Ma questo bambino non è troppo legato alla mamma?

Ma questo bambino non è troppo legato alla mamma?

Ma questo bambino non è troppo legato alla mamma?

Non c’è nulla di più naturale di un bambino piccolo che cerca le braccia della mamma, che chiede di essere preso su, coccolato, allattato. Quale spettacolo può essere più tenero e più ovvio?

Eppure, queste tenerezze così spontanee e naturali per mamme e bambini al giorno d’oggi sono spesso oggetto di sorpresa, preoccupazione, perplessità o perfino di biasimo.

Una società che ha paura della tenerezza

Una costante della nostra società è che teme l’intimità, e in particolare è allarmata dal legame speciale che unisce la mamma al suo bambino nei primi mesi ed anni di vita. Entrambi sono naturalmente spinti a cercare la costante presenza dell’altro, il contatto fisico; c’è una reciproca “dipendenza” affettiva che ha tutte le caratteristiche dell’innamoramento. Queste manifestazioni di amore incondizionato, per la nostra cultura che esalta l’indipendenza, se non l’autarchia, emotiva (cioè l’essere in grado di “bastare a se stessi” dal punto di vista affettivo, e di non dipendere da altri esseri umani per la propria felicità), sono un segno allarmante che va a malapena tollerato nei primissimi mesi di vita del neonato, ma quantoprima “corretto” modellando il comportamento del bambino in modo da non essere più orientato a trattenere la mamma vicino a sé, a non aver più bisogno di lei (o almeno, a non sembrare di averne bisogno).

Spesso altri adulti benintenzionati predicano alla madre di dover forzare i tempi del bambino e “abituarlo” a stare senza di lei: con estranei o anche, per lunghi periodi notturni, da solo nel suo lettino e nella sua stanza. Tale esortazione viene razionalizzata in molti modi: se non viene abituato subito alla solitudine, poi non sarà in grado mai di rendersi indipendente; oppure è la mamma che deve smettere di privarsi della dimensione sociale e tornare alle sue attività consuete nel mondo “esterno”, lasciando il bambino affidato ad altri.

Una variante di questa idea è il presunto bisogno del bambino di aprirsi precocemente alla vita sociale, inteso come lo stare in compagnia di adulti e bambini diversi dalla madre, in ambienti differenti da quello domestico.

La simbiosi non significa isolamento sociale

Ma è proprio necessario, per far sperimentare il mondo al bambino, staccarlo da sua madre? la relazione diadica, come viene chiamata quella fra una mamma e il suo bambino, è una simbiosi, uno “stato fusionale” che esclude necessariamente il resto del mondo, limitando l’esperienza vitale di entrambi?

Sul libro di Jane Liedloff Il concetto del Continuum, ci sono alcune pagine in cui l’autrice descrive la vita del bambino portato ininterrottamente nella fascia, a contatto con il corpo della madre o di altri membri della tribù. È una descrizione bellissima e illuminante. Il bambino portato in fascia (che ovviamente, anche, starà un sacco di tempo attaccato al seno ma comunque si muoverà insieme alla mamma) ha un’esperienza sensoriale del mondo molto più ricca di quello che passa molto tempo in un lettino o una carrozzina.

A volte succede che la mamma non esca di casa perché deve allattare, e allattare fuori casa viene visto come sconveniente, o poco pratico, o semplicemente complicato. Questo avviene specialmente all’inizio, quando si è poco disinvolte ad allattare. Ma l’allattamento al seno non dovrebbe significare clausura: se si cominciasse ad allattare con naturalezza fuori casa, come avveniva senza problemi in Italia fino a 30 anni fa, questo gesto verrebbe normalizzato e non susciterebbe più stupore o imbarazzo. In fondo, basta alzare una maglia e tenere il bambino contro il proprio corpo per non scoprire nemmeno un pezzettino di pelle: lo scandalo non è tanto per il fatto di scoprire il seno, ma proprio nell’assistere a tanta tenerezza e intimità fra mamma e bambino.

Comunque, che sia o no allattato al seno, se il bambino è portato addosso, dentro o fuori casa la mamma si muoverà e farà le cose che fa sempre: si alzerà, camminerà, si chinerà, farà movimenti ritmici e non, farà scorrere l’acqua, correrà a prendere l’autobus, parlerà con altre persone, giocherà col figlio più grande… e il bambino verrà esposto a una quantità di stimoli diversi, verrà orientato e inclinato in vario modo nello spazio, vedrà le cose da prospettive sempre differenti e in movimento, sarà immerso nella vita sociale della mamma.

Su questo articolo potete trovare un approfondimento su come allattare non significhi essere fuori dal mondo.

I bambini apprendono attraverso gli adulti

C’è un aspetto importante da considerare in un bambino piccolo, che sta costruendo la sua capacità di comprendere la realtà e gestire le percezioni e le emozioni quotidiane.

I bambini apprendono attraverso gli adulti. In altre parole, è la presenza dell’adulto che si prende cura di lui che permette al bambino di dare un senso alla sua realtà. Questo avviene sia perché la mamma ad esempio gli parla e gli descrive ciò che avviene, ma anche semplicemente perché il bambino osserva o avverte le reazioni della mamma al contesto ambientale.

Quando il bambino è molto piccolo fa questo a un livello elementare, fisico. Di fronte a una persona a lui estranea, il neonato, portato in braccio dalla mamma, sente immediatamente attraverso il contatto se il corpo della mamma è rilassato e il respiro calmo, oppure se i suoi muscoli sono in tensione, se il respiro è accelerato, se il cuore della mamma batte in fretta. Attraverso di lei (o di un’altra persona familiare, intima) sa con che cosa ha a che fare, giorno dopo giorno. In silenzio, ascolta, osserva, percepisce e incorpora l’esperienza.

Quando è più grande, di fronte a un oggetto o una persona o un ambiente nuovo, il bambino che fa? Non guarda l’oggetto, guarda la mamma che guarda l’oggetto. E osservando l’espressione del suo volto o il suo comportamento, capisce se si tratta di una cosa interessante, divertente, pericolosa, normale e così via.

Questa fase in-braccio e poi comunque di stretta vicinanza è fondamentale al bambino per sperimentare il mondo. Chi insiste a sostenere che per “socializzare” e sperimentare il mondo il bambino debba essere staccato dai genitori e messo in ambienti estranei alla famiglia non tiene conto di questo aspetto fondamentale dell’apprendimento, e cioè che esso è mediato dalle emozioni.  Non è una faccenda di abitudini! Nel momento in cui il bambino viene sbattuto nel mondo da solo, fra estranei, senza quel contenimento che gli permette di rilassarsi e aprirsi all’esperienza, lo stress inibisce l’apprendimento e lega le esperienze di socializzazione esterne con emozioni negative che in futuro lo renderanno meno propenso a ripetere l’esperienza.

Non isoliamo le madri

“Non esiste un bambino: esiste un bambino e qualcuno”, diceva lo psicoanalista Donald Winnicott, sottolineando il carattere profondamente relazionale del cucciolo umano, che “non esiste” da solo, ma solo quando è in relazione amorevole con l’adulto.

Allora forse non è la simbiosi del bebè con la sua mamma a impedire la socializzazione, ma la società stessa che, senza validi motivi, emargina quella mamma che è in una fase di stretto legame con il suo bambino, forzandola a lasciarlo in antre mani per poter “tornare a vivere”.

Per sperimentare il mondo esterno il bambino ha bisogno che esso non venga precluso alla sua mamma. Forse allora la domanda “Ma questo bambino sempre con la mamma non si perde un po’ di mondo?” nasconde una realtà differente che richiederebbe una domanda diversa: “Ma questa mamma, quando sta col bambino, non si perde un po’ di mondo? E perché mai?”

È la nostra società a portare spesso ad emarginare le madri e ad estrometterle da una quantità di attività sociali: lavoro, svago, ristoranti, mezzi di trasporto… non per vera e propria impossibilità, ma spesso per scomodità o per pregiudizi culturali… è la nostra società ad essere poco amica delle mamme e dei bambini (spesso, è poco amica degli esseri umani in generale, ma noi adulti ci adattiamo di più alla disumanità!).

Occorre dunque ricreare intorno a madri, padri e bambini quel tessuto sociale, quel villaggio che permetteva di esprimere la propria vita sociale attiva senza per questo entrare in conflitto con i bisogni di intimità e di accudimento dei bambini.

Quindi, sì all’allattamento, sì all’intimità fra mamma e bambino, sì alla simbiosi… ma la simbiosi non è necessariamente esilio dal resto del mondo: può essere un bellissimo viaggio fatto in due, e in questo cammino condiviso, noi mamme e papà possiamo fare la più straordinaria delle scoperte: che il vecchio mondo al quale guardavamo con occhi ormai smaliziati ridiventa nuovo, perde la patina di ovvietà e torna ad essere un luogo incantato e pieno di meraviglie: un viaggio fantastico che durerà finché i nostri figli ci permetteranno di accompagnarli per mano.

Antonella Sagone, 5 marzo 2022

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