Qualcuno volò sul nido del vegan – II

Qualcuno volò sul nido del vegan - II parte

GIORNO DUE

Alba

Mi sveglio al gracchiare di uno stormo di corvi, con la fastidiosa sensazione di aver sognato delle pecore. Era un sogno su di me, pecorella smarrita? O una severa allusione alla faccenda della ricotta?

Mi alzo alle sei e mezza, in cerca di espiazione.

Arriva Miss Marple

La volontaria che passa sempre per i corridoi ad offrire conforto è non vedente. Almeno, penso, con lei non dovrò dare spiegazioni sul limone spremuto nella minestra, o sul mazzolino di prezzemolo amorevolmente sistemato in una bottiglia d’acqua sul tavolino da pranzo…

Invece mi sbaglio. Oggi, a sorpresa, chiede se qualcuno ha da prestarle una busta di plastica. “Ce l’ho io!” esclamo aprendo lo stipetto, senza ricordarmi del solito broccolo.

“Che cos’e’ quest’odore? ” chiede subito, facendosi sospettosa.

“È la mia frutta”, tento io. “No, No, è qualcos’altro”. “Allora è il mio pane fatto in casa, vuole assaggiarlo?” faccio io, mettendoglielo sotto il naso, in un patetico tentativo di depistaggio.

“No, No, è come un odore di AVANZI, di qualcosa di cucinato”, insiste infallibile la inesorabile missionaria. “Forse viene da fuori”, mi viene inaspettatamente in soccorso la mia nuova compagna di stanza, anche lei non vedente (ironia della sorte!) e già resa complice delle mie perversioni vegetali.

Mentre la volontaria se ne va subdorando chissà cosa, io mi riprometto di verificare appena possibile lo stato di fermentazione del mio beneamato broccolo.

Riprendiamoci le zucchine!

A sorpresa, per pranzo ritrovo la solita brodazzina con pastina scotta. Il “pezzo forte” è un poderoso pezzo di formaggio Brie (alla faccia della dietetica!) e il solito contorno virtuale (due cucchiai) di verdure, zucchine questa volta.

Alla mia compagna, involtini al sugo e zucchine, esattamente il DOPPIO delle mie. Questo è troppo!

Resa impulsiva dall’assenza definitiva di legumi, esco con fare battagliero dalla stanza e sfodero tutte le mie arti per muovere a pietà il povero infermiere ausiliario, con buoni risultati: un anonimo piatto di involtini rimane orfano delle sue zucchine, e io torno in stanza trionfante con la mia porzione di verdure.

Ora come rendere commestibile la sbobba? Nonostante ormai a secco di lenticchie, non mi arrendo, e tiro fuori la mia arma segreta, una scatola di cous cous. La pastina finisce nel wc e viene rimpiazzata dal magico preparato, il quale precipita sul fondo del torbido e tiepido brodino.

Dopo un quarto d’ora è ancora lì, un po’ seccato dell’ingiusto trattamento.

Ricopro la ciotola fingendo di dimenticarmene e mi dedico a triturare spicchi d’aglio sulle zucchine. Alla fine, quando ne ho mangiate già la metà, il cous cous più per noia che per convinzione decide di gonfiarsi ed io mi ci avvento con passione, armata di prezzemolo e di peperoncino. Un po’ del famigerato broccolo, condito a insalata, e una fetta di pane d’avena con salsa di tofu completano il “fero pasto”.

Sono appena al secondo giorno e già ho dato fondo alle mie risorse: che ne sarà di me?

In extremis…

…nel pomeriggio arriva la salvezza, sotto forma di un avanzo d’orzo integrale che mio marito ha recuperato dal frigo di casa. Anche per stasera l’ennesima brodazzina troverà la sua redenzione. Inoltre ottengo anche un’altra cosa, che nei miei piani dovrebbe compensare, alla lunga, la carenza di legumi. Sì, perché presa dal panico per l’esaurimento di scorte, ho chiesto a mio marito (rigorosamente non-vegan) di portarmi il barattolo delle lenticchie, con il perverso proposito di farle germogliare.

“Ma poi te le mangi secche così?” mi ha chiesto lui sgomento, ma ormai pronto a sentire da me qualunque pazzia, e rassegnato ad assecondare anche le più folli richieste.

Gli spiego i miei progetti; ciò non modifica affatto l’espressione della sua faccia.

Avevo il frigo e non lo sapevo

Faccio una cena quasi umana. Dopo la solita operazione di metamorfosi della brodazzina, più l’insperata sorpresa, accanto all’immancabile formaggio, di una porzione di cardi che mi commuove fino alle lacrime, mi gusto persino il dolce – la famosa Torta Sbrisolona, che finalmente è tornata all’ovile.

A questo punto sono in uno stato di illuminazione mistica, e preda di visioni e sentimenti di amore e benevolenza per l’umanità tutta. E’ in questo stato trascendente che improvvisamente capisco di aver trovato la soluzione per il mio broccolo (e per l’orzo avanzato dei miei avanzi), e fisso improvvisamente la serranda della mia finestra con nuovi occhi.

