Guida gentile, la via dell’assertività e dell’amore

Guida gentile, la via dell’assertività e dell’amore

Guida gentile, la via dell’assertività e dell’amore

Non passa settimana che non mi imbatta in qualche articolo in rete che parla di disciplina e di educazione dei bambini. A volte l’articolo è chiaramente contro la cosiddetta disciplina dolce, additandola come la causa di tutti i mali odierni. In questi articoli si biasimano i genitori per una presunta mollezza, per un loro venir meno al ruolo di educatore, “concedendo tutto” ai loro figli e non abituandoli alle rinunce e all’obbedienza. Altre volte l’articolo è invece critico verso gli approcci autoritari e si fa promotore di una guida gentile, e in questo caso sono numerosi commentatori all’articolo ad assumere il ruolo di censori, scagliandosi contro il lassismo e la mancanza di severità.

Si accusano questi genitori di essere asserviti all’immatura volontà dei figli, di non avere spina dorsale, di farsi tiranneggiare, di dare ai figli troppa libertà, di non dire loro mai di no, causando nei bambini un senso di disorientamento morale perché si sentono non contenuti dai limiti che non gli vengono dati.

Ma che significa “troppa” libertà? Che significa “disorientamento morale”?

Qui si sta attaccando a parole la disciplina dolce, ma i fautori dell’autoritarismo hanno in mente un’idea di disciplina dolce che è sempre colorata della loro visione del mondo, una visione in cui le relazioni sono una faccenda di potere: o il potere lo detiene l’adulto, o lo detiene il bambino. Per loro “libertà” è l’antitesi di “controllo”. Una disciplina che non usa la violenza per loro è un abdicare il potere al bambino. Per loro il rispetto è una questione di riconoscimento del potere: il bambino deve “rispetto” all’adulto perché è adulto, detentore del potere a cui bisogna accondiscendere. Se l’adulto dichiara (come nella disciplina dolce) di voler rispettare il bambino, per il fautore dell’autoritarismo quell’adulto si comporta come se riconoscesse nel bambino l’autorità. Perché dà alla parola “rispetto” quel significato.

Per chi pratica veramente la disciplina dolce, il Sì e il No hanno una valenza di comunicazione di confini dettati dai bisogni reciproci e dalla sicurezza, benessere, eccetera, di tutti i membri della famiglia. Per chi pratica l’autoritarismo, Sì e No sono gli strumenti per definire chi decide, chi stabilisce e fa rispettare le regole, e chi deve invece obbedire: insomma hanno una valenza “gerarchica”. Sono sempre visti nell’ambito del gioco di potere, del “chi controlla chi”.

La confusione fra disciplina dolce e lassismo

A volte questo travisamento della disciplina dolce viene fatto anche da chi ci si avvicina e la vuole applicare, non avendola però sperimentata nella sua esperienza di vita. Così si pensa che disciplina dolce sia dire sempre di sì, abdicare il potere decisionale al bambino, non contrariarlo mai, non mostrarsi mai arrabbiati, incentrare tutto intorno al bambino. Siamo sempre dentro il paradigma del potere, semplicemente si è spostato l’ago della bussola dall’adulto al bambino. E si coltiva l’illusione che così facendo ci saranno sempre genitori felici e bimbi felici…

Oppure si legge la disciplina dolce come un “metodo” per controllare il bambino senza che lui ne soffra: cioè chi esercita il potere è sempre l’adulto, ma lo fa con dolcezza, spiegando, in modo affettuoso. Questa non è disciplina dolce ma è autoritarismo mascherato, manipolazione. Sono cambiati i modi, ma non l’obiettivo: fare in modo che il bambino faccia ciò che vogliamo noi e pensi come vogliamo noi.

Occorre invece proprio cambiare prospettiva, capire che per la disciplina dolce rispetto significa prima di tutto accettazione, ascolto, espressione non condizionata dei sentimenti (belli e “brutti”, del bambino come dell’adulto); significa adoperarsi perché i bisogni che sono dietro questi sentimenti trovino spazio e modo di essere soddisfatti per quanto le circostanze lo consentano.

E per la disciplina dolce libertà significa prima di tutto libertà dal giudizio, amore incondizionato che permette al bambino di essere se stesso, di esprimere pienamente il suo potenziale senza pensare di dover essere o fare diversamente per essere amato. Non significa non avere limiti, ma significa costruire insieme le regole allo scopo di trovare modi di convivenza che permettano la piena espressione di sé nel rispetto dei bisogni reciproci, e non perché c’è chi ha più potere di altri.

