Inserimento e ambientamento, fra mito e realtà

Inserimento e ambientamento, fra mito e realtà

Inserimento e ambientamento, fra mito e realtà

“Siete voi che li fate piangere!” Era la frase preferita quando inserivo mio figlio all’asilo, negli anni ‘80. Sono passati quasi 20 anni, e sembra che siamo ancora lì, con questi tentativi di colpevolizzare i genitori per ogni riluttanza ad accettare su due piedi maestre sconosciute o a faticare ad adattarsi a un ambiente che evidentemente non ha fatto tutto ciò che poteva per mettere il bambino a suo agio.

Con la scusa del COVID, gli spazi di condivisione e collaborazione che i genitori avevano faticosamente conquistato per un ambientamento graduale, sono stati spazzati via in un istante.

Va bene che possiamo proiettare i nostri vissuti e paure sui bambini, e vedere il loro pianto attraverso la nostra sofferenza.

Ma la spiegazione più semplice quando un bambino piange è che A LUI stia capitando qualcosa che lo fa soffrire!

Non siamo troppo solerti, come madri, ad attribuirci tutte le colpe del disagio dei nostri bambini quando vengono inseriti senza garbo in una situazione del tutto estranea e sconosciuta.

Piangere è normale?

In contraddizione con la precedente affermazione, che il bambino pianga a causa delle ansie e cattive abitudini materne, convive la convinzione che durante il processo di inserimento il pianto sia una cosa normale ed inevitabile.

Certo, qualche lacrimuccia può esserci. La novità, il senso di disorientamento, la presenza di tanti bambini tutti insieme, la vista di altri bambini piangenti… sarebbe strano se il bambino non provasse ansia o stress nel suo primo impatto. Ma poi tutto dipende dal contesto in cui avviene questo pianto. Se la novità può essere metabolizzata, ad esempio, attraverso la presenza della mamma che gli fa capire come regolarsi. La differenza è qui: c’è stato prima ambientamento o il bambino viene lasciato in un ambiente che ancora non conosce? E dipende, poi, da come il pianto viene gestito quando succede: con che prontezza vi si risponde? Viene ignorato, minimizzato, oppure accolto?

È l’approccio che fa la differenza.

Per questi motivi, sarebbe opportuno un inserimento molto graduale, preceduto dal un periodo di ambientamento, cioè del tempo trascorso nella nuova struttura e con le nuove maestre in presenza della mamma, finché i nuovi spazi, persone, compagni non diventino non più nuovi ma persone e luoghi noti, odori familiari, attività conosciute e prevedibili, coetanei amici, tate conosciute e alle quali ci si può affidare.

A quel punto dovrebbe iniziare la seconda fase di adattamento senza la mamma per periodi crescenti. Alcuni bambini possono aver bisogno di un inserimento più graduale; nel momento in cui il bambino va in crisi, o le maestre sono in grado di calmarlo, o dovrebbero richiamare la mamma e interrompere il periodo di distacco, dando più gradualità. Piangere non è mai normale, chiaro che un momento di panico di due minuti ci può stare ma non pianto disperato o prolungato, inconsolabile, quello è segnale che qualcosa non va.

Troppo spesso si salta a pié pari la prima fase e si pretende che il bambino si adatti rapidamente e senza angoscia ad essere lasciato da solo nelle mani di gente sconosciuta della quale non sa nemmeno il nome, in mezzo a tanti bambini che urlano e che non conosce, in luoghi ignoti con odori non familiari, e se piange e cerca conforto o mostra desiderio di poppare perché è il suo modo di calmarsi – si dà la colpa alla mamma che gli ha dato il brutto vizio di calmarsi al seno!

A casa come a scuola?

Una conseguenza della teoria dell’abitudine è che spesso le educatrici, alla prima difficoltà con il bambino, lo attribuiscono a “cattive abitudini” prese in famiglia. Ovvero aspettarsi di essere preso in braccio se si piange, consolato se si è sotto stress, rassicurato se si ha paura. Ma le educatrici hanno difficoltà a calmare bambini non perché siano “abituati al seno” ma perché sono abituati… alla loro mamma!!

E allora ecco spuntare il consiglio di iniziare ad applicare a casa le stesse regole che ci sono a scuola: regole generalmente privative, che indicano una gestione del bambino “a basso contatto”.

Ed ecco che non si dovrebbe prenderlo in braccio quando piange ma solo rassicurarlo a voce da una certa distanza; non si dovrebbe allattarlo per addormentarlo ma abituarlo a prendere sonno da solo nel suo lettino; non si dovrebbe acconsentire a dedicarsi a lui quando si sta facendo altro ma rispondergli di far da solo; e così via.

Questi suggerimenti dicono molto su come sia gestita la situazione in assenza dei genitori. Che sia per obiettive difficoltà logistiche (tanti bambini con poche educatrici) o per una questione di principio, sembra che nella maggior parte delle scuole dell’infanzia il bambino venga incoraggiato a gestire da solo le sue emozioni negative, e l’obiettivo sembra essere quello di far sì che i bambini si arrangino da soli anche nelle loro attività, con una supervisione “a distanza”.

A una mamma è stato suggerito addirittura di non giocare con il bambino quando lo chiedeva, ma di rispondergli “fai da solo, io ti guardo da qui”.

Un invito o richiesta del bambino, rivolto alla maestra, di giocare con lui dovrebbe essere accolto con entusiasmo perché significa che il bambino sta cercando di stabilire una connessione positiva con l’educatrice, un rapporto anche affettivo, e sarebbe un’occasione d’oro per costruire una relazione basata sulla fiducia e la gentilezza. “Continua da solo, ti guardo da qui” è invece una profonda mortificazione di questo slancio.

Dal punto di vista del bambino

Cosa succede nella vita di quei bambini e bambine i cui genitori, “istruiti” dalle educatrici, comincino anche a casa a negare le coccole e la presenza alle richieste di conforto o connessione dei loro figli. L’inserimento a scuola segnerà per loro l’inizio di tutti i mali, di colpo si troveranno a passare dallo stato di bambino amato, desiderato, circondato da adulti che apprezzano la sua compagnia, a persona scarsamente interessante, che viene allontanata e rimproverata nei suoi slanci affettuosi. Dato che per il bambino l’amore degli adulti è fondamentale, sceglieranno di pensare che sono loro ad avere qualcosa che non va.

I bambini imparano a sviluppare relazioni positive e affettuose anche con persone diverse dalla loro madre, con le quali instaureranno modalità differenti di far coccole e scambiarsi affetto; questo vale per bambini allattati o no, allo stesso modo. Le educatrici devono solamente fare uno sforzo per conoscere meglio il bambino e capire quali forme di accudimento lo calmano di più, senza preoccuparsi di come è accudito a casa.

 

Conclusioni

A volte si parla dell’esperienza del distacco come necessario passaggio verso l’autonomia, e si ricorda che i nostri figli non sono figli nostri, come recita la poesia di Gilbran.

Ma proprio perché non sono figli nostri, ma figli della vita stessa, noi siamo presenti e attenti ai loro bisogni e alle loro emozioni, dando loro credito quando ci segnalano che hanno bisogno di noi.

Gilbran parlava del fatto che i figli devono percorrere la loro strada e non quella che gli tracciamo noi, non sono qui per rispondere alle nostre aspettative ma per esprimere il loro potenziale e la loro unicità. Noi come genitori dobbiamo solo costituire la base sicura che gli dia forza e solidità emotiva per poi lanciarsi nel mondo.

Questa base sicura si costruisce proprio rispondendo ai bisogni del bambino in modo sensibile, non trattenendoli quando vogliono andare ma nemmeno forzandoli al distacco quando non lo desiderano. La pretesa che un bambino di due anni da un giorno all’altro venga consegnato in un luogo estraneo, fra mani estranee, fra bambini estranei, e debba accettarlo, è assurda. E anti-fisiologica. In una condizione naturale il bambino esplora ambienti nuovi con i genitori, familiarizza coi luoghi, forma legami affettivi con nuovi adulti, e solo quando ha costruito una base di fiducia e di sicurezza di sé nel nuovo ambiente, può essere lasciato da solo.

Alle educatrici si può rispondere con serenità che si ha fiducia che sapranno trovare altri modi per confortare il proprio figlio, e che non si ha intenzione di smettere di allattare. Trasmettere la fiducia che il bambino troverà un modo di adattarsi alle maestre e di stabilire un legame affettuoso con loro, come fanno tutti i bambini se le maestre sono amorevoli, allattamento o no.

Antonella sagone, 11 settembre 2021

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