Ipoglicemia del neonato: miti e realtà

Ipoglicemia del neonato: miti e realtà

Ipoglicemia del neonato: miti e realtà

“Mi raccomando, non far passare più di 3 ore fra una poppata e l’altra, altrimenti tuo figlio potrebbe rischiare l’ipoglicemia!”

Può capitare che a una mamma che ha partorito da poco venga fatta questa raccomandazione, causando ansia e insicurezza. CI sono genitori che nelle prime settimane si sono messe la sveglia la notte per non correre il rischio di causare questo pericoloso evento nel loro bambino!

Ma quanto questo rischio è reale, e come fare per prevenirlo davvero?

Che cos’è l’ipoglicemia del neonato

Il termine ipoglicemia si riferisce a un basso contenuto di glucosio nel sangue. Il glucosio è uno zucchero ed è la principale fonte di energia per l’organismo.

In tutti i neonati, umani e animali, è fisiologico un transitorio calo del glucosio nel sangue, fa parte dell’adattamento alla vita extrauterina e non provoca sintomi. Il neonato sano, nato a termine, non sottoposto a stress, compensa bene questa fluttuazione fisiologica degli zuccheri nel suo sangue, e non è necessario alcun intervento.

Molti fattori incidono sul tasso di zuccheri nel sangue del neonato: la glicemia materna al momento del parto, il peso del neonato, la temperatura ambientale e il confort del bambino, il contatto pelle a pelle, e soprattutto la precocità e frequenza con cui riceve il colostro.

Alcuni studi mostrano che se il bambino non viene separato dalla sua mamma, riceve un contatto pelle a pelle precoce, e ha la possibilità di accedere al seno quando e quanto vuole, assumendo liberamente il colostro, questo calo di zuccheri è molto più contenuto; tuttavia, se il bambino è allattato al seno, in realtà si è visto che anche se avviene che faccia un intervallo insolitamente lungo fra due poppate, il neonato allattato al seno è capace di una buona compensazione e non va in ipoglicemia.

Ma quali sono i valori limite, al di sotto dei quali ci si dovrebbe preoccupare?

Uno dei problemi per inquadrare questa questione è il fatto che non ci sono definizioni univoche e concordanza sui valori attesi e quelli accettabili di livello di glucosio nel sangue, e anche le metodiche per esaminare questi valori sono diverse fra loro e con differenti livelli di precisione nelle misurazioni. Questo fa sì che ogni ospedale, ogni punto nascita, abbia le sue diverse linee guida in base alle quali regolarsi.

Falsi allarmi

Se è certamente importante monitorare attentamente la glicemia del neonato prematuro, piccolo per la data gestazionale, o con qualche patologia, non ha senso monitorare sistematicamente, come in molti punti nascita avviene, il livello di glucosio dopo la nascita, nei neonati sani, a termine, senza sintomi, allattati al seno. Questo, tenuto conto anche dei falsi positivi, e della varietà di parametri utilizzati per decidere quale calo sia “normale” nel neonato, causa una serie di conseguenze che vanno oltre il semplice generare ansia. Infatti, molto spesso un glucosio “troppo basso” innesca per reazione un intervento di allontanamento del neonato dalla mamma e la somministrazione di formula per lattanti o glucosata (acqua e zucchero), il che a sua volta può causare reazioni a catena, oltre a costituire un ostacolo al buon avvio dell’allattamento al seno.

La ABM (Academy of Breastfeeding Medicine) ha redatto un protocollo per il monitoraggio e la gestione dell’ipoglicemia neonatale. Riguardo alle modalità di monitoraggio, afferma: “Lo screening per il glucosio dovrebbe essere attuato solo per i neonati a rischio e per quelli che mostrano segni clinici compatibili con un quadro di ipoglicemia. L’allattamento precoce non dovrebbe essere impedito solamente perché il neonato presenta segni compatibili con la necessità di monitoraggio del glucosio”.  

In effetti, non separare il bambino dalla mamma, non stressarlo e favorire l’allattamento al seno è anzi la terapia di elezione per il bambino ipoglicemico. Come afferma il dottor Jack Newman, uno dei massimi esperti mondiali di allattamento al seno, “Non c’è ragione per un bambino a rischio di ipoglicemia (es. figli di madri diabetiche) di essere automaticamente trasferito alle unità di cure speciali. Dovrebbe stare invece con la madre, pelle a pelle, essere nutrito a richiesta e lo staff infermieristico dovrebbe aiutare assicurandosi che il bambino poppi bene al seno. Colostro espresso può essere dato al neonato con un cucchiaio, una siringa o un dispositivo di alimentazione supplementare messo al seno”.

La glucosata in particolare è una scelta inappropriata, considerando che il colostro contiene il 6,4% di lattosio, il 2-3 % di proteine e il 3% di lipidi (55 Kilocalorie per dl) a fronte del solo 5% di zucchero nella glucosata (appena 20 Kcl/dl).

Conclusioni

La diatriba sull’ipoglicemia è futile perché basata su generalizzazioni. Non c’è motivo di preoccuparsi di una possibile ipoglicemia in un neonato sano nato a termine, ben nutrito ed idratato, allattato esclusivamente al seno, solo perché occasionalmente si fa una dormita di 6 ore. Diversa è la situazione per il neonato a rischio (perché prematuro, malato, o con un allattamento che sta stentando a decollare), che tende a dormire molto e poppare poco, in cui anche un intervallo di 4 ore può essere poco e che va svegliato attivamente e a cui va offerto il seno o il latte in altro modo.

Quindi tutto sta alla valutazione individualizzata della situazione, con cura ma senza allarmismi.

Betty Crase in Questo articolo alla fine conclude: “Per tutti i neonati a termine, nello studio di Hawdon, il fattore con maggior influenza sul valore del glucosio nel sangue è stato l’intervallo fra le poppate, con il raggiungimento dei valori più bassi quando gli intervalli erano prolungati. Intervalli fino a otto ore fra le poppate però non erano collegati a concentrazioni eccessivamente basse di glucosio nel sangue. Fra i neonati con i livelli più bassi di glucosio nel sangue, quelli allattati al seno hanno dimostrato di avere un efficace meccanismo di compensazione.”

In conclusione, bisogna essere ben consapevoli che un bambino che dorme a lungo va valutata la situazione e controllato che si stia alimentando a sufficienza, e non sia sonnolento per malnutrizione; quindi se ci sono dubbi di malnutrizione va svegliato, ma non solo per il rischio ipoglicemia ma prima di questo per l’idratazione e per tutto il resto che nel colostro gli è necessario.

Dire invece che tutti i neonati allattati al seno a richiesta debbano essere svegliati ogni 3 ore a prescindere, per non rischiare l’ipoglicemia, è inutilmente ansiogeno, e ancora più inutile è preoccuparsi di una pausa più lunga delle altre fra le poppate, quando l’allattamento è ben avviato.

Il bambino deve stare con la sua mamma, avere libero accesso al seno, e avere una suzione valida: questo è tutto ciò che conta non solo per prevenire l’ipoglicemia, ma anche per mantenerlo idratato, ben nutrito e in buona salute.

Antonella Sagone, 20 agosto 2022

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