Per chi ha vissuto sempre nel paradigma violento, dell’autoritarismo, è difficilissimo comprendere questo diverso paradigma, basato sulla connessione, l’ascolto, la gentilezza vera (e non di maniera). E’ proprio un altro universo, difficile anche solo credere possibile che si possa crescere e orientare nella vita un figlio senza ricorrere al potere, affrontare i problemi senza la ricerca di un colpevole, dare limiti senza punire. Eppure avviene!

A proposito del lasciar scegliere ai bambini

Il genitore in genere decide tante cose: che vestiti mettere al bambino, che cosa cucinare per pranzo, come organizzare la giornata. Non ha molto senso chiedere sempre al bambino e delegare a lui la scelta anche delle cose minime: Vuoi i biscotti o il pane e marmellata? vuoi la pasta o il riso? vuoi mettere la maglia gialla o quella verde? vuoi andare al parco o ai giochi?

I bambini spesso vanno in ansia con tutte queste opzioni da scegliere, perché sono tutte desiderabili per lui nello stesso momento in cui l’adulto le nomina. Davvero non lo sanno, anche perché finché non ci si trovano davvero non sanno anticipare di cosa hanno voglia! Quindi queste continue richieste di scelta con tante opzioni possono effettivamente disorientare (la morale non c’entra nulla).

Libertà quindi non significa poter scegliere ogni cosa, ma poter rispondere alle situazioni o alle opzioni senza condizionamenti basati su ricatti morali.

Quando un bambino ha già una preferenza, lo fa capire chiaramente. Allora, se non crea problemi, perché non assecondarlo? Vuole uscire con il berretto d’estate o la camicia d’inverno? Se avrà caldo se lo sfilerà, se avrà freddo noi avremo portato dietro una giacca per coprirlo e la cosa finisce lì.

E se una volta messo in tavola il bambino scoprirà che invece voleva un’altra cosa, se è già pronta gliela daremo, se dobbiamo rimetterci ai fornelli, diremo che non c’è, e se si dispera lo consoleremo!

Questo fa parte dell’apprendimento dei limiti generati dal mondo intorno al bambino, un percorso in cui lo accompagniamo, senza caricarlo però anche delle decisioni minime: con comprensione, empatia, sostegno emotivo, ma non necessariamente prevenendo ogni contrarietà.

Un termine da cambiare

Forse dobbiamo abbandonare il termine “disciplina dolce”, così foriero di fraintendimenti, e coniare un nuovo termine per descrivere un approccio che non è accondiscendente né autoritario, ma è assertivo e rispettoso nello stesso tempo.

Nel mio libro La rivoluzione della tenerezza racconto come sono arrivata a scegliere il termine guida gentile:

Mi era chiaro che il tema di questo libro sarebbe stato la disciplina dolce, termine ormai consolidato per indicare un approccio educativo basato sull’ascolto e il rispetto di sentimenti e bisogni del bambino. Ma sapevo anche di non essere più a mio agio con la parola “disciplina”, che trovavo dura e violenta ma soprattutto a senso unico, dall’alto verso il basso, cioè qualcosa che si impartisce al bambino, e per la sua associazione linguistica con concetti come divieto, obbligo, subordinazione, obbedienza; e nemmeno ero a mio agio con la parola “dolce”, che trovavo mielosa, fuorviante, perché fa pensare erroneamente che in questo approccio non ci sia spazio per emozioni negative, per momenti forti, per il rigore o per i no. Insieme queste due parole formano un ossimoro, una contraddizione in termini, la parola dolce incollata sulla precedente per smorzarne o correggerne la connotazione violenta.

Quindi la disciplina dolce non ha nulla a che fare con la debolezza o un presunto cedimento dei genitori alla volontà dei figli; perché non si è in guerra coi propri figli ma si tiene nel dovuto rispetto i bisogni di ciascuno e si lavora per integrare il bambino nella famiglia, e non per adattare la famiglia al bambino. Soltanto, lo si fa con empatia e comprensione, con rispetto dei tempi e della maturità del bambino, senza pretese, e soprattutto educandolo con l’esempio.

I bambini non hanno bisogno che si modelli un mondo su misura per loro, hanno bisogno che gli si faccia spazio e li si accolga nel nostro mondo.

Antonella Sagone, 27 marzo 2021

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *