Gli integratori in allattamento sono necessari?

Gli integratori in allattamento sono necessari?

Gli integratori in allattamento sono necessari?

Va al lavoro tutti i giorni, poi fatica anche in casa, e magari ha più bambini a cui pensare e i genitori anziani da accudire. Ma se non sta allattando, mai che ci si preoccupi di suggerire a una donna degli integratori. Ma se allatta, ecco subito tutti a raccomandare una quantità di prodotti per “rimpiazzare” le vitamine e i sali minerali che si presumono persi attraverso il latte. Ci si preoccupa soprattutto per il calcio e il ferro, ma anche per una quantità di altre sostanze. Si teme spesso che anche il latte possa essere “carente” se non si integra.

Ma quanto è vero tutto questo? La donna che allatta davvero si depaupera così facilmente? Il latte materno è davvero così esposto al rischio di carenze?

Allattare è fisiologico

La tendenza attuale è di assimilare ogni stato di cambiamento dell’organismo a una malattia, o quanto meno a un periodo delicato in cui il corpo è più esposto al rischio di ammalarsi. Gravidanza, allattamento, ma anche pubertà, menopausa e così via, incorporando sempre più fasi della vita come condizioni “a rischio”. La quantità di esami e terapie preventive, incusi appunto gli integratori, ha avuto un aumento esponenziale in gravidanza e in allattamento negli ultimi 20 anni. E quando una donna ha già passato la sua gravidanza sottoponendosi a controlli ed analisi settimanali e assumendo questo e quell’integratore per prevenire una quantità di spaventose patologie, diventa naturale pensare che anche dopo il parto, se si allatta, il corpo non sia in grado di produrre tutte le sostanze di cui il bambino ha bisogno attraverso il latte, o che questo possa avvenire solo al prezzo di un disastroso depauperamento delle proprie riserve.

Ma gravidanza e allattamento non sono malattie. Sono anzi momenti di grande potenzialità di salute. Durante l’allattamento il metabolismo è potenziato, il corpo materno assorbe di più i nutrienti, per cui in assenza di altre situazioni patologiche non necessita di un maggiore apporto di vitamine o altre sostanze, ma solo di circa 250 calorie in più (dopo i primi mesi di allattamento, potrebbero non servire nemmeno quelle). Non imputiamo all’allattamento colpe che non ha. Considerate che per le nostre antenate allattare era la conseguenza fisiologica del parto, serviva peraltro a non perdere sostanze preziose invece con le mestruazioni ogni mese, che causa perdite significative di ferro, zinco e altro a chi non allatta… perché non si danno integratori alle donne mestruate?

Consideriamo che se la natura non ci avesse dotate di meccanismi di compensazione, la nostra specie si sarebbe estinta da tempo! Un’alimentazione sana e variata in condizioni di normale salute è in grado di garantire tutti i nutrienti e le sostanze che servono per produrre un latte adeguato e mantenere la mamma che allatta in buona salute.

Questo non significa che gli integratori non vadano mai dati. Esistono situazioni in cui occorre un aiuto all’organismo, a causa di condizioni specifiche o di eventi subiti (per esempio, un parto prematuro o una forte emorragia post parto). E a volte gli stili di vita (pensiamo ad esempio alla scarsa esposizione al sole a cui ci costringe a volte la vita di oggi, impedendo la sintesi della vitamina D) ci portano alla necessità di assumere integratori, per noi stesse o per il bambino allattato. Ma questa valutazione andrebbe fatta caso per caso, dal medico curante, in base a un esame diretto e a seguito di eventuali accertamenti volti a verificare se c’è realmente una carenza, in modo da poter prescrivere gli integratori solo quando e quanto siano necessari.

Non tutto ciò che ingeriamo va nel latte

Dobbiamo anche sapere che non tutto ciò che la mamma ingerisce va a finire automaticamente nel latte che produce. La sintesi del latte è un processo sofisticato in cui avviene una selezione delle sostanze e una trasformazione attiva, e il prodotto finito, il latte, si mantiene entro determinati parametri, per cui ad esempio la quantità di ferro o di calcio presente nel latte è fissa e non può aumentare oltre una certa soglia. Se la mamma prende integratori di ferro, per dire, quando non ne ha bisogno, il ferro nel latte non aumenterà di una virgola, mentre lei si troverà a dover gestire un eccesso di questo minerale, con le spiacevoli conseguenze che comporta un iperdosaggio.

Il latte materno è il fulcro della sopravvivenza della specie, quindi la sua adeguatezza ha la priorità su ogni altro aspetto. Questo significa che solo in condizioni estreme (di grave malnutrizione, come può verificarsi nelle popolazioni in stato di carestia o in una donna anoressica) il latte comincia a ridurre il suo contenuto di proteine o di nutrienti. Ma certamente, se ci si alimenta in modo seriamente carente, potrebbero verificarsi carenze nel latte, che vengono compensati sottraendo le sostanze all’organismo della mamma, finché ciò è possibile.

In conclusione, quindi, se la mamma è in salute, ha un sano stile di vita e si alimenta in modo vario e con cibi poco trattati, non ha da temere alcuna carenza nel suo latte o per la sua salute. Assumere integratori vitaminici a caso non aggiungerà nulla alla qualità del suo latte, che sarà già perfetta. Se invece la mamma trascura la sua alimentazione, il suo latte sarà sempre adeguato ma lei potrebbe soffrire di qualche carenza. Solo in casi estremi le sue carenze possono ripercuotersi sulla qualità del latte materno. Questo può avvenire in rari casi per quanto riguarda la vitamina D, il ferro o la B12. Vediamo quindi ora caso per caso questi aspetti, relativamente agli integratori più consigliati durante la gravidanza e l’allattamento.

Il ferro e l’anemia

Il metabolismo del ferro si basa su diversi aspetti: il ferro in circolo nel sangue e quanto è assimilabile (dipende dal tipo di molecola e dalla presenza di elementi che ne favoriscono l’assorbimento, come la ferritina, la vitamina B12 e la vitamina C). Inoltre un altro fattore importante sono le scorte di ferro che il bambino ha accumulato durante la gravidanza, nonché le eventuali perdite di ferro (causate ad esempio da emorragie o anche dall’infiammazione della mucosa intestinale).

Il latte materno contiene un ferro molto assimilabile, accompagnato da ferritina B12 e vitamina C, quindi allattare è il modo ottimale di prevenire l’anemia nel bambino.

Solo se la mamma è gravemente anemica, con sintomi di debolezza, giramenti di testa, eccetera, avrebbe senso che prendesse integratori di ferro per far aumentare il ferro nel latte. In condizioni normali, la quantità del ferro nel latte viene assicurata automaticamente ed è fissa, e se la mamma prende più ferro va nei suoi tessuti o le causa disbiosi intestinali, facendo danni a lei, ma non va nel suo latte.

Spesso si incolpa l’allattamento se il bambino è anemico, pensando che il latte materno sia carente in sé (o si impoverisca col passare dei mesi), e si consiglia di svezzare. Sarebbe saggio, in realtà, accertare con analisi se il bambino ha carenza di ferro, piuttosto che lanciarsi in integrazioni non necessarie e per questo dannose. Svezzare prematuramente,

  1. non renderà il bambino più mangione di prima
  2. priverà il bambino del cibo più nutriente che ha attualmente a disposizione
  3. Il cibo solido non risolverebbe una vera carenza, che va in tal caso compensata con integratori.

L’apporto di ferro nel neonato viene fornito inizialmente da:

  1. latte materno
  2. scorte di ferro

In questa prima fase, all’incirca 6 mesi, il ferro si ricava quindi in una quota dal latte, e per il resto si consumano pian piano le scorte di ferro ricavate dal sangue fetale che il bambino ha al momento della nascita (e che se non si taglia il cordone troppo presto, sono più che sufficienti per almeno 6 mesi se non più).

Verso la metà del primo anno (un po’ meno o un po’ più) le scorte finiscono; e quindi a quel punto il ferro si ricava da:

  1. latte materno (esattamente come prima)
  2. cibi solidi (che quindi devono essere ricchi di ferro e accompagnati da vitamina C, come quella che si trova ad esempio nelle verdure a foglia verde).

Quindi non è che dopo i sei mesi non basta più il latte materno, non bastano più le scorte!

Questo discorso vale altrettanto per i bambini alimentati artificialmente. Anche la formula contiene ferro (in quantità maggiori del latte materno, perché si assimila molto meno!). E non è che dopo i sei mesi ce n’è di meno, c’è sempre lo stesso quantitativo di ferro (come nel latte umano c’è sempre lo stesso quantitativo di ferro). Ma il bambino a sei mesi deve cominciare anche in quel caso a mangiare cibi solidi oltre la formula; perché anche in quel caso le scorte del suo organismo stanno finendo.

Quindi i cibi solidi vanno non a sostituire il latte materno, ma ad affiancarlo per fornire quel plus di ferro che le scorte endogene non danno più.

Il calcio e la vitamina D

La vitamina D svolge una funzione centrale nella salute dell’organismo. Oltre al suo ruolo ben noto nel metabolismo del calcio, così importante per la salute delle ossa, ha un ruolo importantissimo per il buon funzionamento della tiroide, e probabilmente anche per la salute del sistema nervoso.

Calcio e vitamina D sono cruciali nei primissimi anni per la prevenzione del rachitismo.

L’apporto principale di vitamina D proviene dalla sintesi sotto pelle, quando questa è esposta al sole. La vitamina D arriva al neonato attraverso il latte della mamma; però se la mamma è carente, è carente anche il latte. Dato che il rapporto fra la concentrazione di vitamina D nel sangue materno e nel latte è molto variabile dipendendo da tanti fattori, e ancora di più è difficile quantificare quanta ne arriva al bambino (perché dipende dal volume di latte assunto, dal peso corporeo, dalla proporzione di latte grasso o meno che assume), il modo più semplice e sicuro di far avere al neonato la giusta dose è quello di integrare direttamente per tutti i neonati.

La mamma che allatta comunque non deve preoccuparsi di un rischio di carenza di calcio o di vitamina D per il solo fatto di allattare: il metabolismo del calcio è potenziato nella donna che allatta e così la salute delle sue ossa, contrariamente a quanto si pensa, viene protetta e perfino potenziata a seguito di un periodo di allattamento al seno. 

La vitamina K

Il problema della vitamina K è complesso e deriva anche dal fatto che il modo di partorire e di nutrire i bambini nei primissimi giorni è ormai molto lontano dalla fisiologia. Tanti fattori contribuiscono alla carenza di vitamina K, ad esempio un parto troppo asettico (cesareo, parti vaginali troppo “disinfettati”), taglio precoce del cordone, distacco fra mamma e bambino dopo il parto, mancata assunzione del colostro entro mezz’ora dal parto, non allattamento o allattamento ostacolato nei primi giorni.

La vitamina K viene prodotta dai batteri presenti nell’intestino, e il neonato quando nasce deve costituire il suo microbioma intestinale. Spesso i fattori elencati sopra fanno sì che questo processo sia rallentato o che il bambino venga colonizzato da batteri diversi da quelli previsti, cioè da batteri patogeni ospedalieri. Questo è ovviamente un rischio, non una certezza, ma data la situazione a livello di raccomandazioni sanitarie si preferisce somministrare la vitamina K a tutti i neonati.

Una volta a casa però, e con un allattamento al seno esclusivo e a richiesta ben avviato, non c’è ragione di continuare a somministrare al neonato la vitamina K, salvo ragioni mediche che solo il pediatra dovrà valutare.

Per approfondire il discorso della vitamina K, potete vedere questa FAQ.

Le diete vegetali e la B12

Questa vitamina svolge un ruolo cruciale nella salute del sistema nervoso, oltre ad avere anche una funzione importante nel metabolismo e nell’utilizzo del ferro e quindi nella prevenzione delle anemie. La carenza di B12 è subdola e causa danni irreversibili al sistema nervoso ma è inizialmente asintomatica, per cui quando si diagnostica la patologia in presenza di sintomi (tremori, disturbi della memoria eccetera) il danno è già avvenuto. Una donna carente di B12 ma senza sintomi espone in gravidanza il feto a un grave rischio di danni neurologici; lo stesso può avvenire quando allatta esclusivamente al seno, se il bambino e/o la mamma non assumono l’integratore.

Come la vitamina K, anche la B12 viene prodotta da batteri che sono presenti nell’intestino ma soprattutto nel terreno. In natura, gli erbivori assumono la B12 brucando in terra e i carnivori mangiando gli erbivori. Nel nostro stile di vita, in cui i vegetali ci arrivano già lavati e viviamo in case in cui la sanificazione sta diventando sistematica, le fonti di B12 si sono estremamente ridotte; persino negli animali da allevamento ci può essere carenza di questa vitamina, in quanto nella stragrande maggioranza dei casi non sono cresciuti sul terreno, ricevono mangime preconfezionato e antibiotici, che alterano il loro microbioma intestinale. Per questo motivo, la B12 che l’essere umano onnivoro ricava dalla carne è a sua volta stata assunta dall’animale sotto forma di integratore.

In conclusione, le diete strettamente vegetali, come la dieta vegana, se varie e bilanciate sono adeguate a fornire tutti i nutrienti necessari alla salute. Tuttavia, nella nostra vita così “igienizzata” e lontana da quella dei nostri progenitori, queste diete possono essere carenti di B12. Pertanto le madri che si alimentano in modo esclusivamente vegetale dovrebbero assumere la B12 regolarmente, per la loro salute e per quella del bimbo allattato.

Conclusioni

Una madre sana, che si nutre in modo ricco e variato, che non ha subito emorragie al parto, e che allatta un neonato sano e nato a termine, a cui non è stato tagliato troppo in fretta il cordone ombelicale, non ha generalmente bisogno di alcun integratore, né ne ha bisogno il bambino allattato.

Le carenze materne sono rare e dipendono da altri fattori, e non dal fatto di stare allattando. Quindi assumere integratori (alcuni dei quali sono molto costosi!) per “migliorare il latte” è inutile e non ha alcun senso. Se il medico sospetta una carenza nella mamma o nel bambino allattato, in base a sintomi o altri elementi collaterali, la cosa opportuna è fare le analisi per verificare la presenza è l’entità delle carenze presunte, e a quel punto prescrivere integratori mirati.

Antonella Sagone, 28 novembre 2020

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