fossimo, tutti insieme, ricordati di respirare. Il sospiro diviene un brusio, poi un grido soffocato che aumenta e si diffonde.

Io urlo: “Guardate!!! è vivo!!! Non è vero che possono ucciderci con la voce, siamo noi che ci lasciamo morire! È un bluff, non c’è nessun chip! Possiamo scegliere, scegliere di vivere… Loro ci hanno come schiavi solo se noi lo vogliamo… ma in realtà siamo liberi, lo siamo sempre stati… Scegliamo di essere liberi, adesso!”

Allora il brontolio cresce e diviene un urlo. Ora la gente della Sicurezza non è più al sicuro nelle sue divise: quel colore acceso è diventato all’improvviso una trappola mortale. Adesso sono loro a venire chiamati, chiamati a rendere conto dell’inganno. La gente si stringe loro intorno, fino all’ultimo uomo, fino all’ultimo passo, fino all’ultima divisa, fino a che anche il più piccolo lembo rosso fiamma non scompare inghiottito dalla folla.

Antonella Sagone, 13 febbraio 2021

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