Le sincere bugie dei bambini

Le sincere bugie dei bambini

Le sincere bugie dei bambini

Francesco va raccontando in giro mirabolanti avventure di cui sarebbe protagonista, e insiste che è tutto vero. Eleonora ha un ginocchio incerottato, e ogni volta che racconta come è successo aggiunge particolari nuovi e sempre più drammatici. Enzo ha un amico immaginario e guai a chi non lo saluta quando entra nella stanza. Maria ha rotto un bicchiere e si ostina a sostenere che non è stata lei ma un bambino di passaggio a casa sua. Michele afferma di aver parlato del più e del meno con un cane di passaggio. Antonella, a chi le chiedeva che lavoro facesse il suo papà (in realtà medico), ha risposto che chiedeva l’elemosina.

Ma cosa mai passa per la testa dei nostri bambini? Possibile che stiano venendo su dei grandi bugiardi? Cosa fare di fronte ad affermazioni palesemente false o assurde? Se si assecondano, non si incoraggia la bugia? Ma se si contestano, ecco il bambino piangere e adirarsi indignato e difendere con maggiore veemenza la sua versione…

Di fronte a un figlio che racconta fischi per fiaschi, le preoccupazioni degli adulti sono in genere di due tipi: una preoccupazione morale, e una cognitiva.

Da un lato, ci preme che i nostri figli crescano con un senso di onestà e rispetto della verità, e che imparino a non “imbrogliare” gli altri con affermazioni false.

Dall’altro, a volte ci rendiamo conto che il problema è una fantasia molto vivida, ma fino a che punto è bene lasciarli liberi di fantasticare? Il timore è che possano a un certo punto perdere la “presa” sulla realtà.

Allora per prima cosa cerchiamo di capire che cosa c’è dietro a quei fantasiosi racconti dei nostri figli che noi chiamiamo “bugie”.

Le bugie dei bambini sono diverse da quelle degli adulti

Mentire, per un adulto, è un atto cosciente e premeditato. L’adulto sa bene cosa è reale, e decide di distorcere la realtà o inventare completamente una storia, allo scopo di manipolare un’altra persona.

Si tratta di un’azione complessa e raffinata, che richiede delle abilità che il bambino piccolo non possiede ancora; in primo luogo richiede la capacità di comprendere come funziona la propria mente e quella degli altri. Questa abilità si chiama mentalizzare o possedere una teoria della mente. Quando, in genere non prima dei tre anni, alcuni anche più tardi, un bambino impara a mentalizzare, significa che è consapevole che i pensieri nella mente degli altri sono diversi da quelli nella sua mente. Questa consapevolezza lo porta anche a comprendere gli effetti del suo comportamento e delle sue parole sugli altri. Un bambino grandicello quindi può anche inventare una scusa, o alterare la realtà, per uno scopo preciso, per esempio per ottenere qualcosa o, più spesso, per difendersi dalla collera e dai rimproveri degli adulti.

Diversa è la situazione per un bambino più piccolo. Mentre per un adulto “bugia” è un’affermazione falsa espressa allo scopo di ingannare l’altro per propri scopi e convenienza, per un bambino non tutte le narrazioni inventate corrispondono a questa idea. Per lui la linea di demarcazione fra bugie e fantasie è molto più sottile. Si può rimodellare la realtà a proprio piacimento semplicemente perché per un bambino la realtà è fluida, soggettiva, e poco distinta dal piano del gioco.

Per i bambini in età prescolare le narrazioni fantastiche, che sono nella stessa dimensione del gioco, sono molto reali e vivide e i più piccini possono non essere consapevoli del fatto che per un adulto le stesse narrazioni sono passate al vaglio di un esame critico che ne accerti la “veridicità”. Non avendo ancora una teoria della mente, sono anche poco consapevoli del fatto che alcune loro narrazioni fantastiche, che soggettivamente percepiscono appartenere a quella dimensione, possono da chi ascolta essere prese davvero per “realtà” generando equivoci, indignazione, sconcerto, imbarazzi.

Il gioco, a sua volta, è percepito in modo molto più reale di quanto non lo sia per un adulto.

Intendiamoci bene: il bambino che gioca sa di giocare, sa che il corridoio in cui sta strisciando a pancia sotto non è davvero il mare, e che la bambola che sta cullando non è un bambino vero. Tuttavia, la fantasia che sta vivendo è estremamente vivida e realistica. Un bambino può piangere disperato perché in un gioco immaginario gli è stata versata sulla testa una secchiata immaginaria d’acqua, e non si calma finché non è stato asciugato da un telo ugualmente immaginario.

Questa intensa capacità di immaginare può agire anche al di fuori del gioco, e prendere la forma di una “affabulazione”, cioè di una narrazione fiabesca della realtà.

La posizione del bambino di fronte a queste versioni fantasiose della realtà è una sorta di “non è vero ma ci credo”. Per questo motivo spesso i tentativi dell’adulto di riportare il bambino “alla realtà” provocano una reazione emotiva molto forte, di indignazione o delusione. È come se al bambino che sta giocando venisse impedito di farlo, e invitato ad attività più “reali”.

Un gatto di nome Foglia

Bisogna entrare nell’ordine di idee che il mondo, la realtà percepita da un bambino non è la realtà meccanicistica che noi adulti siamo abituati ad usare come chiave di lettura: è una realtà magica, incantata, soggettiva, pervasa di integrazioni ludiche e fantastiche.

Un aneddoto può illustrare meglio questo concetto.

“Sai mamma, ieri ho fatto amicizia con il gatto pezzato, quello che va a passeggiare sul muretto della stradina”.

Ecco un esordio di mio figlio, 4 anni, che ha continuato con: “Si chiama Foglia”. Alla mia domanda su chi glielo aveva detto, mio figlio ha risposto: “Me l’ha detto il gatto!”

La mia risatina divertita non ha affatto divertito mio figlio, e ancor di più quando ironicamente gli ho chiesto: “Ma te lo ha detto davvero, ti ha guardato negli occhi e ha detto “Io mi chiamo foglia”?

Mio figlio, con uno sguardo di compatimento della serie “Gli adulti non capiscono niente”, ha replicato in tono ovvio: “Ma no, ha detto MIAO; che significa “Io mi chiamo Foglia”.

Ecco, il punto è proprio questo. Le bugie degli adulti sono delle falsità; quelle dei bambini sono spesso delle bugie estremamente sincere, una onesta e fedele descrizione della realtà che in quel momento è percepita dal bambino.

Trovare la giusta misura fra realtà e fantasia

Compito delicato dell’adulto è dunque quello di distinguere, nel bambino, le bugie dalle affabulazioni; e poi prenderlo per mano e accompagnarlo nel processo di costruzione della sua realtà, aiutandolo a capire un po’ alla volta che le parole che usa e le storie che racconta hanno un effetto e a volte delle conseguenze sugli altri.

Finché racconta di aver conversato con un gatto, niente di male; tutti i bambini sono in una certa misura dei piccoli dottor Dolittle, e anche se tutti sappiamo che gatti, uccellini e ragni non parlano, chi può dire se il bambino non stia davvero descrivendo, nel modo migliore in cui riesce a farlo, una connessione, a suo modo molto reale, con gli animali o con gli alberi o con l’universo, che noi abbiamo invece perduto?

Diverso è se ad esempio racconta ad altri a modo suo un episodio avvenuto a scuola o a casa, inventandosi versioni non veritiere dei fatti; perché questo può causare preoccupazioni, fraintendimenti e accuse ingiuste. Occorre in questi casi accompagnare il bambino con garbo a capire gli effetti e le conseguenze delle sue parole e a distinguere il suo immaginario dalla realtà. Ma è importante farlo senza farne una questione morale: il bambino non lo fa con malizia ma sta ancora imparando ad interagire con gli altri, sta sperimentando e deve ancora distinguere la realtà obiettiva dalle sue versioni immaginarie.

Anche nel caso di “bugie” strumentali, pur se la narrazione è falsa, la distorsione della realtà narrata ha dietro di sé delle emozioni e bisogni che in quel momento non hanno trovato strada migliore per essere comunicate. Mentre si porta per mano il bambino a capire le conseguenze di una bugia, non si deve trascurare ciò che la bugia serviva ad esprimere: un bisogno di comprensione, riconoscimento, conforto, sicurezza, apprezzamento. Ai quei bisogni va risposto, in modi più appropriati, così che il bambino in futuro sappia esprimerli in maniera più sincera, fiducioso di essere ascoltato.

Quindi per un adulto è importante comprendere bene sia l’intento delle narrazioni fantastiche, sia comprendere come rapportarsi, trovando un equilibrio fra il riportare il bambino a una percezione più aderente della realtà e l’accogliere una narrazione che appartiene alla sfera del gioco e dell’immaginazione, senza mortificarla con prediche inopportune ma cogliendone l’essenza.

Tutti i bambini crescono, e prima o poi abbandonano la dimensione fantastica, o imparano a confinarla in contesti creativi ben definiti: il gioco, la creazione artistica, le fantasticherie. Questi spazi ludici e creativi saranno tanto più fertili quanto più i nostri interventi in favore della realtà saranno stati pacati e non giudicanti.

Antonella Sagone, 18 settembre 2021

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