E’ del tipo che si può spingere in avanti. Così, in meno di cinque minuti, i miei tesori più preziosi sono imbustati in un sacchetto di plastica e sospesi all’asta della serranda con un solido nodo da marinaio. Siamo al decimo piano, ma non importa; a noi le altezze non ci fanno paura.

TERZO GIORNO

E quelle che sono?

Mi svegliano alle sei i rumori di inizio giornata e, presa dal panico di essere scoperta, mi affretto a ritirare il mio sacchetto pensile, con la complicità delle tenebre ancora profonde. Poi lancio uno sguardo amorevole alle lenticchie che già si stanno inturgidendo e dò loro un’altra bagnatina, e via, affronto il nuovo giorno. Sentendomi molto furba, le ho messe in un piatto di legno e coperte con uno scottex. Inutile dire che esattamente ogni volta che le tiro fuori per sciacquarle o le scopro per un attimo, entra qualcuno – ausiliari, infermieri, persino un neurochirurgo di passaggio – e ognuno di loro mi chiede: “E quelle che sono?!?!?”.

Viva la dietologa!

Oggi grandi conquiste. Prima passano i medici e decretano che le mie analisi sono buone (tiè!), e che da domani in poi ogni giorno sarà buono per operarmi. Sostanzialmente per ora mi metteranno “in riserva”, che vuol dire che se gli avanza tempo mi operano.

E poi, finalmente arriva una dietologa per mettere a punto meglio la mia dieta. Io mi ero preparata, scegliendo la linea dura: affermare di essere vegetariana stretta per scelta etica (in modo da troncare sul nascere eventuali dissertazioni “scientifiche”); e di prendere integratori, così da attenuare la loro disapprovazione.

Invece non ho nemmeno bisogno di lottare: mi viene promesso il paradiso, ovvero ad ogni pasto pastasciutta o minestra, 1 porzione di verdure cotte, 1 di crude, 1 di legumi.

Estasi!

“Non le garantisco di fare in tempo per il pranzo, ma per la cena senz’altro”, dice la dietologa, e io annuisco comprensiva, e ignara della mia sorte come un vitello all’ingrasso.

O Natura, Natura! Perché prometti all’uom?

Sono di ottimo umore: una mia amica, impietosita, mi è venuta a trovare lasciandomi in dono una grossa busta piena di ogni ben di Dio: carote, prezzemolo, lenticchie e – le mie preferite! – le cime di rapa in padella. In più, sta arrivando la mia cena, che si prospetta anch’essa grandiosa.

Infatti l’ausiliario mi pone sul tavolo un vassoio degno di un pascià: i piatti sono coperti, ma sono ben tre e a una sbirciata preliminare rivelano, oltre all’immancabile brodazza, una scodellona di fagioli e due diverse verdure.

“Signora, lei non mangerà tutto questo”, dice il tipo con tono di assoluta certezza.

“Infatti – dico io con senso di trionfo – credo che stasera la minestrina la lascerò”.

“No, si sbaglia – dice allora il Mefistofele – è la sola cosa che mangerà, perché lei è in Riserva”. E ciò detto, mette la brodazza sul tavolo, e si riprende il vassoio col resto, andandosene via in preda ad un evidente godimento sadico.

Dei successivi minuti non ricordo molto, ma mi trovo più tardi in piedi accanto al tavolo, esattamente nella stessa posizione, mentre la figlia della mia vicina di letto (che non ricordo di aver visto entrare) mi sta spiegando la prassi subita dalle “Riserve”, con dovizia di particolari raccapriccianti.

Con le spalle al muro

A lei si unisce la signora napoletana (la responsabile della crostata dell’altra sera), e ben presto apprendo che:

1) chi è in riserva consuma una cena frugale (brodazzina) e poi resta a digiuno finché non viene operato o si capisce che per quel giorno non lo sarà (in genere in tarda mattinata);

2) dalla mezzanotte in poi non può neanche bere;

3) La cosa peggiore: dopo che è andato in sala operatoria, sostanzialmente “perde il posto”, e quindi tutto ciò che di suo si trova in stanza viene raccolto e messo via in un bustone, perché il letto e il comodino vanno disinfettati e rimessi a nuovo per altri pazienti; l’operato passerà dei giorni in terapia intensiva e poi verrà riportato in corsia in una nuova stanza.

Immediatamente ho la visione di un gruppo di ausiliari, guidati dal fiuto infallibile della non-vedente, che spalancano lo stipetto trovando, oltre al broccolo ormai sbocconcellato, dosi avanzate di cime di rapa e di lenticchie tali da sfamare l’intero reparto; mentre un medico tirocinante esamina perplesso le mie lenticchie germogliate.

Passo la sera in uno stato maniaco-depressivo, senza riuscire a prendere alcun provvedimento, tranne – con profondo dolore – liberarmi delle cime di rapa e dell’ormai troppo olfattivamente compromettente broccolo.

Dormo sonni agitati, sognando di essere in un museo paleontologico e venire ripetutamente morsa (anche se con una certa delicatezza) da miti Plesiosauri (dinosauri vegetariani).

Leggete qui la terza e ultima parte.

Antonella Sagone – 20 gennaio 2022

One thought on “Qualcuno volò sul nido del vegan – II”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.