Quando il parto è indisturbato

Quando il parto è indisturbato

Quando il parto è indisturbato

disegno di Olimpia Mazzei

Si fa un gran parlare di parto naturale, ma pochi hanno compreso, e ancora meno hanno visto, che cos’è veramente un parto secondo natura.

Spesso si confonde il parto vaginale con quello naturale, per esempio si dice: “Hai fatto un cesareo o un parto naturale?” In realtà un parto può essere per via vaginale ma essere tutt’altro che naturale, quando sono presenti interventi medici, farmacologici, aiuti meccanici come il forcipe, la ventosa, il kristeller, l’episiotomia, ma anche soltanto quando si creano delle condizioni che interferiscono pesantemente con l’attivazione di tutti quei riflessi neuro-ormonali che danno l’avvio e conducono fino al suo naturale compimento Il processo del parto.

I raffinati meccanismi della natura

Partorire è ben più che far uscire un bambino dalla pancia di una mamma. È un processo estremamente complesso e raffinato, in cui il sistema nervoso materno, il sistema nervoso del bambino, i loro sistemi psico-neuro-endocrini interagiscono in modo miracoloso, con un vero e proprio dialogo fatto di sostanze chimiche, odori, sensazioni tattili, campi elettromagnetici che si sovrappongono.

Un processo delicato eppure perfettamente efficiente, purché intorno alla mamma che partorisce esista l’ambiente giusto e nessuno interferisca. Perché il parto sia veramente attivo e fisiologico la donna ha bisogno di sentirsi al sicuro, in un ambiente in cui si trovi a suo agio e senta di avere il controllo della situazione, in una condizione confortevole, con vicino poche persone fidate e discrete. Ha inoltre bisogno di condizioni molto specifiche, e in particolare di silenzio e di penombra, perché questi aspetti ambientali sono fondamentali per innescare la cascata ormonale che permetterà al travaglio di svolgersi nel modo previsto dalla natura.

L’ossitocina, ormone timido

Uno degli ormoni principali che interviene durante il travaglio, il parto e la nascita è l’ossitocina, detto anche ormone dell’amore perché presiede tutti i processi che coinvolgono la vita sessuale, e specificamente l’orgasmo, le contrazioni uterine durante le mestruazioni, il travaglio, il parto e il riflesso di emissione del latte durante la poppata.

L’ossitocina è l’ormone dell’amore anche perché quando i suoi livelli sono alti, sia nella donna che nell’uomo (perché anche nell’orgasmo maschile si attiva l’ossitocina), essa suscita sentimenti di tenerezza, amore, amicizia, fiducia, empatia. Ma l’ossitocina viene anche soprannominata ormone timido, perché le situazioni di disagio ne inibiscono il rilascio. Paura, stress, dolore, scomodità, freddo, imbarazzo sono tutte condizioni che inibiscono questo ormone. Così come non si potrebbe facilmente far l’amore in una stanza d’ospedale con medici e studenti che osservano, allo stesso modo è ben difficile partorire in analoghe condizioni. Semplicemente la cosa non prende il via. Ecco perché è così importante che la donna abbia la possibilità di partorire in una situazione discreta, tranquilla, protetta, confortevole e senza elementi che possano disturbarla.

Per un parto naturale occorre disattivare il cervello razionale

Michel Odent, che è uno dei pionieri della nascita dolce, ha studiato per tutta la vita il processo della nascita e in particolare quello che ha chiamato il riflesso di eiezione del feto, e cioè l’attivazione di quella cascata ormonale, accompagnata da una catena di eventi del sistema nervoso, che permette un agevole fuoriuscita del neonato dall’utero materno. Un elemento chiave, perché questi sistemi neuro-ormonali funzionino a dovere, è anche qui la non interferenza.

Il nostro cervello vigile, razionale, ovvero la neocorteccia, che è la parte più recente del nostro cervello dal punto di vista evolutivo, è un’ottima risorsa nella nostra vita attiva di tutti i giorni, ma diventa un ostacolo quando deve prevalere l’istinto. Per un buon parto il direttore d’orchestra non deve basarsi sulla logica o sulle regole dei manuali, ma deve fondarsi sugli istinti atavici che possediamo fin dalla comparsa dei primi animali sulla terra. Il cervello di cui stiamo parlando è il più antico, ed è costituito dai nuclei cerebrali che sono più interni e che custodiscono la memoria più arcaica delle specie animali.

Se la corteccia cerebrale riesce a spegnersi adeguatamente, smette di inibire questo cervello che quindi può attivarsi per innescare un parto armonico e veloce.

Questo dal punto di vista soggettivo della donna significa sprofondare in uno stato di coscienza molto particolare, in cui il campo percettivo è ristretto e focalizzato tutto sui processi interni che stanno avvenendo. La mamma non si rende neanche più bene conto di chi ci sia intorno a lei o che cosa succeda nell’ambiente intorno a lei, ma è tutta concentrata sulla fisicità di quello che sta avvenendo nel suo corpo. In questo stato di lucida trance e di rilassata concentrazione cadono le inibizioni che normalmente impongono a una donna di essere composta, adeguatamente vestita, non gridare e comportarsi educatamente. La donna in pieno travaglio indisturbato è come una lupa che difende se stessa e i cuccioli che stanno per nascere; e nello stesso tempo può sfiorare emozioni molto vicine all’estasi, nonostante il processo della nascita sia anche doloroso.

In questa situazione l’avanzata del bambino lungo il canale di parto avviene senza difficoltà, ed è più facile per la donna lasciarlo passare, senza contratture né paure. Riferiscono le donne che sono riuscite ad ottenere un parto attivo e indisturbato che il momento della nascita spesso ha gli effetti di un orgasmo amplificato, in cui piacere e dolore si trasfigurano in una sensazione completamente nuova.

Il dolore nel parto indisturbato

Ci sono molti fraintendimenti quando si parla di dolore da parto. L’attuale modo di vedere è che la donna ha diritto a partorire senza dolore e pertanto qualsiasi intervento, anche dell’arte medica, è legittimo e anzi auspicabile per sollevarla da questa esperienza. Questa posizione nasce anche in contrapposizione a una vecchia concezione del dolore come castigo divino, la maledizione biblica che punisce Eva e le sue discendenti per aver disobbedito alla volontà di Dio.

Questi due modi di pensare nascono entrambi da un fraintendimento sulla natura del dolore da parto. Il problema è che si confonde il dolore con la sofferenza, che è una sensazione alquanto diversa. Sofferenza che nasce sia da una lettura culturale del dolore, quella appunto della visione sacrificale della donna come madre, sia dal fatto che, quando il parto avviene in condizioni innaturali e con forti interferenze, questo dolore fisiologico può davvero divenire intollerabile.

In una condizione indisturbata il processo doloroso della dilatazione del collo uterino sollecita ed è accompagnato da una cascata di altri ormoni che alterano il livello di coscienza, facilitando la gestione di questo dolore, assieme ad altre sostanze fortemente antidolorifiche come le endorfine naturali. Questo cambia moltissimo la natura dell’esperienza dolorosa durante il travaglio e il parto. Inoltre la possibilità di muoversi liberamente, cambiare posizione, respirare, gridare è fondamentale durante il travaglio perché facilita nel modo migliore l’incanalamento del bambino nel canale di parto. Sull’altro versante, un’anestesia provocata farmacologicamente annulla, sì, le sensazioni dolorose, ma in parte anche tutte le altre sensazioni e interferisce con quel meccanismo concatenato con il quale ogni fase del travaglio innesca risposte neurovegetative e ormonali che facilitano la fase successiva, togliendo complessità ma anche spessore all’esperienza soggettiva del parto.

Non è poi da sottovalutare il fatto che quando la gestione del parto passa nelle mani dei medici la donna diviene anche psicologicamente un soggetto passivo, e questo le impedisce di calarsi in quella condizione speciale che le permetterebbe di favorire attivamente il processo della nascita restando in un contatto profondo con i propri istinti. Un parto “perfetto” dal punto di vista medico, ma in cui la donna viene fatta partorire e il bambino viene fatto nascere, costituisce un esproprio del tutto immotivato di una delle esperienze più intense e profonde che una donna può fare nella sua vita, toccando intimamente la sua matrice istintuale e sperimentando in modo immediato e diretto l’enorme forza e potenziale di vita che risiede in lei.

Dalla parte del bambino

In un parto attivo è frequente che la donna in travaglio si senta in contatto profondo con il bambino che sta nascendo, e percepisca anche da parte sua una partecipazione attiva al processo. Ci sono donne che notano come anche il bambino spinga attivamente dall’interno e si muova nell’utero per venire alla luce, favorendo il lento cammino verso la nascita.

Raramente poi si riflette sul fatto che una componente importantissima nel determinare il termine della gravidanza e l’avvio del travaglio di parto è la placenta, con la sua modulazione ormonale, e non ci dobbiamo dimenticare che la placenta in realtà è un organo che fa parte integrante del bambino. È quindi il complesso feto-placenta ad orchestrare quella danza neurochimica che culminerà con l’uscita dal grembo di un nuovo essere umano.

Per una scelta veramente libera e informata

Vorrei che fosse chiaro che nel parlare degli aspetti positivi di un parto fisiologico, rispettato, attivo e indisturbato, io non sto assolutamente formulando alcun giudizio di merito, positivo o negativo che sia, sul modo in cui una donna sceglie di partorire. In particolare sulla questione del dolore, che accende sempre gli animi, vorrei mettere molto decisamente in chiaro che la donna che desidera evitare il dolore da parto utilizzando farmaci ha pieno diritto di farlo e non merita di essere giudicata in nessun modo, così come la donna che sceglie di partorire con un cesareo elettivo o quella che sceglie di non allattare al seno (ho scritto in passato un articolo su quest’ultima situazione), e la mia posizione non cambia anche per quanto riguarda il parto e la sua eventuale medicalizzazione su richiesta della donna.

Ognuno di noi fa delle scelte in base a quello che sa, quello che sente, quello che può nella specifica situazione in cui si trova in quel momento; e non ho alcun dubbio che le donne anche scelgano il meglio che può essere ottenuto e diano il meglio di sé in ogni momento.

Quindi le mie eventuali considerazioni critiche non sono rivolte alle donne che partoriscono con l’aiuto dell’arte medica, ma al sistema sanitario e al sistema di sostegno, pratico, morale, culturale e sanitario che si trova intorno alla donna che deve dare alla luce un bambino. Sarebbe loro responsabilità fornire informazioni esaurienti, aggiornate e basate sulle evidenze scientifiche per tutto ciò che riguarda il travaglio, il parto e la nascita e le varie opzioni disponibili. Sarebbe anche loro responsabilità accogliere i vissuti della donna rispetto al parto, e prima di tutto darle ascolto e sostegno in modo che possa focalizzare i suoi bisogni, le sue paure e le sue necessità e scoprire più profondamente il suo potenziale rispetto all’evento nascita. Solo a quel punto noi potremmo parlare di una scelta libera e informata della donna riguardo a come, dove e quando partorire.

A livello culturale l’esperienza di un parto davvero spontaneo e indisturbato dovrebbe cominciare a diffondersi di più, e occorrerebbe rendere disponibili strutture e servizi per poter partorire in ambienti amichevoli, come il proprio domicilio o le case del parto, con l’assistenza di personale adeguatamente preparato ad accompagnare la donna un travaglio attivo e favorire il rispetto dei suoi tempi e della fisiologia. Solo a quel punto potrà essere intavolata una discussione appropriata è consapevole sul diritto per la donna di partorire naturalmente, in una situazione in cui in buona misura tutte le persone coinvolte nella nascita – la madre, il padre, la famiglia allargata, gli operatori sanitari – sapranno realmente di cosa si sta parlando.

Il processo della nascita è un evento normale è fisiologico che riguarda la sfera della salute e non della malattia, e come tale va approcciato, pur potendoci oggi avvalere di tutti gli strumenti preventivi e di cura per fronteggiare le situazioni in cui ci si discosta dalla fisiologia e si deve gestire eventi avversi.

Questo non ci deve mai far dimenticare, nemmeno quando ci sono situazioni di emergenza, che il nostro obiettivo ultimo è la protezione o la ricostituzione della salute, che è molto di più di un’assenza di malattia: è un modo di vivere e di evolversi con la piena espressione del proprio potenziale fisico e psicologico, attraverso scelte che hanno un impatto che dura l’intera vita della madre e del bambino.

Antonella sagone, 18 febbraio 2022

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