E se il mio latte fosse inquinato?

E se il mio latte fosse inquinato?

E se il mio latte fosse inquinato?

L’ennesimo allarme che parla di come gli inquinanti possano essere rinvenuti nel latte materno mi offre l’occasione di fare una serie di riflessioni sull’inquinamento ambientale, sul concetto di valutazione dei rischi e dei benefici, e sulle responsabilità dei mezzi di comunicazione di massa.

In un articolo de Il fatto alimentare si punta il dito sui PFAS (sostanze perfluoroalchiliche). Si tratta di una classe molto numerosa (migliaia) di sostanze, non presenti in natura ma create sinteticamente, che vengono usate come rivestimento antiaderente nelle padelle (teflon), come impermeabilizzanti per i tessuti, come insetticidi, come schiume antincendio, vernici, rivestimenti di contenitori alimentari, detersivi, cera per i pavimenti e molte altre applicazioni. Hanno la proprietà di essere impermeabili, resistenti al fuoco e molto stabili. Ma sono proprio questi “pregi” che rendono tali sostanze difficilissime da smaltire e degradare, per cui tendono ad accumularsi nell’ambiente e nella catena alimentare.

Numerosi studi hanno dimostrato la nocività dei PFAS per la salute umana, specialmente se l’esposizione è elevata e prolungata nel tempo. Infatti si tratta di interferenti endocrini: alterano cioè il funzionamento del nostro sistema neuro-endocrino immunitario, esponendoci così al rischio di tumori, malattie endocrine, malformazioni nel feto, colite ulcerosa, ipercolesterolemia, ipertensione e diabete gravidico. Per questo motivo le più comuni fra queste sostanze, PFOS e PFOA, sono state già da molto tempo vietate.

Cosa dice la ricerca

Gli studi sulla pervasività degli PFAS sono molto numerosi. Da queste ricerche si evince che la diffusione di queste sostanze così nocive e persistenti è pervasiva, cioè è dappertutto. sono ormai ovunque nell’ambiente e si trovano nell’aria sotto forma di microparticelle, nell’acqua, nelle falde acquifere, nel terreno, nel latte delle mucche (e di conseguenza prodotti caseari e carni bovine), nel mare e quindi in alta concentrazione nei pesci, e da lì li ritroviamo nel cibo che assume la donna in gravidanza o in allattamento, ma anche nelle formule per lattanti, nei cibi per l’infanzia come omogeneizzati e cereali per la colazione, e così via.

I bambini possono assorbire dalla madre queste sostanze in utero e attraverso il latte materno, ma ugualmente se non di più dall’artificiale, dai cibi per bambini, e direttamente dall’acqua e dall’aria.

L’articolo divulgativo de Il fatto alimentare si riferisce a un recente studio che è stato effettuato negli Stati Uniti. Questo studio non è allarmistico come l’articolo che lo riprende, ad esempio rileva che PFOS e PFOA (le sostanze vietate) sono in costante diminuzione in tutti campioni testati, rispetto a qualche anno fa. Ma fa notare anche che se continuasse la tendenza delle industrie a sostituire semplicemente le sostanze proibite con nuove sostanze (ancora tutte da testare sul campo), fra qualche anno ci si potrebbe trovare con valori al di sopra della soglia tollerabile per la salute umana, dato che tracce delle nuove sostanze tendono a raddoppiare la loro presenza nel sangue ogni 4 anni circa. Pertanto, lo scopo degli scienziati non è di gettarci nello sconforto, ma di sollecitare, per le nuove molecole, provvedimenti analoghi a quelli che hanno vietato i precedenti PFAS.

L’allarmismo dei media

Disgraziatamente i media sono interessati a conquistare la maggiore attenzione possibile, il maggior numero di visualizzazioni e di reazioni, perché è questo che permette alle testate di valorizzarsi e monetizzare gli spazi pubblicitari al loro interno. Di qualsiasi ricerca verranno estrapolati ed enfatizzati gli aspetti più negativi, estremi, allarmanti o semplicemente bizzarri, tralasciando le sfumature, gli aspetti positivi, le riflessioni costruttive e realistiche.

Inoltre spesso i fatti vengono ridefiniti e rimodellati per rientrare in una visione ideologica della realtà, per “portare acqua al mulino” dei pregiudizi, per rafforzare gli stereotipi e le polemiche, perché anche questo crea consenso e convoglia attenzione.

Ecco perché, di una notizia che rileva la presenza di inquinanti nel latte materno, non si enfatizza il problema dell’inquinamento, bensì quello dell’allattamento.

L’articolo de Il fatto alimentare, dopo aver fatto un parallelo fra la situazione statunitense e quella delle aree a maggior rischio ambientale del territorio italiano, commenta: “Considerando che l’allattamento esclusivo al seno è raccomandato per i primi mesi di vita dei neonati, preoccupa l’idea che la loro unica fonte di cibo sia contaminata da queste sostanze e quali effetti possano avere sul loro sviluppo”. Una donna che allatta, leggendo queste righe, e specie se abita in un’area inquinata, penserà che sia il latte materno a concentrare il maggior numero di inquinanti, proprio perché il bambino sta assumendo “solo” quello. Forse sarebbe meglio che l’allattamento non fosse esclusivo? O magari meglio dare al bambino solo alimenti sostitutivi più “sicuri e controllati”? Questo l’articolo non lo dice (meno che mai la ricerca, che invece enfatizza come i PFAS siano ovunque): ma lo suggerisce fra le righe.

Non solo nel latte materno

Quando nel 1986 si verificò la catastrofe di Chernobyl, le associazioni ambientaliste, allora minoritarie e per lo più inascoltate, lanciarono un allarme riguardo alla diffusione degli isotopi radioattivi, diffusi nell’atmosfera e provenienti dal reattore che bruciava. Per mostrare fino a che punto erano penetrati anche nel nostro organismo, non trovarono di meglio che gridare al mondo che isotopi dello iodio radioattivo erano stati rinvenuti persino nel latte materno… e ricordo la mia disperazione di allora, mentre cercavo di controbattere agli allarmismi spiegando che gli altri alimenti, comprese le formule sostitutive, non erano meno contaminati, e che le proprietà protettive del latte umano lo rendevano comunque la scelta migliore anche in quelle eccezionali circostanze.

Da allora periodicamente i media lanciano allarmi su questa o quella sostanza inquinante, sempre rinvenuta nel latte delle madri.

Ma sapete perché la maggioranza degli studi sugli inquinanti punta il dito sempre e solo sul latte materno? Semplicemente perché è il modo più rapido, semplice ed economico di testare l’assorbimento degli inquinanti nell’organismo umano. Si potrebbe analizzare il sangue, ma toccherebbe fare il prelievo, il che è diciamo più cruento e rende più impegnativo e difficile trovare volontari; si potrebbe analizzare lo sperma, ma sarebbe più imbarazzante e ancora più arduo sarebbe trovare uomini disposti a fornire i campioni… inoltre non viene in mente a nessuno di testare quest’ultima ipotesi, perché la qualità dello sperma umano è un altro tabù da non toccare! E quindi niente di più facile che utilizzare un tiralatte: le donne, così pronte a temere qualche difetto nel loro latte, così attente sempre alla salute dei loro piccoli, sono prontamente disponibili a sottoporsi ai test.

Inoltre l’idea della contaminazione del latte materno, che colpisce proprio il cuore della sopravvivenza della specie, che minaccia i più teneri e indifesi, è un argomento di grandissimo impatto emotivo e quindi molto apprezzato dal punto di vista giornalistico e anche politico. Nessuno sembra curarsi del fatto che, come conseguenza di questo modo allarmistico di porgere i dati scientifici, ci saranno donne che sceglieranno di svezzare i loro figli, senza rendersi conto del fatto che l’inquinamento non è solo nel latte materno, ma ovunque.

Basta infatti andare sul motore di ricerca PubMed con parole chiave come PFAS o Pollution associato a Breast milk, Cow Milk, Formula milk eccetera, e si trovano tantissimi studi che mostrano la pervasiva penetrazione e persistenza ambientale di queste sostanze.

Ecco qualche link:

Questo studio mostra l’elevata concentrazione di PFOS nella formula, tanto più alta quanto più il bambino ne assume. Quest’altra ricerca mostra che i PFAS sono spesso presenti, anche se non in alte concentrazioni, nel latte di mucca.

invece quest’altro studio ha trovato che queste sostanze sono presenti in modo pervasivo, sia nel latte materno, che nelle formule per lattanti, che nel cibo per l’infanzia (cereali, omogeneizzati).

Il fatto che si dia ampia pubblicizzazione e si scrivano articoli divulgativi solo sul latte materno e non sulle altre fonti nutritive dei lattanti non significa dunque che questi studi non esistano, ma solo che i media fanno una scelta ben precisa su dove enfatizzare l’idea di rischio.

Che fare?

Ma allora, se nemmeno il latte materno si salva dall’inquinamento, cosa si può fare?

È davvero angosciante allattare pensando di dare al bambino qualcosa che può fargli male.

Tuttavia, le cose non stanno davvero così. Nel prossimo articolo vedremo perché il latte materno è sempre la scelta migliore, persino nei casi di contaminazione ambientale grave; e vedremo anche che le madri che allattano  possono fare moltissimo per minimizzare l’impatto dell’inquinamento sulla bontà del suo latte.

Se hai dubbi sulla qualità del tuo latte o hai bisogno di informazioni su uno specifico contaminante, puoi chiedere aiuto a una Consulente professionale in allattamento materno (IBCLC) richiedendo una consulenza qui.

Antonella Sagone, 5 giugno 2021

One thought on “E se il mio latte fosse inquinato?”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *